Il successo di un triplo paradosso

In memoriam - Ripercorriamo la singolare carriera di Andrea Camilleri, uno scrittore dalla personalità originale che ha saputo suscitare grande affetto nei suoi lettori
/ 22.07.2019
di Paolo Di Stefano

Andrea Camilleri è stato un paradosso, per tante ragioni. La prima: lo scrittore si impose al grande pubblico settantenne, con i gialli che hanno al centro il commissario Montalbano (Il ladro di merendine in primis). Antonio Franchini, autore della Cronologia del Meridiano Mondadori, ricordava che nella primavera del 1997 Maurizio Costanzo promise di rimborsare la cifra del prezzo di copertina al lettore che se ne fosse dichiarato insoddisfatto. A partire dall’anno dopo, con Il cane di terracotta, tutti i libri di Camilleri senza eccezioni sarebbero entrati nella classifica dei top ten. Il primo paradosso è dunque che Camilleri prima di Montalbano non era nessuno, anzi veniva rifiutato dagli editori. Poi accadde che la casa palermitana Sellerio, la stessa di Leonardo Sciascia, che economicamente era sull’orlo del precipizio, sarebbe stata rilanciata proprio dal commissario di Vigata.

Il secondo paradosso è linguistico: e cioè il fatto che quel successo travolgente (alla fine del 2016 Camilleri aveva oltre cento titoli tradotti in 120 paesi con circa 26 milioni di copie vendute) si realizza nonostante il linguaggio quasi impossibile: un siciliano reinventato. I romanzi storici come quelli polizieschi sono caratterizzati da uno slang che innesta su una base di italiano standard effetti fonetici ed elementi lessicali siculi o pseudo-siculi a volte stranianti persino per i siciliani. Ne viene fuori un ritmo sonoro unico.

Terzo paradosso: l’opzione narrativa di Camilleri, spesso rimproveratagli, è quella di mettere in scena dei plot polizieschi siciliani lasciando sullo sfondo la criminalità organizzata, filo conduttore di tanto immaginario narrativo siculo (vedi Sciascia, che è indubbiamente un modello per lo scrittore agrigentino). Sono fenomeni che si realizzano in contrapposizione con la tradizione letteraria novecentesca dell’isola, dove non si poteva raccontare un omicidio che non fosse di origine mafiosa e dove la lingua doveva essere o quella trasparente e illuministica di Sciascia oppure quella filologica e barocca di Vincenzo Consolo.

Sul piano teorico, anche a proposito della cosiddetta sicilitudine Camilleri va controcorrente: d’accordo la specificità e l’identità dell’isola, ma senza esagerare, cioè evitando i soliti lamenti autoconsolatori. L’ironia, che a volte trascolora in commedia-farsa, vince nettamente sul tragico, l’intreccio e la leggerezza vincono sull’impegno, anche se Camilleri, specie il Camilleri amareggiato degli ultimi tempi, amava intervenire puntualmente con voce ferma a sferzare il suo paese.

Nato nel 1925 a Porto Empedocle (Agrigento), Camilleri è stato un gran costruttore di personaggi e un grande narratore anche di se stesso. Figlio unico di Giuseppe Camilleri e di Carmelina Fragapane. Ricordando la sua «infanzia senza limiti», Andrea evocava la rovina delle miniere di zolfo che travolse la sua famiglia lasciandola in una «dignitosa miseria». A nove anni fu spedito nel collegio vescovile di Agrigento per avere, tra l’altro, falsificato i voti della pagella: lì fu autorizzato a leggere romanzi come Via col vento, La saga dei Forsythe e gli «Omnibus» Mondadori. La passione per la lettura gli fu trasmessa dalla nonna materna, ma anche il padre, appassionato soprattutto di romanzi gialli (ovviamente i Mondadori da edicola). Il giovane Andrea riuscì a farsi cacciare dal collegio lanciando contro il crocifisso una delle uova che la madre gli aveva mandato da casa. A dieci anni cominciò a scrivere poesie, dedicate alla mamma e al suo idolo Mussolini, e a sedici vinse i Ludi Juveniles con un tema sulla cultura fascista: al Teatro Comunale di Firenze, dove si tenne la presentazione, incassò un calcio nei testicoli dal ministro Pavolini per essersi dissociato dal saluto al duce.

Durante lo sbarco degli alleati fu disertore della marina, quando si imbatté nel generale Patton svettante su un carrarmato e nel grande fotografo Robert Capa che pancia a terra sparava flash a raffica verso gli aerei in duello nei cieli di Agrigento. Iscritto a lettere a Palermo, fondò il partito comunista nel suo paese e comunista si sarebbe fieramente dichiarato per tutta la vita. A Taormina come osservatore Pci del congresso liberale, un altro incontro memorabile fu quello con Vitaliano Brancati, per cui Camilleri stravedeva. Un giorno del 1945, a Roma comperò in un’edicola l’ultimo numero di «Mercurio», la rivista diretta da Alba De Céspedes e in copertina ebbe la sorpresa di leggere il suo nome accanto a quelli di Silone, Alvaro, Moravia, Natalia Ginzburg. Qualche mese prima aveva spedito alla rivista una poesia, intitolata Solo per noi, che fu accolta e pubblicata senza preavviso. Dirà Camilleri che nessun libro, trionfo letterario, recensione, bestseller futuro gli avrebbe mai più regalato una simile emozione.

Intanto, nel 1950, alloggiato in un convento durante uno spettacolo estivo, si giocò la possibilità di continuare a frequentare l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica poiché venne sorpreso da una suora a letto con la fidanzata e fu espulso. Nel 1957 sposò Rosetta Dello Siesto, conosciuta quattro anni prima durante le prove della sua prima regia teatrale. Lei dattilografa, lui teatrante, avevano non più di 40 mila lire di stipendio: avranno tre figlie e quattro nipoti. Prima respinto in quanto comunista, nel ’58 fu chiamato per una sostituzione di maternità nel settore prosa della Rai: i sei mesi previsti diventarono trent’anni. Il lavoro agli sceneggiati televisivi (per Il tenente Sheridan di Ubaldo Lai e per la riduzione dei Maigret di Gino Cervi) fu la sua vera scuola di scrittura.

I romanzi verranno, pare, per una promessa fatta al padre morente. Il primo libro firmato Andrea Camilleri è datato 1959: è una dotta Storia dei teatri stabili in Italia 1898-1918. Seguiranno almeno altri cento titoli, tra romanzi polizieschi, romanzi storici, racconti, romanzi documentari. Il primo fu stampato a pagamento nel 1978, si intitolava Il corso delle cose e passò del tutto inosservato. Nel 1980 da Garzanti uscì Un filo di fumo, dove per la prima volta compariva l’immaginaria cittadina siciliana di Vigata: anche in questo caso pochi se ne accorsero. Nessuno avrebbe mai immaginato il successo travolgente che sarebbe arrivato dal 1999 con il Montalbano televisivo impersonato da Luca Zingaretti, un detective che ama la cucina come tutti gli italiani e come tutti gli italiani odia la burocrazia imposta dallo Stato: ma è anche un italiano onesto che cerca la giustizia.

Con il trionfo di Montalbano nasce una nuova generazione di scrittori italiani consapevoli della nozione di intrattenimento e/o di impegno civile attraverso il giallo: Carofiglio, Lucarelli, De Cataldo, Faletti, Carlotto, De Giovanni… Tutti questi, nel bene e nel male, gli devono qualcosa.

Il miglior Camilleri, sul piano dello stile e della invenzione narrativa, resta il cantastorie di romanzi storici, che partono spesso da avvenimenti reali scovati nei documenti soprattutto ottocenteschi: Il birraio di Preston, La concessione del telefono, Il re di Girgenti, ambientato in una Sicilia sei-settecentesca in bilico tra violenza cieca e grottesca lotta di potere. Camilleri ha saputo spaziare dalle sottigliezze riflessive agli slanci vili, dalle avventure picaresche fino ai toni satirici (sull’Italia fascista, per esempio, ne Il nipote del Negus) per narrare con ironia l’eterna disillusione sicula e in fondo italiana.