Dove e quando
De Pisis, Milano, Museo del Novecento. Orari: lu 14.30-19.30; ma-me-ve-do 9.30-19.30; gio e sa: 9.30-22.30; fino al 1. marzo 2020. La mostra si sposterà al Museo Nazionale Romano di Palazzo Altemps.

Filippo de Pisis, Cortina, 1927, Collezione privata (Courtesy Galleria Tega e Farsetti Arte© Galleria Tega© Filippo de Pisis by SIAE 2019)


Nature morte fiabesche

Fino al 1. marzo il Museo del Novecento di Milano ospita una mostra dedicata a Filippo de Pisis
/ 10.02.2020
di Giovanni Gavazzeni

«Io osservo con un’attenzione, v’è chi direbbe patologica, e raccolgo di tanto in tanto con gusto questi caratteri locali indefinibili come chi venisse nuovo alla città, come un esploratore del basso Congo di passaggio per la “città dei Duchi”».

Luigi Filippo Tibertelli (1896-1956), in arte Filippo De Pisis, passeggiando per le vie della sua città natale (Ferrara) racconta all’amico-scrittore Giovanni Comisso quella curiosità bramosa che non lo abbandonò mai, nelle città dove visse (Roma, Parigi, Milano), come fra le valli del Cadore o a Cervia, «di osservare certi caratteri, segnati con linee profonde e come dolorose, certe espressioni, quasi di maschere medianiche in plastilina, negli uomini che incontro».

Occhio che lo porterà a fissare le epifanie della bellezza come i «caratteri» nella felice immediatezza dei suoi ritratti. A Ferrara si definisce la vocazione di De Pisis, quando nel 1916 giungono soldati Giorgio e Alberto De Chirico. I Dioscuri «mi deridono», scrive al padre nobile Ardengo Soffici, «quando sono alle prese con un codice del XV° e curano di rinnovarmi e mi àn già fatto del bene». Alle conversazioni riportate nella raffinata e notevole prosa d’arte del pittore, si aggiungerà un altro coscritto eccellente, Carlo Carrà. I suoi numi tutelari, Soffici «Papini, Apollinaire, Picasso», vengono evocati «in ispirito come Dio nelle caverne dei Santi Padri». Saranno sempre i fratelli De Chirico ad accompagnare De Pisis nel decisivo e lungo soggiorno a Parigi, a partire dal 1925. Alberto (Savinio) lo porta al Cabaret Voltaire, dove entra in contatto con Tristan Tzara. Il Marchesino pittore (dal titolo di una sua prosa autobiografica) frequenta Braque, Picasso, Matisse, Joyce, Svevo, Cocteau ed espone con grande risposta alla Galerie Carmine in Rue de la Seine.

Qui nascono quelle nature morte che lasciano ammirato lo spettatore della retrospettiva che Milano, città in cui visse a riprese in simbiosi con artisti e scrittori, ha dedicato all’artista ferrarese, per la curatela di Pier Giovanni Castagnoli. «Nature morte» in mirabile equilibrio fra sospensione e antinaturalismo, infiammate da tocchi di materia viva, oppure fermate fra i simboli del «quadro nel quadro»: «un gioco di rimandi e rispecchiamenti», precisa Castagnoli, «in cui l’arte» si professa «cosa mentale e la pittura finzione che si nutre di sé stessa e si rinnova». Conchiglie, fari, pesci assumono grandezze smisurate. «Ogni oggetto ordinario diminuisce la vastità del mare, riduce l’enorme quantità delle acque a questo rivo orlato di bava, a questo nastro di raso che solo per un’ultima e compiacente fedeltà narrativa rimane orizzontale; ci si aspetterebbe a volte di vederlo agitato in curve eleganti e sinuose come gli schemi ritmici segnati dai nastri volanti del Perugino». È Cesare Brandi che fissa il perenne meraviglioso pittorico di De Pisis; un po’ «geroglifico naturale», un po’ «offerta pagana». Uno spazio-tempo dove gli uomini sono «più piccoli dei vermi, più inafferrabili degli insetti».

Il carattere fiabesco delle nature morte di De Pisis dipende «dalla forma improvvisamente rivelata, a noi che pure credevamo di conoscerla così bene, di una conchiglia marina. Misteriosa vita della terra. Misteriosa vita del mare che si presenta in forme così chiare e intelligibili eppure ermetiche».