Dove e quando
Enzo Mari curated by Hans Ulrich Obrist with Francesca Giacomelli. Milano, Triennale. Fino al 18 aprile 2021. Mostra temporaneamente chiusa a causa della situazione sanitaria. Info: triennale.org



Le visioni di Enzo Mari

A Milano un omaggio (temporaneamente interrotto) al grande designer italiano scomparso di recente
/ 16.11.2020
di Ada Cattaneo

Coscienza critica del design italiano. Etica come fine del progetto. Valore politico della creatività. Queste le parole che ritornano quando si legge di Enzo Mari, fra i pareri dei colleghi e la valutazione degli storici, senza dimenticare che con i suoi oggetti ha vinto ben cinque Compassi d’oro, tra i quali uno alla carriera. Poi si aggiunge la sfera privata, che nella vita di Mari spesso si intreccia con quella professionale. O forse così pare a me, dato che ho cominciato a scoprirlo dai romanzi del figlio Michele («La specifica qualità del mio rapporto con lui è stata nel tempo un ammirato terrore»). Il suo Leggenda privata (aulica perifrasi del più modaiolo «autofiction») conduce nelle vicende della famiglia Mari tanto in profondità da essere doloroso. Ma è agli oggetti di Enzo Mari che si deve guardare, dove si ritrovano tutte le asperità del personaggio, che sono anzi la scintilla dell’invenzione.

Quando scopro che la Triennale gli dedica una mostra monografica non vedo l’ora di visitarla e di raccontarne. È la prima grande esposizione che vedo da molto tempo e l’apertura è per il 17 ottobre. Ironia della sorte vuole che, mentre io ne scrivo, la mostra sia già chiusa a causa delle restrizioni date dalla situazione sanitaria. Ha senso allora parlare di una mostra chiusa? Il seguito degli eventi mi convince di sì.

Il destino è beffardo: Mari scompare il 19 ottobre e il giorno seguente uguale fine spetta a sua moglie, Lea Vergine, grande critica d’arte, curatrice e autrice del libro seminale sulla Body art. Personaggio affascinante fu anche la prima moglie – Iela Mari – con la quale ci fu un sodalizio creativo non comune, testimoniato dai progetti per l’infanzia che i due realizzarono insieme. Ancora oggi nelle biblioteche dei ragazzi si trova una sezione dedicata ai loro libri che furono – insieme a quelli più noti di Munari – fra i primi senza testo, solo illustrazioni, perfettamente accessibili anche ai bambini più piccoli. Un’idea che ancora fa scuola.

Lui era nato a Novara nel 1932. Aveva studiato all’Accademia di Brera e in effetti per i primi anni della sua carriera si dedica all’arte visiva, realizzando opere nell’ambito dell’arte cinetica e prendendo parte alla storica mostra Arte programmata, voluta da Adriano Olivetti e curata proprio da Bruno Munari, la figura più simile a un maestro che Mari ebbe nel corso della sua vita. A partire dal 1956 comincia a occuparsi di disegno industriale, tenendo sempre bene in mente che si deve progettare per la gente comune.

Del tutto estraneo al condizionamento del mercato, interessato invece ai bisogni reali, Mari non nasconde il suo orientamento politico, elencando tutti i modi secondo i quali un designer può partecipare alla lotta di classe. Fra tutti, è forse il concetto di «autoprogettazione» che meglio esemplifica il valore politico del suo progettare: «Nel 1974 pensai che se le persone si fossero esercitate a costruire con le proprie mani un tavolo, per esempio avrebbero potuto sceglierne meglio le ragioni fondanti». Pubblica quindi un opuscolo distribuito gratuitamente a chi ne fa richiesta per la realizzazione in tutta autonomia di alcuni mobili base – tavolo, sedia, libreria, … – con il solo utilizzo di assi di legno e chiodi facilmente reperibili a poco prezzo, partendo dal presupposto che chiunque sappia piantare un chiodo. Il designer nega quindi il suo ruolo commerciale, impegnandosi invece per l’emancipazione del consumatore.

D’altronde nella Milano degli anni Cinquanta, fino ai primi anni Settanta, il rapporto tra design e politica era un elemento assodato, insito in quell’irripetibile fiorire di creatività. Fondamentali furono anche quegli industriali che si assunsero direttamente il rischio di progetti ambiziosi, come Artemide, Driade, Olivetti e Danese, a cui Mari fu fortemente legato. Ripercorrendo la sua produzione, scopriamo che c’è la sua mano dietro a una serie innumerevole di oggetti del quotidiano, dalla sedia impilabile «Delfina» al calendario perpetuo «Formosa», dai «16 animali» alle copertine di Adelphi e Bollati Boringhieri.

L’esposizione alla Triennale di Milano è suddivisa secondo tre grandi linee. Dapprima viene riproposta la mostra curata da Mari nel 2008 presso la GAM di Torino e dedicata interamente alla sua opera. Questo riallestimento ha il doppio valore di presentare il punto di vista dell’autore sulla sua produzione e di dare una panoramica sul suo approccio all’exhibition design, ambito non secondario del suo percorso: ogni aspetto è seguito da Mari personalmente, senza delegare alcunché, dalla progettazione delle teche e dei piedistalli alla redazione dei testi.

Moltissimo spazio è dedicato alle prime produzioni artistiche di Mari, che offrono una chiave di lettura interessante al suo lavoro, già estraneo a qualsiasi tipo di «frin frin», («inconcludente e frivolo» nel milanese familiare del designer). L’arte cinetica rifletteva infatti sui temi della percezione visiva, in un settore quindi che aveva numerosi punti di contatto con il design. Sembra venire da questi anni la sua capacità di usare qualsiasi materiale alla stregua di un foglio di carta: vetro, ceramica, acciaio. A questa prima sezione, si aggiungono degli affondi tematici su suoi progetti specifici di disegno industriale, realizzati a partire dall’archivio di Mari.

Tutto ciò che esso contiene è stato donato dall’autore alla Città di Milano, a patto però che i materiali sia-
no consultabili liberamente solo fra 40 anni perché solo allora «una nuova generazione, non degradata come quella odierna, potrà farne un uso consapevole e riprendere così in mano il significato profondo delle cose».
Infine sono stati chiamati artisti contemporanei a realizzare un contributo – opere o testi – ispirato al lavoro di Mari. Egli è infatti sempre stato un autore molto seguito – apprezzato e al contempo temuto – dagli altri creativi, forse proprio per la sua radicalità.

La curatela della mostra milanese a opera di Hans Ulrich Obrist, fra i nomi più noti ed attivi nell’ambito dell’arte contemporanea internazionale, si esprime quindi anche in questo desiderio di attualizzare il lavoro di Mari tramite una riflessione da parte di artisti del presente. Peraltro Obrist è stato scelto come curatore proprio in forza del suo metodo diretto di interrogazione dell’autore tramite interviste, talvolta pubblicate o in altri casi utilizzate come materiale su cui fondare il lavoro curatoriale. Lo stesso vale per Enzo Mari, come testimoniano i video – riproposti in conclusione della mostra – dei dialoghi di Obrist con l’autore milanese, registrati dalla fine degli anni Novanta.