Dove e quando
Le signore dell’arte. Storie di donne tra ’500 e ’600. A cura di Annamaria Bava, Gioia Mori e Alain Tapié. Palazzo Reale, Milano. Fino al 25 luglio. Catalogo Skira, euro 37.
www.lesignoredellarte.it

Lavinia Fontana, Galatea e amorini cavalcano le onde della tempesta su un mostro marino, 1590 circa. Olio su rame, 48x36,5 cm Collezione privata (Carlo Vannini)


Le signore dell’arte

Opere tutte al femminile a Palazzo Reale di Milano
/ 22.03.2021
di Gianluigi Bellei

In questi ultimi anni abbiamo assistito a un proliferare di esposizioni sulle donne artiste. Si parla sempre di scoperte o riscoperte, ma in realtà chi frequenta i musei sa che le può trovare (volendo fare una visita selettiva). Anche perché di donne si è parlato e scritto sin dall’antichità. Il primo probabilmente è Plinio nella sua Storia Naturale. Cita Timarete, Irene, Calipso, Aristarete, Olimpiade e Iaia. Quest’ultima pittrice di Cizico del I secolo avanti Cristo si è specializzata nei ritratti soprattutto di donne. Dipinge a macchia e «nessuna altra mano fu più veloce della sua e lo fece con tanta arte da superare di molto nei prezzi di vendita i due più famosi ritrattisti di quell’epoca, Sopoli e Dionisio».

Ma facciamo un salto di qualche secolo. Il Vasari nelle Vite dedica una biografia a madonna Properzia de’ Rossi, scultrice bolognese. Il suo è un vero e proprio elogio della donna e per farlo cita alcune guerriere come Camilla, Arpalice, Valasca, Tomiri, Pantasiela, Mopadia, Orizia, Antiope, Ippolita, Semiramide, Zenobia; poetesse come Corinna, Safo, Erinna, Carissena, Teano, Polla…; nell’arte oratoria Sempronia e Ortensia; nelle lettere Vittoria del Vasto, Veronica Gambara, Caterina Anguisola, la Schioppa, la Nugarola, madonna Laura Battiferra per poi arrivare alle pittrici. Termina dicendo che «Possiamo dunque dire col divino Ariosto e con verità che ‘Le donne son venute in eccellenza di ciascun’arte ov’hanno posto cura’».

Nel 1858 Ernst Guhl pubblica a Berlino Die Frauen in der Kunstgeschichte, la prima indagine sull’opera delle donne. Nel 1893 a Parigi Marius Vachon dà alle stampe La Femme dans l’Art che ha come obiettivo la glorificazione della donna come ispiratrice dei grandi geni, come modella, come protettrice dei pittori e come artista. Da allora gli studi e le esposizioni dedicate a loro sono prolificate. 

Torniamo al Vasari. Nella prima edizione delle Vite del 1550 cita solamente la scultrice Properzia de’ Rossi, mentre nella seconda del 1568 all’interno di codesta biografia parla pure di suor Plautilla, figlia di Pietro di Luca Nelli e che probabilmente si chiamava Polissena; madonna Lucrezia figlia di messer Alfonso Quistelli della Mirandola e Soffonisba figlia di messer Amilcaro Anguisciola.

Diverse di queste artiste hanno avuto negli ultimi decenni l’onore di un’esposizione monografica diventando così delle vere e proprie star. Citiamo Elisabetta Sirani a cura di Jadranka Bentini e Vera Fortunati al Museo Civico archeologico di Bologna nel 2004-2005; Lavinia Fontana a cura di Vera Fortunati sempre all’Archeologico di Bologna nel 1994 e le due esposizioni su Artemisia Gentileschi: la prima a cura di Roberto Contini e Gianni Papi a Casa Buonarroti di Firenze nel 1991 e la seconda a cura di Roberto Contini e Francesco Solinas a Palazzo Reale di Milano nel 2011.

È proprio dalle artiste del Vasari che parte l’odierna mostra di Palazzo Reale Le signore dell’arte organizzata da Arthemisia. Per ora chiusa per via della pandemia. La mostra presenta 130 opere di 34 artiste e raccoglie tutto quanto si deve vedere per farsi un’idea del ricco patrimonio estetico di queste personalità a volte famose a volte no, a volte presentate con diverse opere altre con una sola. L’esposizione è visitabile on line oppure tramite il ricco catalogo edito da Skira. Parte dallo Stemma della famiglia Grassi del 1520 realizzato da quel caratterino di Properzia de’ Rossi. Sì, perché come donna che lavora al cantiere di San Petronio di Bologna assieme a tutti quegli uomini doveva essere tosta. Fede ne fanno le carte dell’Archivio criminale dal quale si evince che nel 1520 viene coinvolta per aver piantato nel giardino del vicino 24 piedi di vite e un albero di marasca. Nel 1525 aggredisce e «sgraffigna» il volto del pittore Vincenzo Miola. Muore di sifilide nel 1530 all’Ospedale di San Giobbe. 

Fra le artiste in convento troviamo Caterina Vigri in odore di santità e ovviamente Plautilla Nelli, seguace di Girolamo Savonarola, eccellente miniaturista e disegnatrice. Alcune donne provengono da nobili famiglie e altre sono semplicemente mogli o figlie di artisti. È il caso di Elisabetta Sirani, scomparsa a soli 27 anni, che dipinge nel 1659 il terribile Timoclea che uccide il capitano di Alessandro Magno e Lavinia Fontana con uno splendido Galatea e amorini cavalcano onde della tempesta su un mostro marino del 1590. 

Una nota speciale merita Marietta Robusti detta Tintoretta figlia di Jacopo. Di lei ne parlano sia Raffaello Borghini che Carlo Ridolfi. Il primo scrive che Tintoretto aveva una figlia che «oltre alla bellezza e alla grazia e al saper suonare di gravicembalo, di liuto e di altri strumenti dipinge benissimo e ha fatto molte belle opere».

Segue una sezione dedicata alle accademiche. La prima donna ammessa a un’associazione di artisti è Diana Scultori nel 1580 accolta nella Compagnia di San Giuseppe di Terrasanta di Roma. A Firenze l’Accademia delle arti e del disegno fondata da Giorgio Vasari nel 1563 accoglie Artemisia Gentileschi nel 1616. All’Accademia di San Luca di Roma sono ammesse molte donne come Lavinia Fontana, Giovanna Garzoni, Elisabetta Sirani, Virginia Vezzi, Maddalena Corvina, Isabella Parasole e altre. L’ultima sezione è tutta dedicata ad Artemisia Gentileschi definita da Filippo Baldinucci nelle sue Notizie dei professori del disegno da Cimabue in qua del 1846 «vaghissima d’aspetto e valente pittrice quanto mai altra femmina».

Quello che si nota subito osservando le opere è l’assenza di nudi maschili e quest’ultimi sono senz’altro l’ossatura della pittura, come lo studio dell’anatomia. Ma d’altronde non possiamo pretendere troppo e dobbiamo accontentarci di quelli femminili.

Infine due parole sulle indagini diagnostiche volute dalla Fondazione Bracco su due ritratti del duca Emanuele Filiberto di Savoia e del figlio Carlo Emanuele I, opere di Giovanna Garzoni del 1632-37. Si tratta di due guazzi su pergamena in cui le indagini non invasive hanno rivelato, fra le altre cose, i tipici colori usati in quel periodo per la carnagione: il vermiglione, l’ocra e la terra rossa, la barba e i capelli dipinti con terra di Siena bruciata e gli occhi con lapislazzuli.