Bibliografia
Marco Steiner, Isole di ordinaria follia. Fotografie di Gianni Berengo Gardin e Marco D’Anna, Milano, Mondadori, 2019.

Alcune fotografie scattate a San Servolo da Berengo Gardin (Gianni Berengo gardin)

La legge Basaglia fu introdotta in Italia nel 1978 (Gianni Berengo Gardin) 


I fantasmi tristi di San Servolo

Marco D’Anna e Marco Steiner partono da un lavoro di Berengo Gardin per proporci una riflessione sul «manicomio»
/ 13.05.2019
di Ada Cattaneo

Da Piazza San Marco all’Isola di San Servolo ci sono circa venti minuti di tragitto e quando il vaporetto arriva, è difficile pensare che questo luogo, nel mezzo della laguna, sia stato destinato per secoli a rinchiudere persone con problemi mentali. Al posto del manicomio più importante del Veneto, oggi qui ci sono due sedi universitarie che propongono un fitto calendario di manifestazioni: «l’isola dei congressi e degli eventi» – si legge in un dépliant – «dove circolano idee e creatività». Molte zone sono rimaste verdi e si può perfino noleggiare una bicicletta per fare il giro dell’isola. Eppure, non si riesce a sfuggire ad un senso di malinconia ripensando a tutte le vicende che si sono dipanate in questi luoghi, fra il 1725 e il 1978, negli anni di apertura dell’ospedale psichiatrico.

Per la storia della fotografia sociale, San Servolo rappresenta un simbolo importante: fu qui che Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin scattarono le immagini poi pubblicate in Morire di Classe. La condizione manicomiale pubblicato da Einaudi nel 1969. Su quel libro scrisse anche Franco Basaglia, perfino lui turbato di fronte a quelle scene dolorose di vita nel manicomio. Il fotografo ticinese Marco D’Anna dice che quel lavoro di Cerati e Berengo Gardin ha rappresentato la prova che la fotografia può davvero muovere le montagne, se fatta con coscienza e impegno etico. Esso costituì un documento determinante per convincere opinione pubblica e politici della necessità di una nuova legge per la regolamentazione dei luoghi per la cura mentale, che sarebbe stata approvata da lì a dieci anni.

È proprio l’ultimo lavoro di Marco D’Anna a permettere di tornare su queste vicende. Isole di ordinaria follia, così si intitola il volume uscito nelle librerie il 4 aprile, realizzato insieme allo scrittore Marco Steiner e allo psicoterapeuta Antonio Dragonetto, che ne firma la postfazione. Un percorso fatto da quattordici storie di pazienti internati a San Servolo: non si tratta del resoconto storico delle loro vite, ma piuttosto di uno sforzo poetico per restituire loro dignità. Steiner, a partire dalle loro cartelle cliniche, ne racconta vicende nuove, attraverso la fantasia del gesto letterario e D’Anna le correda con i suoi scatti, in uno sforzo per liberare individui ancora imprigionati nel carcere della malattia, ben oltre la loro morte.

Le isole, si sa, sono per loro natura luoghi che rischiano di far smarrire il senno, circondate dall’acqua come sono e sempre battute dal vento. Non è un caso che venissero scelte per i peggiori bagni penali: Alcatraz, Asinara, Fort Royal, … Per secoli ha rassicurato pensare che i cittadini pericolosi – o presunti tali – fossero concentrati qui e che il mare li separasse dalla civiltà. Nel caso degli ospedali psichiatrici, vale anche il contrario: l’isolamento permetteva di mantenere i degenti in condizioni abiette, dietro a un velo di riservatezza che era buona cosa non sollevare. Non è un caso che molto del primitivo sapere anatomico provenga proprio da questi luoghi: in epoche in cui le dissezioni umane erano proibite per motivi religiosi, nessuno invece si curava troppo di ciò che avveniva ai corpi dei folli. «Aberrato», «imbecille», «alienato»: sono solo alcuni dei termini usati per annotare, sulle schede personali, le condizioni dei pazienti, non meglio interpretabili in base al sapere psichiatrico dell’epoca.

Non è possibile parlare di «cura»: non esisteva riguardo per questi corpi stanchi, piegati dalla malattia. Il libro di Steiner e D’Anna sembra invece voler restituire il rispetto per gli individui. In questo senso, ripercorre il lavoro di Berengo Gardin. A lui viene dedicato un omaggio in conclusione del libro: le sue immagini scattate a San Servolo sono riproposte grazie alle stampe originali a contatto, senza alcun taglio, nella loro inesorabile realtà.

 

Il binomio tra etica ed estetica secondo Marco D’Anna

Ci può raccontare la genesi del progetto Isole di ordinaria follia? Come vi siete posti nei confronti del lavoro di Berengo Gardin su questo stesso soggetto?
In passato avevo già lavorato con Berengo e Marco Steiner per realizzare il libro Il gioco delle perle di Venezia. Da qui è nata la volontà di fare un nuovo lavoro sulla città lagunare. Inizialmente volevamo affrontare in modo più generale il tema delle isole, poi in realtà siamo finiti a dedicarci a San Servolo nello specifico. È noto che Berengo aveva già lavorato sul tema alla fine degli anni Sessanta, facendo un enorme lavoro che aiutò Basaglia nella sua lotta per chiudere gli ospedali psichiatrici nella forma in cui si presentavano allora. Quindi siamo andati avanti su quella strada: abbiamo avuto la possibilità di consultare l’archivio del Museo del manicomio di San Servolo e lì è nata quest’opera a quattro mani.

Abbiamo poi deciso di ripresentare il lavoro di Berengo in una formula nuova: l’ultimo sedicesimo del libro sono solo i suoi tirage contact, corredati dalle sue annotazioni. Si tratta di immagini note, ma che ci sembrava giusto riportare alla memoria. Presentato in questa maniera, il suo lavoro acquista quasi sembianze nuove, che sembrano corrispondere a una sequenza cinematografica.

Nella prima parte del libro i testi letterari sono invece corredati dalle sue fotografie.
Sì, le mie immagini nascono su ispirazione delle storie di Steiner: vicende durissime, seppure a tratti ironiche, ma sempre molto impegnative. Io ho lavorato sia cercando nel mio archivio, sia fotografando a San Servolo.

Per la prima volta ho anche realizzato dei fotomontaggi, non invasivi a livello fotografico. Come dicevo, però, la maggior parte del materiale proviene dal lavoro realizzato a San Servolo: ho raffigurato i vecchi macchinari per l’elettroshock, le foto trovate nell’archivio dei malati e alcuni scorci che illustrano le suggestioni di quel luogo.

Che cosa significa per un artista lavorare su temi così delicati, che toccano corde tanto profonde?
La mia fotografia è sempre stata una fotografia etica, d’impegno. Anche gli ultimi lavori che ho avuto modo di esporre alla la Galleria Buchmann parlavano di malattia, di passaggio. Il mio grande maestro René Burri mi ha insegnato che la fotografia deve sempre nascere dall’impegno sociale. Mi sono sempre mosso su questo binario, che comporta lo scavare nella coscienza e nella sensibilità umana. Credo che quando l’arte va in questa direzione, possa davvero scuotere le coscienze. Questo è l’intento del mio lavoro e certamente anche del libro.

I testi di Marco Steiner colpiscono per lo sforzo di lavorare sul vissuto del paziente, andando ben oltre l’aspra verità del manicomio.
Lavoro con Steiner da quindici anni, in particolare sul mondo di Corto Maltese. [Steiner è stato collaboratore di Hugo Pratt e ha scritto alcuni volumi sul giovane Corto Maltese, ndr]: abbiamo fatto insieme tanti libri, tanti viaggi, tante mostre.

La sua peculiarità, in questo caso specifico, così come in altre situazioni, è quella di partire dalla realtà per interpretarla, alleggerirla o sottolinearla tramite le sue visioni. Qui è partito dalle cartelle cliniche reali dei pazienti di San Servolo e da lì ha raccontato momenti di vita di questi personaggi, tramite una trasposizione che li re-inventa.

Cosa significa affrontare oggi il tema dei manicomi, luoghi che in Svizzera non esistono più in quella veste?
Credo che abbia ancora senso occuparsene, c’è ancora molto turbamento diffuso. Molta gente non sta bene e attraversa momenti difficili dal punto di vista psichico. Che cos’è questo disagio? Una nuova forma di normalità dilagante? Sono tutti interrogativi che lasciano aperte molto porte. Perciò credo sia giusto analizzare oggi cosa succedeva in quei manicomi. I pazienti rinchiusi al loro interno erano davvero malati o erano persone che non riuscivano a omologarsi alle regole vigenti nella società di quel tempo?

Il libro appena pubblicato come rientra nella sua linea di ricerca?
Personalmente mi impegno per essere coerente nel mio percorso di autore. Questo lavoro si ricongiunge ad una riflessione più ampia, che ingloba tutto il mio lavoro: si tratta dell’impegno non solo estetico, ma nato dall’adesione etica ai soggetti. Quasi tutti i miei libri viaggiano su questa traiettoria: partecipazione emotiva, impegno etico e, alla fine, forse anche qualche bella foto.

La forma aiuta a veicolare significati importanti, a volte anche difficili. Oggi abbiamo bisogno di questo. C’è tanta superficialità, tanta confusione in molti settori. Mi sembra doveroso sottolineare dei significati importanti attraverso il linguaggio che mi è più confacente. Quando si riesce a combinare impegno ed estetica, allora si tratta davvero di un’avventura straordinaria.