Dove e quando
La reinterpretazione del classico: dal rilievo alla veduta romantica nella grafica storica. m.a.x. museo, Chiasso. Fino al 12 settembre 2021. Orari: ma-do 10.00-12.00/14.00-18.00. www.centroculturalechiasso.ch

Nicolas Mosman, Antinoo, bassorilievo presente nella villa del Cardinale Alessandro Albani, incisione inserita in J.J. Winckelmann Monumenti Antichi inediti n. 180, 1767, incisione all’acquaforte (Collezione d’arte m.a.x. museo, Chiasso)


La modernità dell’antico

A Chiasso va in scena la reinterpretazione del classico nelle incisioni del Settecento e dell’Ottocento
/ 05.04.2021
di Alessia Brughera

Esauriti il gusto per lo sfarzo e l’esuberanza dell’epoca barocca, intorno alla metà del XVIII secolo l’Europa è alla ricerca di nuovi modelli culturali ed estetici attraverso cui poter riconquistare la sobria eleganza delle origini. Gli occhi e lo spirito invocano adesso un ritorno ai principi di armonia e di proporzione, quegli stessi principi che animavano il mondo della classicità greco-romana. Ecco allora che proprio l’antico diviene in questo periodo una preziosa fonte di ispirazione, una sorta di faro capace di guidare il presente verso un sicuro approdo ai più alti ideali di bellezza.

La riscoperta del ricco patrimonio dell’arte greca e di quella romana è incentivata dai numerosi ritrovamenti archeologici del tempo, primi fra tutti quelli delle città di Pompei e di Ercolano, di Villa Adriana a Tivoli e dei templi di Paestum, testimonianze che destano l’ammirazione nei confronti di civiltà ormai scomparse ma stupefacenti. L’antichità viene così recuperata per la sua valenza estetica ed etica, con la convinzione che solo emulandola sia possibile ottenere quell’equilibrio tra uomo e natura in grado di produrre un’arte vicina alla perfezione.

Profondamente persuaso da questo pensiero è il bibliotecario, archeologo e storico dell’arte Johann Joachim Winckelmann, massimo teorico del Neoclassicismo, per cui «l’unica via per divenire grandi e, se possibile, insuperabili, è l’imitazione degli antichi». Attingere al passato, nelle forme e nei contenuti, significa per l’erudito tedesco trovare un prezioso modello da rapportare alle istanze stilistiche e morali della sua epoca, al fine di rintracciare un fondamento razionale al bello e raggiungere quella «nobile semplicità» e quella «quieta grandezza» che avevano caratterizzato soprattutto l’arte ellenica.

Sulla scia delle idee di Winckelmann, diffondere il grande patrimonio artistico dell’antichità diventa una prassi adottata da molti incisori del Settecento e dell’Ottocento, che, cogliendo appieno lo spirito del tempo, restituiscono attraverso l’espressione grafica monumenti e opere d’arte del periodo classico permettendone lo studio e l’approfondimento. La rappresentazione fedele di queste «tracce» costituisce così l’avvio della valorizzazione dell’antico nell’ottica di comprendere il passato per poterlo rielaborare e attualizzare a beneficio della crescita intellettuale della società moderna.

A ripercorrere il fenomeno della reinterpretazione del classico tra XVIII e XIX secolo attraverso la produzione incisoria è la mostra allestita negli spazi del m.a.x. museo di Chiasso, una rassegna curata da Susanne Bieri e Nicoletta Ossanna Cavadini che si avvale di quasi duecento opere provenienti da prestatori pubblici e privati.

L’esposizione prende avvio proprio con una selezione delle incisioni volute da Winckelmann per i suoi Monumenti antichi inediti, una pubblicazione immane, a cui lo studioso lavora per sette anni, che raccoglie molti dei reperti da lui ammirati nelle collezioni della sua cerchia di cultori della classicità, prima fra tutte quella del cardinale Albani. Edita nel 1767 e scritta in lingua italiana, in essa tutte le descrizioni delle opere d’arte sono accompagnate dalle relative grafiche, in una visione assolutamente innovativa per l’epoca dove narrazione e illustrazione godono di un rapporto del tutto paritario.

Quanto Winckelmann credesse in questo progetto lo dimostra il fatto che abbia pagato di tasca propria, con il suo non certo cospicuo stipendio di bibliotecario, l’onerosa parte iconografica, curata nei minimi dettagli affinché potesse emergere il concetto di idealizzazione mitica dell’arte greca. Le opere presenti nella rassegna mostrano difatti come gli incisori abbiano utilizzato un tratto nitido e pulito, con un chiaroscuro poco contrastato, proprio per rappresentare al meglio la purezza della classicità. In questi lavori il monumento o l’oggetto antico appaiono sempre decontestualizzati, così come da direttiva dello stesso Winckelmann, che tra l’altro costringe tutti gli autori all’anonimato, eccezion fatta per Nicolas Mosmas, artista di fama a cui viene concessa la possibilità di firmare la splendida incisione a bulino, esposta in mostra, raffigurante il giovane greco Antinoo.

Caratterizzate da un’intonazione più drammatica sono le tavole dell’artista veneziano Giovanni Battista Piranesi, approdato nella Città Eterna nel 1740 e da quel momento impegnato a celebrare con la sua potenza immaginifica la grandiosità dell’arte romana. Le sue opere raccolte a Chiasso, tra cui spiccano alcune incisioni delle Vedute di Roma, le Lapides Capitolini con Antichità di Cora e Castello dell’Acqua Giulia nonché grafiche tratte da quel capolavoro di libertà compositiva che sono Le Carceri, introducono il visitatore nella querelle che infervora il Settecento, ovvero il dibattito tra due differenti visioni dell’antico, quella filoellenica incentrata sul bello ideale, di cui Winckelmann si fa promotore, e quella legata alla supremazia estetica romana, che vede proprio il Piranesi in prima fila. L’artista italiano, difatti, è fermamente convinto della superiorità dell’architettura della Roma repubblicana e non manca di esaltarne le impeccabili tecniche di costruzione e la grande inventiva: nelle sue incisioni dal chiaroscuro accentuato, nate da una precisa presa di posizione politica e sociale, egli esprime così il sublime sentimento di magnificenza del passato di Roma, capace di stimolare l’immaginazione degli autori contemporanei.

A proseguire la strada battuta dal maestro veneziano è un altro incisore italiano ben documentato in mostra, Luigi Rossini, artista ravennate giunto a Roma nel 1813 e diventato subito il principale stampatore della città, da tutti considerato «il nuovo Piranesi». È con lui che fa la sua comparsa nella grafica del tempo il paesaggio emozionale: nelle opere di Rossini l’esaltazione dell’antico (con una predilezione per la Roma imperiale) si accompagna infatti a una raffigurazione della natura circostante già pervasa dalle suggestioni del Romanticismo. Di grande interesse sono anche le incisioni in cui l’artista dà vita a fantasie architettoniche ottenute attraverso l’assemblaggio di vari monumenti simbolici, con effetti che raggiungono il Pittoresco.

Ormai ampiamente superate le vedute oggettive degli esordi neoclassici, l’ultima parte della rassegna ci conduce verso le prime rappresentazioni romantiche del panorama, in cui l’illusionismo visivo la fa da padrone. Con la nascita della litografia, tecnica più economica che offre la possibilità di grandi tirature, nella prima metà dell’Ottocento prendono vita incisioni scenografiche dal tratto sottile ed edulcorato, capaci di soddisfare una nuova borghesia non più legata soltanto al circuito convenzionale del Grand Tour ma interessata anche a scoprire nuovi luoghi ameni, come la terra dei laghi insubrica o le località marine e montane.

Ecco allora, tra le altre, le vedute di Johann Jakob Wetzel, genio svizzero della cromolitografia, o le incisioni dal taglio stretto e allungato dell’artista francese Nicolas-Marie-Joseph Chapuy, come il bel Panorama de Gènes che campeggia a fine percorso, emblema di una forma d’arte che, di lì a poco, l’avvento della fotografia avrebbe fatto scomparire.