Dove e quando
Arnold Odermatt. The Biennale Selection. 32 Photographs for Venice 2001. Sala Diego Chiesa, Chiasso. Fino all’8 dicembre 2019, nell’ambito dell’11esima Biennale dell’immagine. www.biennaleimmagine.ch

Arnold Odermatt, Oberdorf, 1964 (© Urs Odermatt, Windisch / 2019 ProLitteris, Zürich)


Il fattore di disturbo di Arnold Odermatt

Nell’ambito della Biennale chiassese le fotografie di un poliziotto con una passione diventata un vero e proprio mestiere d’arte
/ 11.11.2019
di Gian Franco Ragno

Divenuto quasi per caso poliziotto nel 1948 – si formò infatti come pasticciere-fornaio ma si scoprì allergico ad alcune farine – Arnold Odermatt (1925) iniziò sin da giovanissimo a fotografare il suo mondo – come recita il titolo della sua prima raccolta di immagini, Meine Welt – e da semplice autodidatta.

Trasferì la sua passione anche nel lavoro: nel piccolo corpo delle forze dell’ordine del canton Nidvaldo, l’impegno che si era preso fu quello di documentare gli incidenti automobilistici nella sua regione, attività che svolse scrupolosamente fino al suo pensionamento nel 1990. Fu suo figlio Urs, regista e documentarista, a scegliere molti anni più tardi alcune immagini per i suoi filmati, e in seguito per esporle nella galleria Springer di Berlino.

Ma chi fece entrare definitivamente l’ormai settantacinquenne Odermatt nel circuito artistico internazionale fu soprattutto il celebre curatore Harald Szeemann, portandolo alla 49sima Biennale di Venezia del 2001, la seconda edizione da lui curata dal titolo La platea dell’umanità.

Fu uno dei tanti casi scelti dal curatore svizzero come «outsider artist» (pensiamo ad esempio a Armand Schulthess ad Auressio, oppure Miroslav Tichy in Moravia) sulla scorta del messaggio di Joseph Beuys riguardo la liceità dell’essere tutti artisti. Ma oltre a ciò va anche considerata la riscoperta della fotografia forense proprio in quegli anni: ricordiamo The Art of the Archive, esposizione degli anni Novanta basata sugli archivi della Polizia di Los Angeles, esposta anche alla Kunsthaus di Zurigo.

Ma rispetto alle fredde prove della scientifica, le immagini di Odermatt hanno, involontariamente, qualcosa di più: esse suscitano un sorriso. Le sue fotografie funzionano come delle slapstick comedy dell’epoca del film muto: la strada vira dolcemente a sinistra attraversando uno scenario incantevole, i segni delle frenate conducono a destra, fuori strada, nel lago o nel fossato.

L’evento è sdrammatizzato: dalla scena è stato edulcorato ogni elemento drammatico. Non ci sono morti, feriti o sangue visibile. Il guidatore è scomparso, come se fosse tornato a casa a piedi – d’altra parte il cantone è così piccolo e l’ipotesi percorribile – e sulla scena rimane un capannello sparuto di poliziotti e curiosi che contempla e commenta la scena. Emerge così tutta la sua goffaggine dell’incidente, veicoli capovolti, accartocciati e irriconoscibili, tra questi, assoluto protagonista, il famoso Maggiolino della Volkswagen con i suoi fari che sembrano occhi, a volte con la targa con poche cifre come quelle dei fumetti per bambini.

Ma il sorriso nasce anche da un altro elemento: gli incidenti fungono da fattore di disturbo nel meraviglioso contesto, come un’unica nota stonata nel piccolo mondo ordinato nel cuore della Svizzera.

Le immagini riprese con maestria e precisione da Odermatt negli anni nel lungo secondo dopoguerra con la sua Rolleiflex (un formato quadrato, che poi nelle immagini stampate a volte subisce degli tagli), una volta ristampate, divennero nel giro di pochi anni oggetti di culto, esposte in tutto il mondo negli ultimi vent’anni, in mostre sia tematiche sia personali.

Vennero utilizzati altri negativi seguendo altre tematiche e dando forma ad ulteriori monografie, alcune tra le quali edite dall’importante editore Steidl: oltre Meine Welt, 1993, troviamo infatti Karambolage, 2002 – riedito quest’anno; Im Dienst (2006), In zivil (2009) e infine Feierabend del 2016.

Meno in primo piano appare invece la considerazione che i due mondi – quello rurale e quello del progresso, incarnato e simboleggiato dall’automobile – fossero in contrasto, proprio perché rappresentanti di due velocità diverse. E ancora meno evidente il fatto che il secondo toglierà via via qualcosa di centrale al primo.

Alla sala Diego Chiesa di Chiasso viene saggiamente riproposta proprio la prima scelta di 32 immagini di Szeemann per la Biennale di Venezia citata in precedenza: in perfetta consonanza con il tema dell’undicesima edizione della Biennale – in questo caso di Chiasso – dal titolo Crash: quasi a storicizzare una riscoperta nell’ambito fotografico così importante per la storia dell’immagine in una piccola nazione nel cuore dell’Europa.