Il dramma di una madre

Un poemetto di Tiziana Mayer pubblicato da «Alla chiara fonte»
/ 15.04.2019
di Pietro Montorfani

Esiste una letteratura che non teme di addentrarsi, con tutti i rischi che questo comporta, fin nelle viscere del grembo materno, a tu per tu con il mistero della nascita, e perciò della morte, del passato e del futuro, dell’essere umano nella sua più pura essenza. Sono testi spesso scomodi, indipendentemente da quale sia il punto di osservazione privilegiato, perché finiscono per toccare questioni cruciali del nostro tempo (l’aborto, il diritto ai figli, la selezione della vita, il desiderio del mondo). Da Lettera a un bambino mai nato di Oriana Fallaci, pubblicato nel 1975 ma abbozzato già nel 1967, a Factum est di Giovanni Testori, (1981), è un genere che in Italia si è coagulato attorno al dibattito pubblico sulla Legge 194, ma che a distanza di anni non ha perso la sua forza provocatoria. Dal piano politico, sedati finalmente gli animi nelle regole in apparenza pacificanti della giurisprudenza, si è potuti passare a quello della testimonianza: il lettore di oggi è chiamato a un ascolto silente e rispettoso, come sempre avviene quando si offrano spaccati di umanità così simili e così diversi dal nostro orizzonte quotidiano.

Su questa linea si situa il poemetto Ione, pubblicato lo scorso autunno da Tiziana Mayer nelle edizioni «Alla chiara fonte» di Mauro e Chiara Valsangiacomo. Traduttrice dal russo e dall’ebraico biblico e cabalistico, l’autrice si era fatta conoscere in poesia nel 2016 con la raccolta Apocalissi private, apparsa presso lo stesso editore di Viganello, e ritorna oggi con un testo altrettanto privato e ugualmente apocalittico, nato, si intuisce, da un’esperienza personale. Il riferimento all’omonima tragedia euripidea è esplicitato nell’introduzione, assieme al suggerimento di tenere l’archetipo sullo sfondo, a distanza, per favorire il dialogo con autori pienamente novecenteschi come Eliot, Montale, la Achmatova, Simone Weil.

Protagoniste dell’opera sono due donne in attesa di un figlio, Anna e Miranda, a confronto tra loro e con più evanescenti figure maschili (il compagno, il medico). Cuore della questione è la pratica comune della diagnosi prenatale, cioè quella possibilità di raccogliere informazioni sulla salute del feto che porta in superficie, di rimando, la necessità di scelte terribili, in cui l’amore materno si divide tra il desiderio di accogliere il nascituro n’importe quoi e quello di non offrirgli, in caso di malattia seria, una vita che si ritiene «non degna di vita».

Simile dramma non può sciogliersi, naturalmente, con formule precostituite e l’autrice si prende tutto il tempo necessario, con il passo lento di una poesia di ascendenza eliotiana, sull’arco di oltre trenta pagine: emerge così la desolante solitudine di queste madri, in cerca di un aiuto «altro dalla medicina», qualcosa a cui aggrapparsi per trovare la forza di non confondere, nel figlio che potrebbe nascere disabile, «il male e chi ne è affetto». Una solitudine e un dramma che contagiano anche il medico, roso dal tarlo del dubbio, che «ritorce / contro sé il baleno prima intuito e stride: / di nuovo incerto».

L’autrice affida la conclusione dell’opera a un miracolo negativo, o più prosaicamente a un errore medico: «Il bambino abortito, dopo l’aborto / è morto sano. La malattia non esisteva». È il culmine espressivo del testo, ma forse anche il momento più debole proprio per quella condizione di tesi, di morale conclusiva, che finisce per gravare il dialogo con un’appendice didascalica (in pagine, per di più, fitte di iperbati e di inversioni sintattiche estremizzate, in cui il rischio stilistico – per gli amanti di Guerre stellari – è l’effetto Yoda). Rimane intatta, ciononostante, la qualità di questo piccolo poema coraggioso e intelligente, fitto di rimandi a quegli autori che nelle tradizione letteraria italiana più hanno saputo coniugare la dimensione linguistica e quella filosofica (da Leopardi a Montale). Ione di Tiziana Mayer è davvero, alla fine, un inno all’amore nella sua più profonda e ampia accezione, quel «lampo che ferisce / la carne e oltre l’umano confine la dilata, / prendendo nostra forma in ogni nato».

Bibliografia
Tiziana Mayer, Ione. Alla chiara fonte 2018. 38 pagine.