Ritratto di J.J. Winckelmann da Anton von Maron (1768), copia di Otto Gerike, 1956, olio su tela (Museo Winckelmann, Stendal)

Dove e quando
J.J. Winckelmann (1717-1768). I «Monumenti antichi inediti». Storia di un’opera illustrata. m.a.x. museo, Chiasso. Fino al 7 maggio 2017. Orari: ma-do 10.00-12.00 / 14.00-18.00; lu chiuso. www.centroculturalechiasso.ch


L’intramontabile bellezza dell’antico

Al m.a.x. museo di Chiasso un’opera illustrata di Winckelmann
/ 03.04.2017
di Alessia Brughera

Johann Joachim Winckelmann, figlio di un ciabattino, giunge a Roma nel 1755 dopo avere per anni alimentato con la lettura di testi classici la sua profonda passione per l’antico. La permanenza nella Città eterna dello studioso tedesco originario di Stendal si svolge sotto l’egida del più grande collezionista e cultore della classicità del momento, il cardinale Alessandro Albani, che fa della propria dimora sulla Via Salaria il luogo eletto per il conversare di poche, sceltissime, personalità erudite.

La liberalità e la stima del prelato romano nei suoi confronti permettono a Winckelmann di realizzare il sogno a lungo accarezzato di vivere dedicandosi all’esplorazione delle vestigia del passato, di scrivere i suoi saggi più significativi e di acquisire quella fama universalmente riconosciuta che gli frutta nel 1763 l’incarico di Commissario delle Antichità di Roma.

Villa Albani è il suo regno, qui Winckelmann trascorre le giornate ad ammirare la ricca raccolta del cardinale conservata ed esposta come in uno scrigno, maturando la convinzione che «l’unico modo per divenire grandi e, se possibile, inimitabili, è di imitare gli antichi» e arrivando a compendiare le caratteristiche salienti dell’arte classica in «una nobile semplicità e una quieta grandezza».

Dalle pagine dei suoi scritti traspira un impegno entusiastico nell’affermare che le statue antiche non sono semplicemente le reliquie di una civiltà scomparsa ma opere d’arte vive che hanno valore per i contemporanei in quanto incarnano l’essenza dello spirito greco. Troppo appassionato per essere un archeologo accademico, Winckelmann scrive da uomo di sentimento che non può nascondere il suo ardore nei confronti di un’arte che reputa perfetta. Aprendo le porte alla critica soggettiva e alle evocazioni impressionistiche, insegna alla sua epoca a guardare con occhi diversi tutta la cultura greca: «leggendo Winckelmann», diceva Goethe, «non impariamo nulla, ma diventiamo qualcosa».

Notevole, dunque, è il suo contributo alla nascita di una nuova visione del passato. Winckelmann può essere a buon diritto considerato il padre della storia dell’arte in senso moderno, in quanto è stato il primo ad applicare un metodo organico all’analisi delle opere. Con lui i prodotti artistici antichi cessano finalmente di essere accomunati in un tutto indistinto e vengono inseriti in una compiuta dimensione storica.

Merito di Winckelmann è stato superare l’arida erudizione archeologica attraverso un’idealizzazione mitica dell’arte greca che non è tuttavia semplice vagheggiamento della sua bellezza: lo sguardo retrospettivo si attualizza nel presente proponendo la fondazione di un’estetica per il mondo moderno.

Proprio a uno dei lavori di Winckelmann che ha tra i suoi obiettivi la ricerca del «bello ideale» è dedicata una mostra al m.a.x. museo di Chiasso, una rassegna concepita per riscoprire il fondamentale, seppur non molto noto, volume illustrato dal titolo Monumenti antichi inediti, nell’anno in cui si celebra il terzo centenario della nascita del teorico tedesco.

Winckelmann incomincia a lavorare a questo titanico progetto nel 1761, impegnandosi con instancabile tenacia per diverse primavere e vedendo finalmente il risultato delle sue fatiche sei anni più tardi. Unico suo scritto in lingua italiana, Monumenti antichi inediti si pone subito come impresa singolare nella produzione dell’autore per il ricco apparato di immagini che affianca il testo, un dispositivo iconografico puntuale che viene utilizzato da Winckelmann per accompagnare ciascuna delle descrizioni riportate.

Nelle oltre duecento grafiche esposte in mostra – l’intero corpus di tavole contenute nell’editio princeps in due tomi del 1767, a cui sono state affiancate anche numerose matrici in rame e alcuni reperti prestati dal Museo Archeologico di Napoli – si possono ammirare sculture, busti, vasi, mosaici, bassorilievi, gemme ed edifici scelti con cura da Winckelmann per la loro capacità di trasmettere il valore esemplare dell’antico.

Finanziate di tasca propria e commissionate a diversi artisti, queste incisioni rappresentano opere che egli ha modo di esaminare durante i suoi tanti viaggi a Firenze, Napoli, Portici, Pompei, Ercolano, Paestum e Caserta o che ha modo di visionare ogniqualvolta lo desidera nella villa-museo dell’Albani. Gli oggetti appartenenti alla collezione del colto cardinale romano costituiscono una parte rilevante di quelli riferiti nell’opera, come a voler omaggiare per la sua munificenza colui che Winckelmann considera «il conoscitore più illuminato» delle belle arti. Non per nulla il trattato viene dedicato proprio all’Albani, a cui tra l’altro Winckelmann decide di lasciare nel testamento tutti i suoi averi.

Sebbene la pubblicazione sia di estrema importanza, non riscuote però l’interesse sperato. Poche sono le copie vendute, con grande rammarico dell’autore che vi ha investito energia e denaro e che, come testimonia in mostra il manoscritto originale con il progetto del terzo volume, intendeva dare anche un seguito all’opera. Proposito, questo, impedito dalla sua morte prematura e inaspettata nel 1768.

Dovranno trascorrere alcuni decenni perché Monumenti antichi inediti possa godere appieno della meritata attenzione. Una ricca sezione della rassegna documenta la sua fortuna critica tra la fine del Settecento e la prima metà dell’Ottocento, quando per l’innovativo approccio allo studio dell’arte diviene un riferimento per tanti autori e per i primi musei nascenti.

L’esposizione chiassese raccoglie anche alcuni ritratti incisi e dipinti che rappresentano Winckelmann: tra questi spicca a fine percorso una copia del quadro del pittore austriaco Anton von Maron che effigia lo studioso tedesco vestito con un’elegante pelliccia di lupo e taffetas rosso mentre siede allo scrittoio, con Monumenti antichi inediti in primo piano aperto sulla stampa raffigurante l’Antinoo. Accanto a lui il busto del poeta Omero viene posto come simbolo di tutta quella cultura greca che, con i suoi scritti, Winckelmann ha avvolto di un’eterna primavera, diventandone il cantore e il grande visionario.