Dove e quando
Commodities – From Russia to Ticino, Lugano, Axiom Swiss Bank (Viale Franscini 22). Orari: lu-ve 8.30-12.30 e 13.30-16.30; info: 091 9109510. Fino al 31 agosto 2021


Il peso specifico dell’acciaio

Il ticinese Marco D’Anna ha compiuto un’attenta ricerca su questo importante materiale
/ 29.03.2021
di Giovanni Medolago

Molti lettori sapranno che lo pseudonimo di Iosif Vissarionovič Džugašvili, e cioè Stalin, significa «uomo d’acciaio», dal vocabolo russo «stali». Pochi viceversa saranno a conoscenza del fatto che il Ticino è una delle più importanti piazze internazionali nel trading di questo materiale: si stima che a Lugano venga commercializzato ben il 40% della produzione mondiale! Umile e malleabilissimo, l’acciaio s’affaccia discretamente nel nostro quotidiano: quando saliamo in auto o su un treno, quando le chiavi ci permettono di varcare la soglia di casa nostra.

Il fotografo luganese Marco D’Anna si è chiesto cosa stia all’origine di questa importantissima lega e ha voluto indagare sui moderni modi di produzione dell’acciaio: industria indubbiamente pesante e oggi confrontata con nuove esigenze legate all’ecologia e alla salvaguardia ambientale del pianeta. Si è spinto dapprima in Siberia, dove sin da inizio ’900 si ottiene l’indispensabile carbone. Da qualche anno, lassù l’estrazione si accompagna alla riqualifica del terreno usurpato con la messa a radice di decine di migliaia di alberi, nel lodevole tentativo di lasciare alle generazioni future un ambiente quasi intatto.

Prima scoperta: le miniere di carbone nel tempo «si prolungano», con imprevedibili propaggini che – scovate a suon di timide esplosioni – ricordano il lento scorrere delle anse di un fiume. Da Kemerovo D’Anna ci offre immagini che spaziano dalla mera documentazione (legittimo pensare agli «Industrial Sites» di Luca Campigotto) a un astrattismo reso pregnante dalla sempiterna incisività del bianco&nero: colate d’acciaio che sembrano i mari in tempesta rievocati nei romanzi di Joseph Conrad.

Poi ha seguito il processo produttivo a Lipetsk, città della Russia europea, circa 450 km a sudovest di Mosca, dove già nel 1702 lo zar Pietro il Grande ordinò la costruzione di una acciaieria. «Entrare in quell’enorme altoforno alto più di 80 metri – ricorda D’Anna – è stato come visitare il set di Guerre stellari tenendo tra le mani un libro di Isaac Asimov». Qui D’Anna ricorre al colore con immagini che ricordano i lavori di Edward Burtynsky.

Ma se il suo illustre collega canadese ricorre sovente all’utilizzo di droni per realizzare le sue colossali fotografie, D’Anna non ha esitato a sfidare, in prima persona, temperature che vi lasciamo immaginare, cercando nel contempo di mantenere i piedi ben saldi su un terreno a dir poco scivoloso.

Grazie alla particolare angolazione di alcune sue inquadrature, D’Anna riesce altresì a «riassumerci» gli smisurati magazzini – lunghi oltre due chilometri… – dove vengono depositate le gigantesche bobine di alluminio, in attesa d’essere trasportate verso committenti sparsi nell’Europa intera. Partono principalmente dal porto di Murmansk, la più grande città posta a nord del Circolo polare artico, dove si conclude l’ennesima avventura socio/economica/artistica di Marco D’Anna. Il quale, dall’alto di una pluridecennale esperienza in ogni angolo del mondo, ha fatto della fotografia uno strumento per indagare anche sull’animo umano. Ci racconta infatti dell’empatia creatasi con tanti addetti alla produzione dell’acciaio e della loro serena rassegnazione di fronte a una vita che contempla un solo immutabile percorso: casa, fabbrica, casa.

Proprio come ai tempi di Stalin, l’uomo di acciaio.