Bibliografia
Elfi Rüsch, con fotografie di Ely Riva, L’arte della scagliola a intarsio in Ticino, Edizioni Casagrande Bellinzona 2018.

Lugano, Chiesa Santa Maria degli Angeli (Ely Riva)


La fortuna della scagliola

Uscito per Casagrande un interessante libro di Elfi Rüsch su questa delicata arte
/ 13.05.2019
di Elena Robert

Sono rari in Ticino gli edifici sacri del Seicento e Settecento che non abbiano almeno un paliotto d’altare in scagliola a intarsio. San Vittore a Muralto ne ha addirittura sei, le chiese dei Santi Pietro e Paolo a Quinto, San Giovanni a Comologno, Santa Maria degli Angeli a Lugano ne conservano cinque ognuna. La diffusione capillare sul territorio di queste affascinanti testimonianze di arte decorativa – che ritroviamo nelle località valligiane più discoste – la dice lunga sulla fortuna, anche in Ticino, della tecnica di antica tradizione della scagliola a intarsio, sviluppatasi in Europa da fine Cinquecento a fine Settecento a partire dalla bassa Baviera e dal Modenese: un gusto per l’iconografia tra il sacro e il profano, di valenza simbolica, metaforica, decorativa, che puntava sull’illusionismo cromatico e l’imitazione della natura, diventato col tempo una vera e propria moda.

La tecnica si diffuse in parallelo a quella ben più costosa del cosiddetto commesso fiorentino in marmo o pietre dure. Alle nostre latitudini la scagliola arriva a metà del Seicento ed esploderà in Ticino a inizio Settecento per opera di botteghe ben consolidate: due intelvesi, di Pietro Solari e di Gaetano e Giovan Battista Rapa/Rava e una asconese, di Giuseppe Maria e Carlo Giuseppe Pancaldi.

Per la storica dell’arte Elfi Rüsch di Minusio lo studio della scagliola a intarsio nel Ticino è una passione e al tempo stesso un lavoro cui si dedica da un cinquantennio. Se n’è occupata a svariate riprese e in diversi contesti, anche nel nord Italia, sia privatamente sia nell’ambito della sua attività professionale, come collaboratrice dell’Opera svizzera dei monumenti d’arte (OSMA) di Virgilio Gilardoni, curatrice del volume sul distretto di Locarno della Società di storia dell’arte in Svizzera del 2013, come autrice di numerosi articoli scientifici e curatrice della bella mostra sulla scagliola del 2007 alla Pinacoteca Züst di Rancate. E sono suoi oggi l’inventario e la catalogazione degli altari in scagliola a intarsio presenti nelle chiese del Cantone, confluiti nel volume con le foto di Ely Riva, pubblicato di recente da Casagrande Bellinzona. Lo studio è rigoroso, scientifico e al tempo stesso divulgativo.

L’indagine a tappeto ha portato alla luce, nelle 138 località censite, 200 esemplari, di cui l’autrice analizza tra l’altro stile, aspetti formali e compositivi. Risulta così censita la quasi totalità di questi altari, una sessantina dei quali firmati. Non ci sorprenderemmo se col tempo ne spuntassero altri da inventariare e catalogare. Potrebbero infatti essercene ancora di integri o ridotti in frammenti, da ricomporre, dimenticati in sagrestie o scantinati, o ancora, riutilizzati, nella migliore delle ipotesi come pannelli da parete. Le nuove norme della liturgia fissate dal Concilio Vaticano II (1962-1965) e, spesso, il disinteresse per queste espressioni artistiche portarono a manomissioni, scambi, spostamenti e tagli di lastre, assemblaggi di pezzi appartenenti a paliotti diversi anche per stile, ricomposizioni arbitrarie di frammenti, restauri non sempre adeguati, alienazioni, falsi d’autore, nonché a un uso improprio anche nell’antiquariato.

Va detto che la stessa scagliola è fragile per definizione. Il suo nemico numero uno è l’umidità. Il paliotto d’altare in scagliola a intarsio è infatti l’esito di un lavoro a impasto, inciso sui disegni preliminari. Il gesso finissimo come talco, mescolato a pigmenti e colla, andava a colmare, seguendo disegni ricalcati da modelli a stampa di ornati, incisioni profonde pochi millimetri su un fondo altrettanto fine che a sua volta copriva una lastra di gesso alta qualche centimetro.

La mostra del 2007 alla Pinacoteca Züst contribuì a smuovere le acque, sensibilizzando gli ambienti interessati, suscitando più attenzione e rispetto per queste forme artistiche e di conseguenza stimolando anche restauri. In Ticino i professionisti con esperienza nel restauro di paliotti di scagliola sono pochi. Tra questi, Alfredo Matasci, che sta restaurando il paliotto d’altare dell’Oratorio della Trinità di Monte Carasso, dopo averlo ricomposto e consolidato (si era frantumato in sedici pezzi).

Negli ultimi anni anche la Supsi si è occupata di altari in scagliola, nell’ambito del corso di laurea di conservazione e restauro. Anna Dottore ha conseguito il bachelor nel 2013 sul paliotto dell’Oratorio di San Salvatore a Bedigliora, il cui restauro è in corso. Nel 2017 Greta Acquistapace si è laureata con un master sul paliotto dell’Oratorio di San Rocco a Ponte Capriasca, che ha studiato e restaurato: nel marzo di quest’anno ha avviato un progetto di studio sostenuto dalla Ernst Göhner Stiftung su tecnica artistica, fenomeni di degrado e aspetti di conservazione.

Per l’indagine di Elfi Rüsch i documenti degli archivi parrocchiali sono stati fonti determinanti, insieme a quelli degli archivi patriziali: dai resoconti delle visite pastorali dei vescovi ai libri dei conti e delle spese, ai confessi, ossia le ricevute dei pagamenti avvenuti. Purtroppo da noi finora non sono stati reperiti quaderni di bottega. Solo un terzo dei paliotti inventariati è firmato. Per diversi altri è stato possibile arrivare a un’attribuzione, per i rimanenti si avanzano ipotesi. L’autrice ha attinto a numerose fonti, a informazioni orali e effettuato confronti.

Il ricorso ai modelli di ornato e quindi la ripetitività dei motivi decorativi nonché il carattere speculare delle decorazioni di questi altari non sono stati d’aiuto. Alcune attribuzioni restano dubbie, anche perché ogni paliotto è un unicum, dal soggetto rappresentato all’impasto. «Per dare contributi nuovi alle indagini fin qui svolte – spiega l’autrice – potrebbero essere utili perizie tecniche, chimiche e fisiche, delle meschie cioè degli impasti di scagliola, propri di ogni bottega e autore, nonché ricerche ancora più dettagliate e estese, per esempio nei carteggi privati.

Oltre alla paternità e alla datazione dei paliotti che restano da chiarire, andrebbero approfondite tematiche come la formazione degli artigiani, il ruolo delle famiglie e parentele, la rete di scambi in Ticino e oltre confine, le collaborazioni e rivalità tra botteghe, la circolazione dei modelli». Tutti ambiti di ricerca che contribuirebbero a inquadrare il fenomeno scagliola in Ticino.