Dove e quando
Renzo Ferrari, Corona Diary,
Viganello, Galleria La Colomba.
Fino al 10 ottobre 2020

Renzo Ferrari, Sabbat sul monte Boglia, 2020, 100 x 62


Il Covid secondo Renzo Ferrari

La Galleria La Colomba di Viganello ospita le opere che l’artista ticinese ha realizzato durante il lockdown
/ 05.10.2020
di Luciana Caglio

S’intitola Corona Diary la mostra che, alla galleria Colomba di Viganello, propone le opere, una sessantina, create, o rivedute, dall’artista, durante la clausura. Un’esperienza, però, non subita passivamente. Renzo Ferrari, facendo di necessità virtù, ha saputo ridare vita e significati a un tempo, in apparenza fermo, vuoto e silenzioso. Se n’è, insomma, appropriato per restituirlo al pubblico, suo insostituibile interlocutore, attraverso visioni che, proprio adesso, assumono altre dimensioni, anche storiche e morali. Affidandosi al linguaggio dei colori, delle luci, dei tratti forti o sfumati, l’artista lancia un messaggio di conoscenza e consapevolezza. Per dire che paure, sofferenze, rinunce, pestilenze e virus compresi, da sempre, appartengono alla condizione umana. Insomma una materia di riflessione non calata dall’alto, anzi a volte venata dall’ironia, che Ferrari ha ricavato captando gli stimoli di una quotidianità diversa.

Tutto ciò attraverso un intenso impegno di rielaborazione, di cui ci ha fatto partecipi. Come ci racconta.

Renzo Ferrari, lei ama definirsi un artista che lavora sul filo della cronaca, incuriosito dalla molteplicità di eventi, luoghi, situazioni che la pandemia ha bloccato e uniformato sul piano mondiale. Come ha reagito a questa condizione di isolamento e di privazione?
La cronaca, in realtà, non è bloccata. Certo, il Covid ha avuto la priorità, sul piano mediatico mondiale imponendo, poi, sul piano privato limitazioni pesanti. Ma l’isolamento ha sviluppato nuove forme di comunicazione, attraverso Facebook e altri messaggi elettronici in cui si coglieva il bisogno di parlarsi e raccontarsi. Ora raccontare è, appunto, il ruolo che spetta alle arti, nelle sue tante espressioni. Una necessità che la solitudine può persino favorire. Si pensi a Emily Dickinson, poetessa volontariamente reclusa. Per quel che mi concerne, ho cercato di ottenere dal «lockdown» una sollecitazione ad approfondire il legame con il passato, rivisitando sia i maestri del Rinascimento sia pittori moderni, per esempio Egon Schiele. La storia, proprio attraverso la pittura, documenta sofferenze e mali più grandi noi, che hanno segnato ogni epoca. E mi sono reso conto quanto sia presente la figura del diavolo, simbolo d’incessanti minacce, le antiche pestilenze e, per la generazione dei nostri padri e nonni, la «spagnola». La pittura e la letteratura ne offrono chiare testimonianze rendendo visibili le sofferenze.

Questo rapporto fra realtà vissuta e rappresentazione pittorica ha trovato interpreti nell’arte contemporanea: che ne pensa?
Oggi, nel pubblico si avverte un certo disamore per opere a volte indecifrabili. Bisogna, ovviamente, evitare le generalizzazioni. Sta di fatto che l’epoca ha favorito anche la faciloneria. C’è ormai spazio per tutti, anche per chi non conosce le esigenze del mestiere.

Qual è, allora, il ruolo della critica?
La critica è utile, stabilisce dei canoni che, ovviamente, cambiano seguendo l’evoluzione dei tempi, dei gusti, del concetto di bellezza. Ai critici si deve molto: Roberto Longhi ha fatto riscoprire il Serodine. D’altro canto, possono rappresentare un potere, una moda di cui l’artista, in cerca di successo, rischia di diventare succube.
A proposito di successo quanto conta per lei il consenso della critica e del pubblico?
È naturale, e non solo per noi artisti, cercare il successo, e quindi esprimere pubblicamente, con una mostra. Mostra vuol dire mostrarsi! Ma l’essenziale è poter esprimersi. E la pandemia me ne ha offerto un’occasione, del tutto insolita.

Sul piano personale il Ferrari, patito della libertà, attirato da un mondo, senza barriere, esplorato in tanti viaggi, mosso dal piacere per le diversità, come ha affrontato inevitabili rinunce?
Ho avuto il privilegio, rispetto ad altri, di trovare un’arma di difesa nel lavoro: una forma di catarsi liberatoria. Certo,mi mancano i viaggi anche se, vorrei precisare, non condividevo la smania di andare per andare. Ho molto apprezzato il cambiamento d’ambiente totale, come avviene a New York o a Londra, metropoli da visitare e rivisitare, per capirle e raccontarle. Il contesto urbano, con i suoi simboli, mi affascina. E qui, apro una parentesi sul caso di Lugano, città in cui è mancata la sensibilità per conservare. Sono scomparse, e continuano a scomparire, le case borghesi, che avevano un disegno «probo», sostituite da un cemento armato plateale. Con ciò, persino, in pieno lockdown , l’isolamento non ha significato un ripiegamento su sé stessi, il pericolo di cedere all’autocompiacimento. Non lavoro per me stesso: un quadro è fatto per essere guardato dagli altri.

Ma altri da tenere distanti, come vuole una regola sanitaria del momento: lei la rispetta?
La rispetto, al pari delle altre destinate al bene comune, anche se, come per ogni disposizione ufficiale, c’è il rischio che diventi un esercizio di potere.