Le insidie della profetessa dei numeri

L’Islanda unisce migliaia di voci per salvare la lingua dalla «morte digitale»
/ 08.03.2021
di Irene Peroni

Chissà che faccia avrà fatto Bob Chapek, amministratore delegato della Walt Disney Company, quando all’inizio di febbraio si è ritrovato sulla scrivania una lettera su carta intestata firmata della ministra dell’istruzione islandese, Lilja Aldredsdóttir, che gli rivolgeva un accorato appello.  

«La nostra lingua è il nocciolo della cultura e dell’identità del nostro popolo», spiegava la ministra, che si diceva «delusa» che i film per bambini e ragazzi trasmessi dalla Disney +, piattaforma di video in streaming lanciata in Islanda un paio di mesi prima, non fossero né doppiati, né sottotitolati in islandese.

Sembra paradossale ma la lingua dei vichinghi, sopravvissuta indenne per più di mille anni, rischia ora di essere messa in ginocchio da videogiochi e canali digitali «on demand» – soprattutto considerato che il 58% dei bambini al di sotto dei due anni già utilizzano smartphone, tablet o computer, come ha rivelato uno studio della University of Iceland.

«Mio figlio Sigurður ha ricevuto la Playstation 5 soltanto qualche mese fa; da allora ha preso l’abitudine di parlare un misto di islandese e inglese quando gioca con i suoi amici», spiega Sólveig Kristín Sigurðardóttir, ingegnere civile di Reykjavík. «E il fratello minore, Þórdís, di otto anni, fa la stessa cosa: ripete in inglese frasi apprese dai suoi youtubers preferiti», racconta. «Quando li correggo si straniscono e mi dicono: “dài mamma, quanto sei all’antica!”».

Il fenomeno è noto a livello mondiale, e per quanto riguarda l’Europa minaccia svariate altre lingue, sia regionali che nazionali. Tra queste ultime figurano lettone, lituano, gallese e maltese. Ma gli islandesi sono stati particolarmente caparbi nel preservare la propria, e ne vanno orgogliosi. Basti pensare che ancora oggi utilizzano due lettere dell’antico alfabeto runico: la Þ e la ð, che equivalgono ai due suoni, rispettivamente duro e morbido, del «th» inglese. E così il governo di Reykjavík è corso ai ripari, finanziando lo sviluppo di un software che riesca a capire e parlare l’islandese.  

«Stiamo implementando questo programma tecnologico per salvare la nostra lingua dalla morte digitale: mi riferisco all’onnipresenza dei dispositivi digitali nella nostra vita quotidiana, e al fatto che non possiamo usarla quando comunichiamo con e attraverso queste tecnologie», ci racconta Jóhanna Vigdís Guðmundsdóttir, direttore esecutivo di Almannarómur, il centro per le tecnologie linguistiche in Islanda. «Poiché si tratta di una lingua parlata soltanto da 350mila persone, creare una simile infrastruttura per un mercato così limitato non è redditizio; e dunque per noi è stato subito chiaro che avremmo dovuto farlo da soli», spiega.

L’idea sembra infallibile: chiunque voglia commercializzare un prodotto digitale per il mercato islandese, troverà a propria disposizione un patrimonio tecnologico di alta qualità e con licenza libera, pronto a essere utilizzato. E ciò riguarda anche colossi quali le case produttrici dei telefoni Android e la Apple. Migliaia di cittadini, compresi gli alunni delle scuole, hanno collaborato con entusiasmo a questo sforzo collettivo, una vera e propria raccolta di voci, pronunce e accenti: basta recarsi sul sito web samromur.is, e registrarsi mentre si legge una frase o un breve testo. In meno di un anno e mezzo sono stati raccolti più di un milione di campioni vocali. 

Ma perché i software di riconoscimento vocale sono così cruciali per quanto riguarda la sopravvivenza di alcune lingue?

Già oggi, i nostri smartphone sono dotati di assistenti virtuali, come Siri, la primogenita, creata per l’iPhone nel 2011. Secondo gli esperti del settore, nei prossimi anni i comandi vocali diventeranno onnipresenti nel nostro quotidiano. Li useremo per attivare e regolare ogni tipo di apparecchi domestici, per interagire con la nostra automobile e perfino per svolgere operazioni sul nostro conto in banca. È ovvio che ciascuno vorrebbe farlo nella propria lingua, sempre che il software sia in grado di capirla. 

E qui entrano in ballo le lingue minori: per quelle parlate da poche migliaia di persone, si prospetta il rischio di dover impartire i comandi in inglese o in un’altra tra le lingue più diffuse. 

Forse gli islandesi ci avevano visto giusto fin dagli albori dell’era digitale. Quando nel lontano 1964 giunse a Reykjavik il primo computer, lo ribattezzarono tölva, crasi di tala (numero) e völva, una profetessa dell’antica mitologia nordica. Per i moderni vichinghi il computer è dunque «la profetessa dei numeri», e l’email (tölvupóstur) è «la posta della profetessa dei numeri». 

Negli ultimi anni però, questo purismo linguistico sta mostrando delle crepe profonde. Dopo il crack economico del 2008 e il conseguente crollo della corona islandese, si è assistito a un’enorme crescita del settore turistico visto che i prezzi, un tempo assolutamente proibitivi, sono diventati più abbordabili. Insieme ai turisti (oltre due milioni l’anno prima che scoppiasse la crisi del covid) sono arrivati molti lavoratori stranieri, ed è diventato necessario rendere più decifrabili scritte e menù di vario genere.

Jóhanna Vigdís Guðmundsdóttir rimane ottimista sulla riuscita del progetto, e conclude ricordando che essere troppo rigidi può essere controproducente, e che è importante coinvolgere tutti: «Siamo molto orgogliosi della nostra lingua e delle sue radici, ma dobbiamo anche assicurarci di essere inclusivi. La lingua non dovrebbe mai essere utilizzata per definire un “noi” e un “loro”: le lingue devono unire, non dividere».