Bibliografia
Carole Talon-Hugon, L’arte sotto controllo. Nuova agenda sociale e censure militanti, Monza, Johan&Levi editore, 2020



L’arte controllata

Nel lavoro della filosofa francese Carole Talon-Hugon alcune interessanti riflessioni sul ruolo della morale e della political correctness nelle diverse forme d’arte
/ 16.11.2020
di Emanuela Burgazzoli

Negli scorsi mesi abbiamo visto statue cadere e venire distrutte, monumenti imbrattati, film rimossi da piattaforme digitali, perché simboli o portatori di un passato razzista, schiavista o sessista. Segno che i conti con la memoria storica, ma soprattutto con i valori del nostro presente non li abbiamo fatti. Anche nel mondo dell’arte si moltiplicano gli episodi di rimozione e censura (o autocensura) in nome del politicamente corretto; basti ricordare la petizione – sull’onda del movimento #metoo – contro la Thérèse rêvant di Balthus al Moma di New York, o i poster contestati in occasione della mostra dedicata ai dipinti di Schiele a Vienna, fino all’annullamento di una mostra di Leonardo Shaun da parte del Museo d’arte contemporanea di Cleveland, perché denunciava la brutalità della polizia americana (qualche mese prima dell’uccisione di George Floyd). La direttrice del museo si è giustificata adducendo il rischio di «turbamento» di una città impreparata ad affrontare il trauma di queste esperienze di dolore.

La svolta moralizzatrice dell’arte contemporanea è l’oggetto dell’utile saggio della filosofa francese Carole Talon-Hugon, Arte sotto controllo, uscito per le edizioni Johan e Levi di Milano. L’autrice enumera una serie di casi emblematici, osservando che la critica etica prende di mira non soltanto le opere in sé stesse (e qui si pone la delicata questione se e come giudicare l’immoralità di un’opera d’arte) per il valore estetico conferito a contenuti giudicati «sconvenienti» oppure perché ritenute in grado di suscitare emozioni «corruttrici», o perché disdicevoli sono le circostanze in cui sono state create o perché infine vengono offuscate dalla cattiva condotta del loro autore (come è toccato a Roman Polanski o a Woody Allen). Oggi non sono infrequenti le accuse di «appropriazione culturale indebita» (un’attrice è legittimata a interpretare un ruolo di un transgender senza esserlo?).

L’altro aspetto interessante analizzato da Talon-Hugon è quello del «moralismo» che sembra appartenere all’arte stessa, in particolare a quella che dichiaratamente persegue fini sociali, schierata in molteplici cause; da quella ambientale, come per la star dei musei d’arte contemporanea Olafur Eliasson (anche se il trasporto di ghiaccio artico alla Tate è stato prontamente criticato…) a quella dei migranti, come nelle installazioni di Kader Attia e di Maurizio Cattelan, dalla lotta postcoloniale alla battaglia contro le discriminazioni sessuali o etniche. Non stupisce il fatto che trovi sempre più spazio l’arte documentale, con opere che somigliano più a indagini storiche e sociologiche, in cui l’artista ricorre a video-testimonianze, archivi, grafici. E sempre più spesso le installazioni rimandano a un simbolismo che deve essere spiegato con specifiche «istruzioni per l’uso», testi che servono a disinnescare possibili controversie di natura morale.

Il fatto è che – osserva la filosofa francese – se in passato l’arte era l’espressione di un’etica al servizio della causa universale dell’umanità (come la fratellanza per Tolstoj), oggi invece le cause si sono moltiplicate, tante quante sono le categorie di persone o le associazioni che rappresentano determinate minoranze. Ma il risultato di questa «ossessione per le differenze», con una critica censoria che è subito pronta a rilevare la natura offensiva o trasgressiva di certa arte, è che alla fine «promuove le comunità chiuse, l’intolleranza e il sospetto», constata Talon-Hugon.

In una prospettiva storica il rapporto fra arte ed etica è antichissimo; finché il bello ha coinciso con il buono, la critica moralizzatrice ha attraversato i secoli da Platone a Schiller, prima della svolta formalista e dell’autonomia conquistata dall’arte per l’arte nell’Ottocento e prima della svolta trasgressiva delle Avanguardie storiche. Ma è vero anche che ormai l’arte ha da tempo integrato il brutto, l’osceno e il perturbante (si pensi alla body art più estrema). Ci si chiede se è giusto giudicare l’arte secondo parametri (quelli della morale) esterni all’arte e anche se, così facendo, non si attribuiscano poteri all’arte (come quella contemporanea seguita da una cerchia ristretta di accoliti) che essa in realtà non possiede («L’arte non ha nessun potere sull’azione» ci ricorda Oscar Wilde nel suo Dorian Gray). Quale impatto invece hanno oggi i post dei più seguiti «influencer»? si chiede la filosofa.

L’antidoto a questa nuova imperante ascesa del politicamente corretto non dovrebbe essere soltanto la rivendicazione della libertà d’espressione. Se esiste uno spazio legittimo nell’arte per un giudizio morale, non c’è invece spazio per un moralismo integralista. Oggi – avverte l’autrice – «c’è il forte rischio che la svolta moralizzatrice dell’arte contemporanea conduca a una balcanizzazione della cultura in cui l’arte, così come l’etica, hanno più da perdere che da guadagnare». E forse questa frammentazione dell’etica in etiche di categorie e questo sfaldarsi dell’arte in arte sociale – aggiungiamo noi – è anche il segnale di un cedimento nei confronti di rassicuranti e insidiose semplificazioni della realtà.