L’ineffabile Sua immagine

A colloquio con il filosofo Massimo Cacciari che in Generare Dio, si occupa dell’immagine della Vergine Maria, che in qualche modo attraversa tutta la nostra storia
/ 11.06.2018
di Eliana Bernasconi

Iniziata con lo studio del pensiero negativo di Schopenhauer e Nietzsche l’ormai sterminata opera di Massimo Cacciari si estende ad ambiti teologici, letterari, politici e artistici in un sistematico pensiero sorretto da inarrestabile logica, fondamentalmente critico nell’interrogarsi appassionatamente sul senso ultimo delle cose. In Generare Dio che inaugura la collana «Icone. Pensare per immagini», piccolo e-book edito da il Mulino, Cacciari parla dell’enigma di una donna la cui dolcissima immagine è ancora presente e attraversa da sempre la nostra storia, quella Vergine con il figlio delle icone orientali e di tutta l’arte medioevale e rinascimentale dell’Occidente. Scopriamo i significati segreti che solo gli artisti hanno messo in luce rappresentandola, la grandezza e il mistero di quella «Vergine madre, figlia del tuo figlio», per usare le parole di Dante, che evangelisti, teologi, filosofi non hanno compreso parlando di lei.

Questa dimensione Massimo Cacciari la legge e la indica nelle riproduzioni che ha scelto per noi, dall’icona orientale ad Andrea Mantegna e Simone Martini, da Piero della Francesca al Beato Angelico, da Giovanni Bellini e Rogier van der Weyden al Masaccio. Se le immagini bizantine ci guardano lontanissime e impersonali nell’assoluta astrazione della loro frontalità, quelle del Mantegna, come la Madonna col bambino dormiente, (1490-1500) del Museo Poldi Pezzoli di Milano, per usare le parole di Silvia Vegetti Finzi, «sono persone umane, ogni donna sente che in qualche modo le corrispondono immagini che contengono il sapere della fertilità delle emozioni che abbiamo perduto».

Nell’Annunciazione di Simone Martini Maria è l’oscura fanciulla che dubita di essere stata scelta e si ritrae dall’incontro con l’angelo, in Piero della Francesca e nel Beato Angelico accetta il terribile compito che l’attende, la ritroveremo con il figlio morto nella Pietà di Giovanni Bellini, nella Deposizione dalla croce di Rogier van der Weyden. Nelle intense pagine di Generare Dio, dense di riferimenti, purtroppo di non immediata lettura, il rapporto con la trascendenza e il divino lotta con il relativismo contemporaneo, si respira il dubbio di chi non parla il linguaggio della fede ma avverte il richiamo della trascendenza.

Prof. Cacciari, la collana «Icone. Pensare per immagini» da lei curata inaugura un filone nuovo dell’editoria, riflettendo sulle immagini della storia dell’arte da un punto di vista che non è estetico o iconografico Come considera queste immagini?
L’immagine non è illustrazione (come in certi frontespizi), la vera immagine dà da pensare, produce interrogazione. E il pensiero stesso «si immagina». Mai ci capita di pensare qualcosa senza in qualche modo «figurarlo». Il nesso pensiero-immagine-simbolo è il problema filosofico che si vorrebbe mostrare in concreto nella collana.

«Lo sol sen va, soggiunse, e vien la sera: / Non v’arrestate, ma studiate ’l passo, / Mentre che l’Occidente non s’annera». (Purg. XXVll, 61-63) Lei pone all’inizio del libro queste parole che Dante fa pronunciare all’angelo. Ci parla del rapporto che corre tra questi versi e il suo libro?
La citazione di Dante allude al problema: è ormai al definitivo tramonto la luce che proviene da queste immagini? Se ne sta andando il Sole che attraverso queste immagini illuminava il pensare?

Le immagini di Maria e del figlio prese in esame partono dalle Madonne bizantine e giungono al Rinascimento. Cosa separa le prime da quelle della storia dell’Occidente?
Tra il XII e XIII secolo le culture figurative bizantine e occidentali assumono strade sempre più incomparabili. Ciò vale per tutte le loro immagini-simbolo, tra cui quelle di Maria e il Bimbo, ma altrettanto per la Croce, la Risurrezione ecc. In Occidente è la figura, la realtà sofferente della figura che si impone. Qui il libretto su Maria riprende il mio Doppio ritratto. San Francesco in Dante e in Giotto.

Da un punto di vista storico, filosofico e teologico ciò cosa comporta?
Lo «scandalo» è questo: com’è possibile che una civiltà «fondata» su tali immagini-pensieri di amore, di misericordia, di cosciente obbedienza al «mandatum novum» si sia svolta in realtà nel segno della appropriazione, della conquista, della violenza?

Nella storia della nostra civiltà occidentale troviamo ovunque, numerose e fondamentali le raffigurazioni di colei che genera il mistero di Dio, della vergine madre e del figlio, tali visioni non corrispondono alla realtà storica, non hanno mai esercitato alcuna influenza. Che dire di questa contraddizione?
Sarebbe sciocco tentare qui una risposta in due righe, ma è intorno a tale enigma che oggi come non mai sarebbe necessario interrogarsi.

Sono invece assenti, lei ci fa notare, le rappresentazioni del padre, o di Dio.
Apparentemente sì. Ma per la coscienza cristiana il Padre si rivela pienamente e in realtà nel Figlio, e in questo incarnarsi è il contenuto essenziale e profondo della fede.

Questo non ci accomuna all’islam e all’ebraismo dove questa immagine è considerata impossibile da rappresentare?
La domanda finale del mio libretto è appunto questa: non finisce questa fede di proiettare la figura del Padre in una infinita lontananza? L’invisibilità e ineffabilità del Padre è essenziale per l’islam e, seppure diversamente, anche per il giudaismo. Possiamo dirlo per la cristianità?