Dove e quando
Aoi Huber Kono. Acqueforti, Acrilici, Arazzi. Museo d’Arte Mendrisio. Fino al 5 settembre 2021. Orari: da me a do 14.00-18.00, lu e ma chiuso. www.mendrisio.ch/museo
Nakama: Aoi Huber Kono/Victoria Diaz Saravia. Galleria Doppia V, Lugano. Fino al 13 agosto 2021. Per informazioni e orari: info@galleriadoppiav.com; +41 91 9660894.

Aoi Huber Kono, Animal puzzle, 2008. Plexiglas, cm 5 x 20


La profondità della leggerezza

L’artista Aoi Huber Kono celebrata in Ticino grazie a due esposizioni
/ 09.08.2021
di Alessia Brughera

Se avessimo a disposizione poche parole per descrivere le opere di Aoi Huber Kono, quelle che si affaccerebbero subito alla mente sono raffinata semplicità e gioia cromatica.

Di lei Bruno Munari, uno dei più eclettici e originali protagonisti dell’arte, del design e della grafica del XX secolo, nel 1995 elogiava la capacità, ereditata dalla tradizione giapponese, «di scoprire un altro modo di vedere e di capire il mondo che ci circonda», grazie alla quale l’artista è sempre riuscita a rappresentare le forme della realtà con una seducente delicatezza e con un approccio ludico. Non a caso, proprio lo stesso Munari, che tanto si è adoperato per lo sviluppo della fantasia nell’infanzia attraverso l’esperienza ricreativa, aveva trovato nel termine nipponico «asobi», che significa arte ma anche gioco, la definizione che racchiude al meglio l’essenza della produzione di Aoi Huber Kono. 

Conosciuta e apprezzata a livello internazionale e molto amata in Ticino, dove si trasferisce nel 1970 insieme al marito Max Huber, l’artista ancora oggi, all’età di ottantacinque anni, lavora e partecipa alla vita culturale del cantone. La sua è una figura poliedrica e curiosa, la cui attività, che spazia dalla pittura all’illustrazione, dal design alla grafica e all’incisione, è sempre stata mossa dall’esigenza di esplorare nuovi territori creativi.

Il linguaggio che sin dagli esordi caratterizza le sue opere mescola incanto infantile, essenzialità, ironia ed esultanza dei colori, ben sintetizzati tra loro nell’affiatata interazione di due culture, quella orientale delle origini, fatta di compostezza e di intimità, di candore e di spontaneità, e quella occidentale, con cui l’artista entra in contatto a partire dagli anni Sessanta e che arricchisce il suo immaginario con importanti impulsi estetici.

Figlia di un celebre designer e di una copywriter, Aoi Huber Kono è immersa fin dalla giovinezza in un contesto particolarmente stimolante. Dopo gli studi all’Università di Arte e Musica di Tokyo e dopo un soggiorno a Stoccolma, dove segue un corso di perfezionamento in grafica, nel 1961 approda a Milano. È qui che conosce lo svizzero Max Huber (in quegli anni graphic designer già molto affermato, impegnato in eccellenti collaborazioni con alcune delle aziende italiane più note), con cui incomincia a lavorare e che sposerà l’anno seguente. Nel fervido ambiente creativo meneghino l’artista riesce a ritagliarsi un suo spazio accanto al consorte nel campo della grafica e del design, continuando sempre a portare avanti l’attività di pittrice e applicandosi anche ad altri ambiti, come quello dell’editoria per l’infanzia.

Quando negli anni Settanta si trasferisce con Max Huber in Canton Ticino inizia anche a sperimentare l’incisione, spronata, tra gli altri, da Mario Radice, uno dei capiscuola della corrente astratta, il quale intuisce subito come i suoi disegni dalle cadenze di lirica suggestione si sarebbero ben prestati a essere tradotti nella tecnica incisoria.

I lavori degli anni Ottanta svolti in partecipazione con il designer Achille Castiglioni e con l’architetto Mario Botta, poi, non fanno altro che testimoniare ulteriormente l’attitudine di Aoi Huber Kono ad aprire il proprio universo creativo in molteplici direzioni, ignorando qualsiasi gerarchia fra i vari generi e mantenendo sempre viva l’euforia inventiva.

Sono due le mostre che in questo periodo in Ticino celebrano la multiforme opera dell’artista. 

La prima è la personale organizzata al Museo d’arte Mendrisio, istituzione con cui Aoi Huber Kono ha instaurato da molti anni un proficuo rapporto di collaborazione (suo, ad esempio, è il progetto grafico per il catalogo della rassegna del connazionale Kengiro Azuma del 1994). L’esposizione raduna un nucleo di dipinti in acrilico di recente realizzazione, una quindicina di acqueforti nonché alcuni tappeti e oggetti in plexiglas, a documentare i tanti proficui dialoghi che l’artista ha saputo intessere con forme espressive diverse, mossa com’è dalla convinzione che la vera arte si sviluppi proprio all’insegna dell’osmosi tra più discipline creative, come fossero vasi comunicanti. 

Gli acrilici esposti sono popolati da segni e simboli astratti che si animano grazie all’utilizzo disinvolto di cromie radiose. Ed è proprio il colore, infatti, uno dei caratteri distintivi dell’opera di Aoi Huber Kono, che sin dagli inizi della sua carriera, nel vasto panorama della cultura figurativa occidentale, non a caso, trova nella pittura di Matisse il suo principale punto di riferimento. In questi lavori eseguiti durante il lockdown, linee e forme semplici ma irregolari, evocative della natura, occupano armoniosamente la superficie, creando composizioni che richiamano, secondo una cifra stilistica che rimane sempre estremamente peculiare, gli esiti di maestri quali Paul Klee o Julius Bissier. 

Dai toni vivi e luminosi sono altresì le acqueforti, opere in cui si sviluppa un intreccio vibrante che fonde tratto e colore in una sintesi ritmica quasi musicale. A insegnare la tecnica incisoria ad Aoi Huber Kono è stato alla fine degli anni Settanta il lariano Angelo Tenchio, al cui rinomato atelier l’artista era stata indirizzata da Mario Radice.  

Quanto linee e cromie si compenetrino tra loro nel linguaggio di Aoi Huber Kono è dimostrato inoltre dai tappeti presenti a Mendrisio, arazzi datati 2002 accanto ai quali sono esposti i bozzetti preparatori, e dalle creazioni in plexiglas, tra cui spiccano alcuni cubi trasparenti dove la fitta trama di segni viene esaltata attraverso la luce.

Il secondo omaggio ad Aoi Huber Kono è una piccola ma ben curata rassegna allestita presso la Galleria Doppia V di Lugano che raccoglie una selezione di serigrafie dell’artista messa a colloquio con opere dell’argentina Victoria Diaz Saravia. Questi lavori sono stati realizzati da Aoi Huber Kono dal 1970 al 1989, periodo in cui apprende e perfeziona la tecnica serigrafica con Paolo Minoli, apprezzato artista che nella sua Cantù dirige in quegli anni un laboratorio frequentato, oltre che da Max Huber e dal già citato Bruno Munari, da altri importanti nomi, quali Piero Dorazio e Luigi Veronesi.

Anche nelle serigrafie Aoi Huber Kono indaga a fondo gli aspetti spaziali e le potenzialità delle tinte, dando vita a opere in cui linee e forme vengono accostate tra loro nel perfetto equilibrio dei pieni e dei vuoti e nella leggiadra geometria impostata su rapporti cromatici sempre nuovi. Con la sua capacità di rendere essenziale e rarefatta la realtà, Aoi Huber Kono ci regala immagini che appaiono come delicate poesie sospese nell’emozione del colore. Piccole, preziose porte che si aprono verso la serenità.