Le visioni di Sciascia

Cent’anni or sono nasceva il grande intellettuale siciliano
/ 01.02.2021
di Paolo Di Stefano

Certe volte risulta utile, nelle occasioni celebrative, leggere in negativo per affermare il valore di uno scrittore. Oggi, nel centenario della nascita (8 gennaio 1921), è facile dire che Leonardo Sciascia è stato uno dei grandi scrittori del Novecento. Ma quando era in vita, cioè fino al 1989, non tutti avrebbero condiviso questo parere diventato banale. È la dimostrazione di come la variabile del tempo agisca nella definizione del canone letterario. Per carità, Sciascia fu sempre sulla scena della letteratura e del giornalismo, ma la critica non ne ha mai avuto l’opinione uniforme di cui sembra godere nel 2021. Per esempio, il filologo massimo Gianfranco Contini, che era anche un critico militante, nella sua antologia sulla Letteratura dell’Italia unita, apparsa nel 1968, seppellì nel silenzio il nome dello scrittore siciliano, che pure aveva già pubblicato numerosi libri, compresi i famosi romanzi sulla mafia (Il giorno della civetta nel 1961 e A ciascuno il suo nel 1966).

Eppure, Contini non rinunciava, nel suo florilegio, a rendere omaggio ad altri autori più o meno coetanei di Sciascia, come Cassola Pasolini Calvino. Semmai Contini preferiva dare spazio a un altro siciliano come Antonio Pizzuto, joyciano e affine all’«école du regard» francese. E in quella scelta del silenzio tombale c’era il discrimine che teneva Sciascia al di qua della stima del critico-filologo: lo stile. Una prosa non ritenuta abbastanza espressiva e il sospetto che si trattasse di uno scrittore di genere, quel tipo di autore che appunto sacrifica le preoccupazioni stilistiche alle leggi dell’intreccio. Il giallo non fa per gli scrittori ma solo per i narratori, a meno che non si tratti di un giallo programmaticamente atipico come il Pasticciaccio di Gadda.

Va detto che con Sciascia rimanevano fuori dall’antologia continiana anche Giorgio Bassani, Primo Levi, Elsa Morante, Natalia Ginzburg, per ricordare solo alcune delle più clamorose esclusioni. Insomma, se Sciascia godeva di stima come intellettuale engagé e come narratore per il grande pubblico, meno considerazione riscuoteva il suo impegno «puro» nella letteratura.

D’altra parte, con la sua limpidissima intelligenza striata di ironia, Giovanni Raboni (lettore di tutt’altro orientamento rispetto a Contini) muoveva a Sciascia critiche «ideologiche»: siamo nel 1972 quando il critico-poeta spara a zero per così dire da sinistra, ovvero dalle colonne dei «Quaderni piacentini», contro Il contesto. Al romanzo-apologo del complottismo Raboni rimprovera la mancanza di «plausibilità e mordente»: il trasferimento della polemica civile in una dimensione metaforica, sottratta a un ambito regionale riconoscibile come quello siculo dei «romanzi antimafia», secondo Raboni riduce Il contesto a «raccontino scialbo e pretenzioso, incongruamente in bilico tra descrizione e allegoria, soprassalti pamphlettistici e kafkismi di terza mano…».

Ma non basta: niente di più pacificante, per un pubblico piccolo-borghese, del pessimismo metafisico privo di qualsiasi caratterizzazione di classe… Passeranno trent’anni e nel 1999 la critica di Raboni non si attenua, ma sposta la mira dall’obiettivo politico-civile a quello della letteratura, definendo la «tanto decantata limpidità “illuministica” dello stile narrativo, la tanto vantata trasparenza» della prosa sciasciana quale mancanza di qualità, di spessore fantastico, di profondità verbale, di complessità. Mentre le polemiche di Pasolini erano riuscite a turbare e a restare nella memoria, per queste lacune espressive le provocazioni di Sciascia si esaurivano, secondo Raboni, in banali spunti «di pronto uso e di rapido consumo».

Alle riserve di carattere letterario, si accompagnarono con gli anni i veri e propri attacchi politici che, nella memoria d’oggi, avvicinano la figura di Sciascia proprio a quella di Pasolini, con il quale per altro l’ex «maestro di Regalpretra» aveva collaborato negli anni Cinquanta. Si pensi alle polemiche scatenate, nel decennio dell’impegno più stringente, dall’Affaire Moro, il pamphlet che contiene accuse dirette ed esplicite alla classe politica in una fase drammatica per la Repubblica italiana; e si pensi alle accese discussioni nate dall’elzeviro sui «professionisti dell’antimafia» apparso sul «Corriere della Sera» nel 1987. Per tacere delle posizioni a difesa di Tortora e di Sofri; dell’ostilità nei confronti del «compromesso storico» e della candidatura alle elezioni politiche ed europee del 1979 nelle liste del Partito Radicale di Marco Pannella. Fatto sta che gli stessi difetti che, più o meno esplicitamente, gli rimproveravano Contini e Raboni, uniti alle posizioni sempre eretiche per quei tempi, si sarebbero rovesciati in pregi con la distanza degli anni.

La prosa limpidissima e la passione illuminista sarebbero diventate pure etichette giornalistiche, sostituite da una visione più articolata e complessa, persino quella di un «barocco mentale» pieno di ossessioni verso l’irrazionalità del Male. Lo scrittore razionalista avrebbe acquisito la dimensione molto più misteriosa e oscura di chi riflette, con angoscia, sulla sostanza del Potere e nelle zone buie della storia. L’impegno civile banalmente inteso avrebbe guadagnato, anche grazie a studi come quello di Massimo Onofri (il suo Storia di Sciascia è del 1994), una profondità non lontana da quella che ispirò pensatori quali Michel Foucault. La complessità del narratore è nel suo pionierismo e nell’instancabile ricerca di soluzioni, che vanno dal romanzo-inchiesta e dal racconto-verità al pamphlet politico e visionario, dall’apologo al reportage storico, al saggio e al giornalismo (sono appena usciti per Adelphi i sorprendenti scritti cinematografici sotto il titolo Questo non è un racconto).

Insomma, niente di più lontano dai presupposti di partenza. Quando lo stesso Calvino, editor all’Einaudi, ricevendo un racconto del giovane Sciascia gli rispose: «in qualche parte c’è troppo la cronaca degli avvenimenti storici, il resoconto di quel che pubblicano i giornali, senza abbastanza controparte di narrazione (…). Insomma, è un libro a cui se tu ti sentissi di lavorarci ancora, potrebbe dire molto di più. Così è piuttosto superficiale, con un sospetto di facilità». E non è escluso che allora, in quelle osservazioni un po’ brutali, ci fosse qualcosa di vero. Ma il vero e il falso, si sa, con Sciascia non sono mai nettamente distinguibili. Ora che celebriamo i suoi cent’anni è più facile apprezzarne la grandezza, anche alla luce di un presente in cui il coraggio civile è quasi nullo e la sperimentazione letteraria comodamente appiattita alle richieste del mercato.