Dove e quando

Aldo Rossi. Design 1960-1997, Museo del Novecento, Milano. Fino al 6 novembre 2022. Ma-do 10:00-19:30; gio 10:00-22:30. www.museodelnovecento.org

Aldo Rossi, Riflessi della luce elettrica sull’acciaio, 1985, Collezione privata (© Eredi Aldo Rossi, courtesy Fondazione Aldo Rossi)

La nuova eredità intellettuale di Aldo Rossi

L’architetto scomparso nel 1997 al centro di una mostra che oltre al design racconta il suo amore per gli oggetti vecchi
/ 26.09.2022
di Ada Cattaneo

Nel 1990 Aldo Rossi riceve il Pritzker Prize, il riconoscimento internazionale più significativo per un architetto. Era stato preceduto da Frank Gehry e l’anno successivo sarebbe toccato a Robert Venturi. Tre autori che – ciascuno in modo peculiare e personale – sono stati determinanti per superare il lungo strascico del Moderno. In equilibrio fra architettura e design, arte (con la sua fascinazione per la Metafisica) e ricerca, Rossi sembra voler conciliare tutti questi ambiti nei propri progetti. In un continuo gioco di connessioni e rimandi, fa della tradizione il suo materiale creativo. Suo è il concetto nodale di «città analoga», che in effetti rappresenta anche un trait d’union con la Svizzera. Siamo nel 1972 e Rossi è docente al Politecnico di Milano: in seguito alle contestazioni del 68 viene sollevato dall’insegnamento, come capitò a molti altri docenti in quegli anni. Arriva così a insegnare per tre anni al Politecnico di Zurigo, grazie alla mediazione dei ticinesi Fabio Reinhart e Bruno Reichlin. È anche con il loro contributo che egli sviluppa l’idea di un città che sia «compressione del tempo nello spazio», dove il pensiero analogico, la capacità di trovare connessioni e somiglianze fra contesti anche distanti fra loro, è punto di partenza e di arrivo di ogni realizzazione.

Una mostra in corso a Milano, aperta in occasione della pubblicazione del catalogo ragionato della sua opera, approfondisce l’esperienza di Aldo Rossi, con particolare attenzione al mondo del design. La sua esperienza in questo settore è infatti estremamente ampia: elabora arredi e oggetti, molti dei quali ancora oggi in produzione, sperimentando con metalli e legno, pietra e porcellana, tessuti e materiali plastici. Anche per i più restii ad addentrarsi in questo settore non risulterà del tutto estranea la silhouette de «La cupola», caffettiera che oggi è esempio notorio di questo rapporto fra l’autore e il disegno industriale, progettata per Alessi nel 1988. Ma i produttori con i quali lavora sono molti: da Richard Ginori a Molteni, da Artemide a Rosenthal.

La curatrice della mostra è Chiara Spangaro, che dirige anche la fondazione dedicata al lascito dell’architetto. «L’esposizione è frutto di un lavoro di alcuni anni» spiega. «Quando ho cominciato a lavorare con Germano Celant all’archivio Aldo Rossi ho deciso di indagare i vari ambiti della sua ricerca. Perciò sono andata a rintracciare tutti i produttori che avevano realizzato oggetti da lui ideati per comprendere la sua storia in maniera più completa. Spesso queste realizzazioni si sono rivelate essere l’esito di vicende molto più ampie».

L’allestimento, invece, è stato disegnato da Morris Adjmi, che è stato per molti anni collaboratore e poi associato di Rossi presso lo studio di New York. Anche in forza di questa consuetudine fra i due, si tratta di un progetto molto libero, che solleva la mostra dall’accademismo che, soprattutto in Italia, è legato a questo autore. «Aldo Rossi è strettamente connesso agli anni Ottanta, quindi spesso viene letto in relazione alla molto discussa eredità estetica di quegli anni. Al contempo è però rimasto uno dei capisaldi dell’architettura, soprattutto dal punto di vista teorico. Era quindi difficile provare a rileggerne la memoria in chiave diversa o a considerarlo sotto una luce che non fosse quella del periodo Postmoderno» spiega Chiara Spangaro. A 25 anni dalla sua scomparsa, è oggi possibile una forma di liberazione da questa impalcatura che lo accompagnava. La sua figura di mostro sacro dell’architettura non permetteva tanti confronti o riletture. Ma oggi si assiste all’emergere di una nuova eredità intellettuale, già presso generazioni che hanno adesso fra i 30 e i 40 anni.

Anche nella progettazione su piccola scala, Rossi segue le stesse linee che caratterizzano la realizzazione di edifici. Il modulo del quadrato e la forma del cubo sono, per esempio, uno degli stilemi che ritorna, dal suggestivo cimitero di San Cataldo a Modena (1971-1978) al disegno di arredi domestici e di oggetti d’uso, come la pentola «Cubica», ispirata dalla tradizione culinaria del Giappone, luogo di ispirazione e di commissioni per Rossi. Punto di partenza dell’architetto, Milano ospita la mostra proprio a pochi passi dal Duomo, che per lui ha sempre rappresentato fonte di ispirazione e di fascino, che ritorna in molti suoi progetti. Lo si vede anche nei molti disegni esposti, come Interno milanese con persona che osserva il Duomo con nebbia del 1989. Conclude il percorso espositivo una commovente ricostruzione della cucina di Rossi, a partire anche dalle fotografie che ne scattò il fotografo Luigi Ghirri: i due non ebbero una frequentazione intensa, ma le immagini commissionate per documentare alcune architetture esprimono a pieno le affinità che li accomunano. Prototipi di suoi progetti a objet trouvé si alternano ad anatre in legno e vedute turistiche d’antan, stampe di Piranesi e caffettiere americane, per finire con un tipico tavolo rustico fedelmente replicato in pregiato marmo grigio.

Uno spazio personale che fa capire il rapporto fra Rossi e la sua storia e racconta il tipo di amore che egli aveva anche per gli oggetti vecchi (e non solo quelli antichi): un sistema complesso, che è anche il suo sistema di progettazione, dove convivono spunti dalla tradizione e dalla realtà a lui contemporanea.