Bibliografia
Thomas Wütrich, Doomed Paradise. The Last Penan in the Rainforest of Borneo, Zürich, Scheidegger&Spiess, 2019


Il lento commiato dei Penan

Il fotografo svizzero Thomas Wüthrich ha appena dato alle stampe il frutto del suo impressionante lavoro nell’isola del Borneo sulle tracce dell’antropologo svizzero Bruno Manser
/ 30.09.2019
di Gian Franco Ragno

Dagli anni Settanta, molto prima che il suo nome diventasse una sorta di pericolo pubblico, la coltivazione intensiva per la produzione di olio di palma ha contribuito a distruggere le foreste pluviali nelle zone più povere del pianeta. Le popolazioni originarie, così come la fauna, già alle prese con il fragile equilibrio dei loro ecosistemi, vennero, nell’opzione migliore, allontanate e il  loro ambiente distrutto da questa monocultura particolarmente redditizia. Tra queste popolazioni nella grande isola del Borneo, parte malaysiana, fra i massimi produttori al mondo della sostanza, e più precisamente nello Sarawak, troviamo i Penan, una delle ultime culture nomadi di cacciatori e raccoglitori, che quindi vivono di pesce, frutta e piante, spostandosi regolarmente nel territorio.

Seguendo le orme di Bruno Manser (1954-2005?), eco-attivista basilese molto noto in Svizzera tra gli anni Ottanta e Novanta, che contribuì ad attirare l’attenzione pubblica sul problema delle foreste pluviali e delle sue popolazioni, il fotografo Thomas Wütrich ha iniziato a delineare il suo progetto di testimonianza proprio intorno ai Penan. 

Wütrich, per cinque anni e in più viaggi, pienamente coinvolto nel progetto, non solo si è accostato alla popolazione, ma ha vissuto con una famiglia nella zona alta del fiume Limbang, sentendosi come uno di loro («La mia seconda famiglia» ha dichiarato). Il capo famiglia, Peng Megut, è infatti uno degli ultimi difensori della foresta contro le potenti ruspe degli speculatori. 

Negli ultimi mesi l’avventura umana e fotografica è approdata alla forma desiderata, ovvero un libro pubblicato per Scheidegger&Spiess, contenente una selezione di centoventi immagini e un’esposizione alla biblioteca pubblica Kornhaus di Berna. 

Nell’insieme, le immagini di Wütrich restituiscono con particolare efficacia l’ambiente impervio e umido, il verde intenso e scuro dell’immensa regione. Ogni immagine – sia un panorama sia un ritratto – si caratterizza per l’autonomia nel racconto complessivo, cercando di sintetizzare, di racchiudere un’immagine emblematica di un concetto a sua volta parte del discorso più ampio e articolato: una dialettica tra l’originario, assai fragile, e il nuovo, che si impone grazie alla potenza delle macchine e alla fascinazione del moderno, che fungono da parziale ricompensa della rapina della terra (un motorino, un frigorifero). Emblematiche in questo senso quindi alcune immagini di una fragile barriera di Peng Megut contro le ruspe, oppure, il ritratto delle generazioni più giovani della famiglia che guardano dei video sul cellulare – per intanto ancora senza campo. Nell’insieme si ha l’impressione tangibile di assistere al tramonto di un mondo arcaico, perché appare chiaro che ciò che verrà non permetterà di portare con sé tutto ciò che fino a questo momento costituiva una solida identità. 

Il libro costituisce un esempio di quello che si può definire un reportage oggi: un progetto visivo a lungo termine, approfondito e documentato, che raggiunge la sua unità solo attraverso un lento e attento lavoro di riflessione e selezione. Risultato che, in ogni caso, non garantisce una sua fruizione o pubblicazione – in questo caso, raggiunta anche grazie a una campagna di crowdfunding. Il volume è altresì accompagnato, nella parte testuale, da due importanti saggi: il primo del linguista canadese Ian Mackenzie, profondo conoscitore della cultura in questione e il secondo da Lukas Straumann, personalità a capo della Bruno Manser Fund, costituita dall’antropologo dichiarato scomparso proprio in queste zone, nel 2005.

Concepito per far conoscere il dramma di questo gruppo di nativi, il libro non si limita all’intento didattico e divulgativo. Da un punto di vista formale, Wütrich ha la capacità di non essere meramente illustrativo: per idealismo e impegno, per vicinanza al soggetto ed empatia, Doomed Paradise prosegue con modestia ma altrettanta tenacia la lunga tradizione della fotografia di impegno svizzera – la cosiddetta «Concerned Photography», da Werner Bischof al meno conosciuto Peter W. Häberlin, fino agli autori di oggi. Una corrente in cui i protagonisti, consci della propria condizione di privilegiati essendo nati in un paese ricco, hanno il bisogno e la convinzione, superati i confini nazionali, di dover portare testimonianza di tutto ciò che succede al di là del cortile di casa.