Hans Josephsohn, Senza titolo, 1995

Dove e quando

Hans Josephsohn. Museo d’arte della Svizzera italiana, Lugano. Fino al 21 febbraio 2021. A cura di Ulrich Meinherz e Lukas Furrer.
Orari: a seguito delle disposizioni ufficiali legate alla pandemia il MASI è chiuso fino a nuovo avviso.
Tour virtuale della mostra: www.masilugano.ch/it/1006/hans-josephsohn

Alcune opere di Hans Josephsohn sono esposte anche nel museo di Giornico a lui dedicato, La Congiunta:
https://www.azione.ch/cultura/dettaglio/articolo/un-museo-su-misura.html


L’uomo al centro

Il MASI di Lugano dedica una personale allo scultore Hans Josephsohn
/ 04.01.2021
di Alessia Brughera

«Il punto d’inizio siamo semplicemente noi», dichiarava Hans Josephsohn parlando di ciò da cui la sua arte traeva linfa vitale. Utilizzando un’espressione assolutamente calzante, i critici hanno definito i suoi lavori «scultura esistenziale», a sottolineare come il fulcro delle riflessioni dell’artista svizzero sia sempre stato l’uomo. Josephsohn, infatti, ha fatto delle proprie opere lo strumento di conoscenza della condizione umana, elaborando un linguaggio capace di raccontare la vulnerabile relazione tra l’individuo e la realtà che lo circonda. A partire dagli anni del secondo conflitto mondiale, un momento storico particolarmente inquieto in cui lo scultore sente forte la desolazione morale che investe il mondo intero, la sua arte, procedendo per minimi scarti, si fa portavoce, fino alla fine, della fragile dimensione dell’umanità.

Nato un secolo fa a Königsberg, a quei tempi città della Prussia Orientale (diventata poi Kaliningrad, in Russia), Josephsohn non ha vita facile nell’intraprendere gli studi artistici. Per via delle sue origini ebraiche, dapprima è la Germania nazista a negargli questo diritto, poi, arrivato in Italia nel 1938, dopo soltanto qualche mese di frequenza all’Accademia di Belle Arti di Firenze si trova obbligato a fuggire in Svizzera a causa dell’introduzione delle leggi razziali fasciste. Qui, a Zurigo, riesce finalmente a portare avanti la formazione di scultore e a dedicarsi con assiduità all’arte, tracciando senza sosta (anche quando, nel 2007, cinque anni prima di morire, un ictus lo costringe su una sedia a rotelle) un percorso di tenace ricerca sull’essere umano che proprio dall’ossessiva resa formale della sua figura cerca di raggiungerne l’essenza.

Nell’anno in cui ricorre il centenario della nascita di Josephsohn, che ha sempre intrattenuto uno stretto rapporto con il nostro cantone dal momento che molti suoi pezzi hanno visto la luce presso la Fonderia Perseo di Mendrisio, il Museo d’arte della Svizzera italiana a Lugano omaggia l’artista con una mostra in cui viene presentata un’accurata selezione di opere in ottone realizzate tra il 1950 e il 2006. Del maestro elvetico sono stati scelti dai curatori della rassegna alcuni lavori non con l’intento di ripercorrere in retrospettiva la sua lunga carriera, bensì con quello di mettere in evidenza le analogie e le divergenze tra sculture appartenenti a periodi diversi. È questo il motivo per cui l’esposizione non segue un criterio cronologico ma si pone come uno sguardo sulla produzione di Josephsohn che invita a coglierne i tratti stilistici salienti. Ed è questo il motivo per cui lo spazio che accoglie le opere in mostra, una ventina circa, è stato appositamente lasciato in uno stato grezzo, non finito, a richiamare la condizione di incompiutezza e di transitorietà delle sculture dell’artista, contraddistinte sempre da una lavorazione piuttosto rude della materia.

Protagonista assoluta, sia negli esiti a tutto tondo sia nei rilievi, è la figura umana, plasmata da Josephsohn proprio con un trattamento della superficie che pare velocemente abbozzato ma che in realtà nasconde un intervento meticoloso volto a sviscerare la forma nella sua pienezza. Contraddistinte da una travagliata espressività che richiama, seppur con le dovute differenze, quella di Alberto Giacometti, le opere di Josephsohn, da lui stesso classificate con scrupolo in cinque diverse tipologie (teste, mezze figure, figure in piedi, figure distese e rilievi), nascono da un contatto diretto con il reale che l’artista sa poi sublimare astraendolo in immagini sospese tra verosimiglianza e illusione.

A fargli da modelli sono parenti e amici nonché le sue tre compagne di vita, Mirjam (figlia del filosofo tedesco Ernst Bloch da cui l’artista ha nel 1962 il suo primo e unico figlio), Ruth e Verena, tutte persone che Josephsohn non costringe a lunghe ore di posa ma che ritrae in rapidi momenti di intensa creatività tra un caffè e una chiacchierata. Nascono così le sue opere dalle robuste volumetrie in cui la mimesi del soggetto lascia spazio a una rappresentazione della figura umana intrisa di valori simbolici.

Come ben testimonia la mostra luganese, le sculture dell’artista colpiscono per la loro vigorosa corporeità e per la loro ieraticità, caratteristiche, queste, iniettate nel lavoro di Josephsohn grazie alla sua grande passione per l’arte antica, quella degli Assiri, degli Egizi, dei Greci e soprattutto della civiltà etrusca, scoperta durante i suoi numerosi soggiorni in Italia. Ed è ancora dagli antichi che l’artista apprende la lezione di plasmare la materia in modo tale da sottrarla a un punto di osservazione privilegiato, annullando così la frontalità dell’opera e suggerendo allo spettatore una sua visione multilaterale.

Nei lavori di Josephsohn i volti e i corpi sono ricondotti a tratti essenziali, gli elementi anatomici enfatizzati, le proporzioni stravolte. L’artista attua così un profonda riflessione sulla figurazione plastica, creando sculture dalla potenza ancestrale capaci di dialogare con i turbamenti dell’uomo contemporaneo.