«Me misero, me tapino!»

La lingua batte - Si può imparare ad amare le parole anche grazie a Paperon de’ Paperoni. Hanno una loro dignità linguistica pure i fumetti, spesso capaci di fissarsi nella nostra mente come un sigillo
/ 24.05.2021
di Laila Meroni Petrantoni

C’era una volta una bambina che non faceva mai i capricci quando arrivava l’ora di andare a dormire. Anzi, ci andava tutta contenta, perché quello era l’ultimo momento della giornata in cui poter giocare ancora un po’. Non con le bambole o con le biglie. Per giocare con i libri, quelli con le figure e gli animali che parlano, con le parole dentro le nuvolette. Perché per la bambina anche Topolino era un libro, e lei andava fiera della sua piccola libreria dove questi fumetti dal dorso giallo erano in bella mostra, tutti in fila come l’enciclopedia dei grandi che stava in salotto, quella così pesante.

Ogni notte la bambina lasciava che la mamma spegnesse la luce, scivolava fuori dal letto, sceglieva uno dei suoi Topolini e se lo portava sotto le coperte, come fossero in tenda. Poi, alla luce di una piccola torcia elettrica, se lo sfogliava, rileggeva la storia qua e là, ritrovava i personaggi, le loro chiacchiere e le loro avventure. Trascorreva così solo qualche minuto, ma nella sua fantasia potevano essere giorni interi, che aprivano le porte al sonno. Il suo personaggio preferito era Paperon de’ Paperoni, quel nevrotico riccone schiavo dei suoi fantastiliardi di verdoni profumati, buoni per farci un tuffo come in piscina.

L’espressione che molti di noi associano a Paperone è quella che lui pronuncia ogni volta che le sue ricchezze sono in pericolo: «me misero, me tapino!» Quando mai, se non dallo zione più ricco di Paperopoli, ci è capitato di sentire il vocabolo tapino? Eppure questa parola è termine di uso letterario, utilizzata da Dante, da Boccaccio, da Manzoni, derivante forse dal francese antico tapi, a sua volta voce di origine germanica per «infelice» (altre fonti lo etichettano come grecismo).

Se rileggiamo oggi quei Topolini di cinquanta anni fa troviamo che magari proprio grazie a Paperone abbiamo letto per la prima volta frasi come «che cosa blaterate?», «lo sforzo creativo mi ha estenuato», «vi renderò la pariglia!», «angariava gli acquirenti», «oggi si sciala!», «bighellone di un nipote!», «non perdiamo tempo in elucubrazioni. Muscoli e pedagna!», e così via. Da piccoli forse non capivamo tutto, ma pazienza, ogni cosa a suo tempo.

Il linguaggio di Paperone, inaspettatamente elevato, è da sempre ricchissimo e non attinge certo al limitato italiano che siamo pigramente soliti utilizzare ogni giorno. Da Paperopoli o Topolinia tanti di noi hanno pescato come in un vocabolario. Quale modo più simpatico per insegnare ai piccoli ad amare il gioco delle parole? «Gli elementi di scarto linguistico verso l’alto», scrive Fabio Rossi a proposito del linguaggio dei fumetti per l’Enciclopedia dell’italiano edita da Treccani, «non sono altro che macchie di colore […] inserite nell’italiano medio, che brillano per contrasto e, proprio per questo, si scolpiscono nella memoria». Fabio Rossi annota inoltre che «le differenze tra i primi e gli ultimi numeri di Topolino non sembrano affatto tanto vistose quanto quelle che hanno colpito l’italiano scritto nel corso dell’ultimo settantennio»: interessante, vero? Ci sarebbe da rifletterci un bel po’.

Non si dica, per cortesia, che quella dei fumetti è un’arte minore. Qualche tempo fa, ai genitori veniva raccomandato di non essere troppo permissivi con i propri figli se questi chiedevano di poter leggere un fumetto, pena il rischio di crescere dei «lettori pigri». Per moltissimi di noi questo altolà si è rivelato falso. Magari proprio così abbiamo scoperto che le parole sono compagne di gioco; magari grazie al «Corriere dei Piccoli» e al Signor Bonaventura sempre con «un milione» sottobraccio; grazie ad Asterix e Obelix, gli «irriducibili Galli» in viaggio a modo loro attraverso la Storia; grazie all’arcipoliziotto Cip di Jacovitti che arrestava i furfanti «in nome e cognome della legge»; grazie a Snoopy e alle sue riflessioni filosofiche dall’alto di una cuccia.

«Falli sparire! Mi turbano», disse Poldo Sbaffini quando si rese conto che troppi panini lo avrebbero portato alla dannazione. La bambina non aveva mai sentito quel verbo: «mi turbano…». Ma capì presto che era quello il modo giusto per descrivere quella brutta sensazione, quel nodo allo stomaco che sa di amaro e fa anche un po’ paura…

Grazie, amato fumetto. Lunga vita (anche) a te.