Libertà per Zehra Dogan

Invece di disporre di pennelli e matite colorate, Zehra è costretta a ripiegare su cibo e sangue mestruale
/ 04.06.2018
di Gianluigi Bellei

La migliore mostra dell’anno questa volta non è in un luogo fisico specifico dedicato all’arte. Non si tratta di una mostra da vedere, da annusare, da toccare, da ammirare, da criticare, da spiegare. Nessun grande nome, nessun mostro sacro. Nessun accenno ai grandi temi del mondo. Nessun roteare di date, di colori, di luci. La mostra la si può vedere solo su internet. E la possiamo comporre e gestire a nostro piacimento. Perché il nostro artista è in carcere. È una giovane donna curda. Si chiama Zehra Doğan. È diventata famosa da quando, quest’anno, Banksy, in collaborazione con lo street artist Borf, ha creato in suo onore un grande graffito a Manhattan nello stesso posto utilizzato nel 1982 da Keith Haring. Si tratta di una lunga sequenza di sbarre con al centro il ritratto di Zehra. 

Zehra Doğan è anche una giornalista: fa parte dell’agenzia di stampa curda Jinha, composta da una trentina di donne, tutte giovani fra i venti e i trent’anni. Nel 2016 dipinge le macerie di Nusaybin dopo il bombardamento ordinato dal presidente turco Erdogan. Sopra le macerie le bandiere turche. Il dipinto è pubblicato sui social media. Il 21 luglio dello stesso anno viene arrestata. Rimane in prigione 5 mesi e poi liberata sotto controllo. Il processo termina nel marzo 2017. Zehra è accusata di propaganda terroristica e la Corte di appello conferma la condanna di 2 anni, 9 mesi e 22 giorni. Torna in carcere da dove uscirà nel marzo 2019. Riprendendo il ragionamento fatto da Picasso dopo la realizzazione di Guernica, Zehra non si capacita di essere in carcere per un dipinto, anche perché non è stata lei a distruggere il paese ma lo stesso governo che l’accusa. Ricordiamo che nemmeno i nazisti si erano permessi di punire Picasso per il suo quadro. In carcere le viene proibito di leggere e dipingere. Ma lei lo fa usando il proprio sangue mestruale e il cibo. 

Assieme a lei dopo il fallito tentativo di colpo di stato del 2106 e la seguente repressione governativa vengono chiusi 3 agenzie di stampa, 16 canali televisivi, 54 giornali, 15 riviste e 47 giornalisti arrestati. L’Akademie der Künste di Berlino pubblica una lettera aperta alla Cancelliera Angela Merkel per chiedere la loro liberazione. Su Change.org viene lanciata una petizione online. Per saperne di più potete visitare il sito www.zehradogan.net; nell’attesa di una sua prossima esposizione.