Dove e quando
Fabio Tasca. Topografie. Galleria ConsArc, Chiasso. Fino al 13 maggio 2015.


Il mondo visto per la prima volta

Alla ConsArc di Chiasso fino al 13 maggio sono esposte le «topografie 2016» di Fabio Tasca
/ 24.04.2017
di Gian Franco Ragno

Alla sua prima personale alla Galleria ConsArc troviamo a Chiasso in questi giorni Fabio Tasca, autore qualche anno addietro, per le edizioni Artphilein Foundation, di un originale facsimile della celebre rivista «Life» con intensi notturni dei luoghi della cronaca noir milanese del passato. 

Laureatosi in filologia slava, traduttore di professione, Tasca traspone, questa volta, in forma fotografica una vasta cultura non solo visuale ma anche letteraria. Prevalentemente interessato alla rappresentazione del paesaggio contemporaneo, ha rafforzato le sue posizioni attraverso workshop organizzati dalla stessa galleria chiassese con Pino Musi e Vincenzo Castella, e naturalmente personali e approfondite letture (penso segnatamente a Lewis Baltz). 

Come nel caso dei progetti Litoranee Sparse e Visoni Parallele del 2014, proposti dalla Fondazione Rolla, spesso egli opera in comunione artistica con il locarnese Giuseppe Chietera, con il quale condivide non pochi aspetti della seria e misurata tendenza alla ricerca territoriale. Entrambi partono da precisi luoghi geografici e, all’interno di questi, si danno una forma e un linguaggio interpretativo. Un fare arte partendo da una cartina geografica ovvero operando attraverso un approccio concettuale richiama le modalità avanguardistiche della Land Art.

Il progetto presentato in esposizione, del 2016, riguarda una determinata ma anonima porzione della provincia brianzola. Territori senza una reale configurazione, senza un centro, superfici semplicemente occupate e sfruttate, più che vissute. Conoscendo personalmente la continuità del lavoro del fotografo, mi sembra di poter considerare le topografie 2016 come l’episodio conclusivo di una stagione creativa. In esso si riassume, ci si richiama e, se vogliamo, si omaggia la grande fotografia documentaria americana: dalle tonalità chiare (chiamate high-key) memori di un giovane Robert Adams della generazione dei New Topographics alla serialità applicata agli aspetti banali della realtà così debitrice a Walker Evans – visibili nel richiamo interno tra le immagini, anche rispetto ai lavori precedenti, nella presenza di cartelli e scritte e, soprattutto, nel sottile senso dell’ironia visiva. 

Tuttavia, nel lavoro di Tasca c’è anche altro, ed è un risultato del tutto personale. Metodico e coerente, approda, immagine dopo immagine, a una riflessione profonda sulla forma, costituita in questo caso da muri di cinta e pareti cieche, da architetture banali e perentorie sagome industriali, dalle linee dei campi e delle strade, e, infine, dal grande vuoto soffocante che è il vero protagonista del lavoro. Un prodotto complessivo che lo porta a fare riferimento ad autori più distanti nel tempo: penso a Giovanni Cavalli o a Paolo Monti ovvero coloro che furono dei precoci e isolati sperimentatori della fotografia italiana degli anni Sessanta e Settanta, di cui si stanno recuperando le tracce.

A conferma dell’inclinazione sperimentale del comasco è anche presente in mostra un’altra serie, risalente al 2013. Si tratta di piccole immagini sorprendentemente definite, di piccolo formato (poco più di una vecchia cartolina) in forma di instant film, pellicole autosviluppanti tipo polaroid e quindi pezzi unici. Ritroviamo qui la parte moderna di una cittadina di Sud Italia indefinito, ma finalmente ritratto senza traccia di retorica e di pittoresco. Nella luce bruciante del mezzogiorno questi sottili fogli lucidi confinano, non senza lirismo, con la pura monocromia – alla quale si aggiunge un gioco di volumi rientranti e aggettanti.

Pur inserendosi – Tasca ma altri fotografi locali, quali il già citato Giuseppe Chietera, Domenico Scarano e altri – nel profondo solco della tradizione della fotografia di paesaggio italiana, essi si ritrovano nella condizione di proporne una sorta di rispettoso superamento. Non essendo più necessaria l’affermazione dell’artisticità della fotografia, essi sono liberi di tornare sul terreno della sperimentazione per interrogarsi sulle altre possibilità del linguaggio fotografico, opzionando al contempo scelte stilistiche multiple. 

Ma a differenza della generazione dei Ghirri e dei Basilico, e non potrebbe essere altrimenti, i topografi di oggi si trovano a operare in un contesto di estremo affollamento mediatico dell’immagine – prolissità prodotta sostanzialmente dalle nuove tecnologie. Un panorama confuso di proposte all’insegna dell’artisticità, anche in fotografia, ma non sempre sostenute da qualità e ricerca linguistica sufficienti per definirsi tali. Fattori che purtroppo sembrano precludere, invece che favorire, l’interesse e il sostegno verso una produzione maggiormente degna di nota.