Dove e quando
Rembrandt’s Orient. A cura di Bodo Brinkmann, Gabiel Dette e Gary Schwartz. Basilea, Kunstmuseum. Fino al 14 febbraio 2021. Catalogo, D/E, Prestel-Verlag edizioni, Fr. 49. kunstmuseumbasel.ch

Busto d'uomo in costume orientale, 1635 (Rijksmuseum Amsterdam, donazione coniugi Kessler-Hülsmann, Kapelle-op-den-Bos)


L’Oriente di Rembrandt

Intrigante esposizione al Kustmuseum di Basilea
/ 14.12.2020
di Gianluigi Bellei

Rembrandt Harmenszoon van Rijn (Leida, 1606 – Amsterdam, 1669) è sicuramente uno dei geni assoluti della storia dell’arte. Un anticipatore, un modernizzatore, un artista a tutto tondo, osannato e poi disprezzato, dalla vita tribolata. Voleva diventare pittore di storia, il massimo che si può aspirare, e ci riuscì anche con i suoi splendidi ritratti. Di se stesso ne fece circa un’ottantina. Una mostra da sogno sarebbe riunirli tutti assieme per scoprire l’evolversi delle pieghe di una vita: da quelli giovanili in abiti borghesi con copricapo a quelli della maturità, opulenti e vigorosi, sino agli ultimi tristi e solitari. Il più mordace è sicuramente L’autoritratto ridente di Colonia, probabilmente del 1665, dove il giallo pastoso che fuoriesce dall’oscurità produce l’effetto di una miscela esplosiva, tragica e irriverente assieme. Il lampo sprizzato dalla nube cupa dell’uomo, parafrasando Friedrich Nietzsche.

Rembrandt inizia a lavorare nella provinciale Leida per poi recarsi nella capitale Amsterdam nel 1632. Da qui non si sposterà mai; neanche per fare quel tour in Italia tanto caro alla formazione culturale dell’epoca. Qui riceve la prime commissioni pubbliche come La lezione di anatomia del dottor Tulp che dà inizio alla sua fama. Nella sua bottega lavorano una cinquantina di allievi e collaboratori. Sposa Saskia van Uylenburgh, figlia di un borgomastro, la quale, con le sue conoscenze, lo introduce nell’ambiente della nobiltà olandese. Nel 1639 acquista una sontuosa casa di rappresentanza e si firma, come Raffaello, Michelangelo e Tiziano, con il solo nome di battesimo. Saskia gli dà quattro figli, tre dei quali muoiono piccolissimi. Il quarto, Tito, nel 1668. Saskia muore nel 1642, anno culmine della sua carriera coincidente con l’esecuzione del grande dipinto della Guardia Civica al comando del capitano Banning Cocq, famoso come la Ronda di notte.

Negli anni seguenti ha una relazione con Geertje Dirckx, la balia asciutta di Tito. Nel 1649 si lasciano in malo modo. Nel 1654 ingravida la giovanissima Hendrickje Stoffels. Intanto la sua situazione finanziaria comincia a crollare. Per racimolare contanti nel 1655 organizza la vendita dei suoi beni. Ma non basta. Nel 1658 viene venduta all’asta la sua casa e l’anno seguente dichiara bancarotta. È l’inizio della fine. Nel 1663, durante la pestilenza che investe la città, muore Hendrickje. Per l’artista un declino lento e inesorabile che termina con la morte nel 1669, proprietario solo del suo vestito.

Come dicevamo, Rembrandt non si è quasi mai spostato da Amsterdam e, nonostante questo, è un personaggio particolarmente curioso. Nell’inventario dei beni della sua casa redatto nel 1656 troviamo centinaia e centinaia di oggetti e dipinti di altri artisti che colleziona durante il periodo di maggiore prosperità. Fra questi molti manufatti orientali come due tazze e una coppa delle Indie, una ciotola cinese, un corno di polvere, una scatola da lavoro, ambedue delle Indie, un elmetto giapponese, uno in pelle di bufalo, un calco dal vero di testa di moro, 47 esemplari di esseri terrestri e marini, 23 di animali marini e terrestri, conchiglie, corni da polvere turchi, alabarde, spade e ventagli indiani, pelli di leone… Tutto ciò probabilmente acquistato dalle navi della Compagnia olandese delle Indie orientali che salpavano appunto da Amsterdam verso l’Africa, l’Asia e l’America.

Fra le esposizioni dei suoi lavori sono da segnalare quelle del 1991-92 e quella sugli ultimi anni di vita del 2014-15, ambedue al Rijksmuseum di Amsterdam e in varie altre sedi.

Fino al 14 febbraio del prossimo anno il Kunstmuseum di Basilea indaga sui lavori orientali.

L’Oriente ha sempre affascinato gli europei già dai tempi di Plinio, che nella sua Storia naturale scrive di crea-
ture straordinarie, come pure in seguito Alessandro Magno. Curiosa la Lettera di Prete Gianni del 1165 inviata a Manuele Comneno, imperatore d’Oriente che parla di una terra cristiana oltre quelle musulmane e che apparirà decisiva per l’espansione cristiana in Oriente. Nella lettera si racconta di esseri mostruosi, materiali preziosi e splendidi palazzi. Insomma l’Oriente affascina per le sue ricchezze inaudite in un mondo europeo per lo più povero. John Mandeville, nei suoi Viaggi del XIV secolo, scrive che nel paese di Prete Gianni vi sono «una gran quantità di pietre preziose, ma così grosse e larghe che la gente ne ricava stoviglie come piatti, scodelle e coppe».

Durante l’antichità la dicotomia fra paesi del mondo era quella fra Levante e Occidente. Ai tempi di Rembrandt l’Oriente era rappresentato da tutto l’Est. Da questi paesi arrivavano turbanti, tappeti, sciabole, sete…
La mostra basilese presenta 120 opere che illustrano questi mondi visti dagli artisti coevi di Rembrandt, il quale è presente con una trentina di opere, per circa la metà acqueforti. Splendidi l’Uomo con turbante e l’Uomo in costume orientale, entrambi del 1635. Fra i temi religiosi, febbricitante fra oro e oscurità, Daniele e Ciro davanti all’idolo di Bell del 1633.

Di tutt’altra intensità, ma sempre affascinanti i lavori degli altri artisti fra i quali troviamo Michiel van Musscher, Pieter Lastman, Jan Lievens, Aert de Gelder, Ferdinand Bol, Philips Wouwerman.