La bacchetta di Beatrice

A colloquio con la direttrice d’orchestra italiana Beatrice Venezi, da qualche tempo residente in Ticino
/ 18.05.2020
di Enrico Parola

Si è trasferita a Lugano a novembre, per amore («qui abita il mio fidanzato: scelta ancor più tempestiva considerando questi tempi di clausura coatta») e non per sfuggire alle luci della ribalta, lei che non si sottrae né a quelle dei grandi teatri né a quelle dei flash con cui le riviste patinate di moda, glamour e attualità la ritraggono, non di rado in copertina. Nel 2017 il «Corriere della Sera» l’ha citata tra le cinquanta donne più creative dell’anno, l’anno seguente Forbes l’ha inserita tra i cento under 30 leader del futuro; niente male per una donna che non è una campionessa dello sport né una cantante pop, ma una musicista classica, per di più impegnata nel ruolo più maschilista di tutto l’universo musicale, quello del direttore d’orchestra.

Beatrice Venezi ce l’ha fatta, sfatando miti e riti; però ancor oggi si trova a combattere con un altro cliché: se sei una ragazza avvenente e che cura particolarmente la propria immagine, anche sui social, potrai mai essere anche brava e intelligente? Venezi sta rispondendo a colpi di bacchetta: nessuna magia, ma tanto lavoro: «Studio e leggo, anche mentre vado dal parrucchiere. In questo periodo in cui i teatri sono chiusi mi sto dedicando a partiture che non avevo mai avuto tempo di avvicinare; sto imparando lo spagnolo, visto che dopo l’estate dovrei essere in tournée in Sudamerica ed è importante saper comunicare con la gente in modo diretto». Lei ne ha fatto un suo tratto distintivo: «Sono nata nel 1990 e quindi sono cresciuta nell’era delle Spice Girls e Britney Spears; la nostra generazione ha ben presente che soprattutto i giovani si avvicinano alla musica perché attratti dal personaggio prima ancora che da una melodia. Non ci trovo nulla di male ad usare lo stesso metodo per la musica classica».

Funziona, e anche se non mancano i puristi che eccepiscono, lei sottolinea come nella classica non si possa bluffare; anche perché la strategia non comprende solo scatti fotogenici o tweet, ma ad esempio un libro impegnato come Allegro con fuoco. Come innamorarsi della musica classica, una sorta di autobiografia «dove cerco di abbattere tanti preconcetti che rappresentano un deterrente, soprattutto per i giovani, ad avvicinarsi alla classica». Lei se ne è innamorata anche grazie all’opera: «Sono di Lucca, come Giacomo Puccini; il mio debutto fu un Germania, proprio con uno dei suoi capolavori, Madama Butterfly; e lo scorso anno ho inciso My Journey, un viaggio in note nei tanti Paesi che Puccini visitò con la sua musica»; dall’America di Fanciulla del West al Giappone di Butterfly, dalla Parigi di Bohème alla Cina favolosa di Turandot, la geografia pucciniana è ampia e meravigliosa.

«Meravigliosa trovo anche la natura qui in Ticino. Avendo abitato negli ultimi anni a Milano, nel ritrovarmi qui con una casa vista lago e contornata da queste montagne mi sembra di essere in vacanza. Mi piace camminare in centro città o sui sentieri, la meta preferita è il monte Bar; sto imparando a conoscere anche la Svizzera interna, finché si poteva andavo a sciare ad Andermatt».

A proposito di luoghi comuni, stavolta Venezi non confuta ma anzi conferma convinta quelli sulla Svizzera: «Qui tutto è più snello e funzionale, in mezza mattinata sbrigo tutte le pratiche burocratiche; mi ha colpito come qui i cittadini si fidino delle istituzioni e le rispettino, a differenza dell’Italia». Venezi non ha remore nell’esprimere i suoi giudizi, forse perché è dovuta crescere in un ambiente in cui si viene costantemente giudicati: «Un motto mai smentito asserisce che un’orchestra giudica il direttore già dal modo con cui cammina per salire sul palco; ma i musicisti, se dimostri di essere una musicista di valore, ti rispettano e ti seguono». Anche se si indossa una gonna: «Anche questo era un diktat che sembrava insormontabile, infatti le mie colleghe quando sono sul podio si presentano in pantaloni; io non ho voluto adeguarmi, se conta la professionalità e la musicalità il vestiario non può essere dirimente, quindi non ho rinunciato né al mio sogno di dirigere né al mio senso estetico femminile».

Il Covid-19 tiene i musicisti a casa, i globetrotter del concertismo internazionale hanno spezzato la routine di aerei, treni, alberghi, ristoranti: una routine logorante che per tanti rappresenta il lato negativo della professione. «Non per me, oltre a voler far la musicista il mio grande sogno era viaggiare, e proprio grazie alla mia professione ho potuto visitare Paesi che molto difficilmente avrei conosciuto a neppure trent’anni; penso ad esempio all’Armenia o alla Georgia».

In questi primi mesi luganesi, è stata più volte al LAC: «Ho ascoltato l’Osi, mi sembra avere un piglio marcatamente mitteleuropeo, credo sia l’impronta del suo direttore stabile Poschner. Essendo ticinese sarebbe bello che emergesse anche un lato più italiano, votato al lirismo, alla trasparenza e alla cantabilità». Suona già come un programma artistico; d’altronde da una direttrice concittadina di Puccini…