Bibliografia
Nava Ebrahimi, Sedici parole, traduzione di A. Lorenzini, Ed. Keller, 2020



L’altra lingua, quella delle origini

L’affascinante esordio letterario di Nava Ebrahimi
/ 27.07.2020
di Luigi Forte

Parole, parole, parole, cantava un tempo Mina, e dietro il vuoto dell’amore promesse intessute di sillabe e di suoni. Non giungevano da lontano con il peso di un passato che non lascia scampo, avvolgenti e dispotiche come quelle enumerate da Nava Ebrahimi nel suo intenso romanzo autobiografico Sedici parole, egregiamente tradotto da Angela Lorenzini per l’editore Keller. All’inizio fu una sola, ricorda nel prologo la scrittrice di lingua tedesca ma di origini iraniane. Poi vennero le altre, agili e svelte, e nulla avevano a che fare con la sua vita di tutti i giorni.

Lei, nata a Teheran nel 1978, figlia di emigrati, è cresciuta a Colonia dove ha studiato giornalismo ed economia. Quei termini stranieri, di cui si sentiva ostaggio, le ricordavano che c’era ancora un’altra lingua, la lingua madre legata al suo mondo originario. Una sorta d’incantesimo che andava spezzato per ritrovare la strada del tempo, rianimare figure e icone dell’infanzia. È stato sufficiente tradurre, uno dopo l’altro, quei vocaboli ed ecco affiorare liberamente il racconto. Complice un triste evento: la morte dell’amata nonna, Maman bozorg, che riporta in patria per le esequie, nel paese di Mashhad, la protagonista Mona e sua madre. E le proietta in una realtà cangiante e chiacchierina, in una nuvola di affetti e di presenze in cui troneggia baldanzosa la buonanima.

Disinvolta e decisa pensa all’amore, schiocca le dita e muove le spalle ritmicamente come un’adolescente ipnotizzata dal ritmo del pop persiano che dilaga dalla tv, incita la nipote a guardarsi intorno giacché gli spasimanti non mancano e non esita a ricordarle che «l’Iran è diventato tutto una grande casa di piacere! Persino le novantenni, che per trovargli la kos devi rovistare, si divertono senza problemi».

Ecco come la ricorda sua nipote alle prese con una madre che dai furori gaudenti della genitrice non ha ereditato granché. Anzi, è stata sacrificata sull’altare delle avventure sentimentali della sua vecchia che la diede in moglie, tredicenne, al proprio spasimante. La sposa dimostrava più anni di quel che aveva, ma il cervello era quello di una ragazzina ancora sulla soglia della vita che impazziva per le minigonne e sognava il grande amore.

Insomma, quel triste viaggio diventa per Mona il lento e intenso recupero di una storia lontana che attraverso voci casalinghe fa riemergere un intero paese. Non il canto della nostalgia, ma la ricerca di un’identità su cui è stata costruito, quasi inconsapevolmente, il suo presente. È come se Ebrahimi cercasse il piedistallo della propria esistenza saldando nell’esperienza di Mona due mondi quasi inconciliabili. Bastava sciogliere il segreto delle parole perché la ragazza di Colonia ritrovasse la voce travolgente delle origini. A cominciare da kos, la vagina, uno dei temi preferiti della nonna, anche quand’era in visita dai parenti in Germania, su cui prese a illuminare la nipote fin da piccola.

Raccontava barzellette e storielle, ma non tralasciava memorabili asserzioni. «Se la kos fosse una cosa da mostrare in giro – diceva a quella povera innocente – allora il buon Dio ce l’avrebbe messa in fronte». E fingeva di scandalizzarsi di fronte a qualche porno a tarda sera in tv, ma poi rimaneva incollata allo schermo a guardarsi Ultimo tango a Parigi urlando «Oh mio Dio, col cappotto e gli stivali… in Iran finirebbero giustiziati all’istante!».

Nava Ebrahimi lascia spazio con tenerezza e ironia a quel colorito mondo femminile che tradizioni e severe consuetudini sociali privano di ogni vera autonomia e libertà. Dalla sua distanza di cittadina europea sa tuttavia cogliere la profonda sostanza umana di cui lei stessa nella sua riflessione letteraria è ora più che mai parte. Così come quel ritorno alle origini le fa capire il dolore della madre, sposa giovanissima, emigrata, separata poi dal marito e incapace di ritrovare una vera identità. Sedici parole è una sorta di gioco degli specchi, un costante riflesso nel tempo e nello spazio di destini senza un vero ubi consistam.

Del resto la stessa Mona, un tempo giornalista come l’autrice, rivede durante il suo breve soggiorno il collega Ramin, l’amore di un tempo che anche ora non disdegna. Lui è sposato e forse andrà a lavorare in America. Un attimo del passato li unisce ancora, poi via verso Colonia dove già l’aspetta Jan per una gita sulle rive del Reno e tante altre parole. Ma non sarà possibile dimenticare quelle del passato, dalle quali è riemersa anche la figura del padre comunista, segregato dal regime, uomo di talento che in Germania ha perso la sua vera identità: per vivere, lui che aveva studiato e professato con coraggio una fede politica, apre un piccolo negozietto di frutta e verdura.

Gli specchi della storia riflettono immagini cangianti mentre le speranze si dissolvono nel pesante mormorio del giorni. Eppure lo sguardo di Mona rapisce il lettore affascinato da una scrittura così scorrevole e avvolgente da trasformare la memoria in un presente senza tempo. Forse è vero, come qui si dice che «la vita è un bambino che torna da scuola». Anche Mona è stata tra i banchi del suo passato per raccontare mille storie con il sorriso antico dell’infanzia.