I colori che fanno letteratura

Tra i libri dell’estate, da segnalare il bel Un colore tira l’altro, diario cromatico di Michel Pastoureau, che esce da Ponte alle Grazie
/ 29.07.2019
di Mariarosa Mancuso

Gli scrittori di fiction, a conoscerli, non sono sempre come li immaginiamo. Vale sempre l’aneddoto – vero o d’invenzione, sono anni che ne cerchiamo invano l’origine – del lettore che scrisse al suo romanziere prediletto un biglietto così concepito: «Ho deciso di correre il rischio di conoscerla». Abbiamo una venerazione per i romanzi di Jonathan Franzen, Le correzioni in cima a tutto, ma l’idea di restare intrappolati in una delle sue spedizioni di birdwatching ci terrorizza. Le lasciamo ai suoi traduttori, che non possono sottrarsi se e quando capita l’occasione.

Vale lo stesso per Haruki Murakami, c’è il rischio di trovarsi coinvolti in una conversazione sull’arte di correre. Andrebbe molto meglio – se fosse ancora viva – un incontro con Shirley Jackson, capace di immaginare quel meraviglioso racconto horror intitolato La lotteria. Ci parlerebbe delle furibonde lotte che hanno luogo nella sua cucina, tra strofinacci e posate di servizio. Della sua corrispondenza con i lettori, e del fatto che «Un giorno le maestre di tutto il mondo dovranno pagare per quel che fanno agli scrittori» (si riferiva alle venti o trenta lettere, spesso sgrammaticate, ricevute ogni anno dagli studenti che dovevano fare una tesina su di lei, e sceglievano la via più breve). In mancanza, Paranoia (Adelphi) è un libro che allieterà le vostre vacanze.

Con i saggisti si corrono meno rischi. Siamo sicuri che Adam Gopnik – abbiamo appena letto Io, lei, Manhattan, uscito da Guanda, altro libro da portarsi in vacanza – non parlerebbe mai di qualcosa che a noi non interessa. E se lo facesse, ne parlerebbe in modo da conquistarci all’istante: un dono che i migliori di noi hanno, non è quel che dicono, ma è come lo dicono. Leggere per credere la sua vita a Soho negli anni 80, quando Jeff Koons cominciava la sua carriera e Robert Hughes – quel Robert Hughes che abbiamo tanto ammirato per La cultura del piagnisteo – non capiva la novità.

Siamo altrettanto sicuri che Michel Pastoureau non potrebbe mai deluderci. Abbiamo letto con soddisfazione tutti i suoi libri sui colori – blu, nero, rosso, verde, che ci ha fatto capire perché i mostri sono spesso verdognoli – e anche il suo libro sul lupo. Escono da Ponte alle Grazie, come il recentissimo Un colore tira l’altro. Diario cromatico. Esattamente quel che dice il titolo: un diario, dove ogni pagina prende spunto da un colore, o da un insieme di colori. Tinte e sfumature osservate, raccontate (lo storico confessa di avere «informatori» che appena notano qualcosa di interessante gliela segnalano), spiegate applicando con divertimento gli studi alla vita.

Vale per tutti il combattimento con le lenzuola che Michel Pastoureau intraprende in un lussuoso albergo di Zurigo (si era a gennaio del 2014). Sembra tutto perfetto, arredamento sobrio e di ottimo gusto, grigio bianco e beige – niente di dorato e niente rosa, siamo europei mica americani. Ma sotto l’elegante copriletto ci sono lenzuola nere. Orrore e raccapriccio, non è un colore adatto al sonno. Va bene per vestirsi se si è un po’ grassottelli, perfino per impacchettare regali, è anche l’occasione per annunciare che il prossimo libro sarà dedicato ai corvi. Ma infilarsi in pigiama tra lenzuola nere proprio no, Pastoureau teme gli incubi, e pensa che neppure il copriletto rigato – sia pure in colori tenui – riuscirà a tenerli lontani.

Ha la tentazione di chiamare la reception, per chiedere una stanza con lenzuola blu o bianche, tinte pacifiche che conciliano il riposo. E in subordine, per farsi dire il nome del designer che ha avuto la sciagurata idea, in un albergo frequentato da persone non giovanissime, vicini a Prospero nella Tempesta di William Shakespeare «D’ora in poi, un pensiero su tre sarà dedicato alla morte». Non lo fa perché è timido.

Protesta in altro modo: toglie dal letto lenzuola, federe, copripiumino, e le mette il mucchio in corridoio. Un po’ lontano dalla sua stanza (sinceramente annota: «la mia vigliaccheria è totale»).

La disavventura – finirà per dormire sulla traversa del materasso, la testa su un cuscino sfoderato che «puzzava vagamente di cavolo rapa» – lo spinge a interrogarsi sui moderni colori della biancheria, che un tempo era solo bianca per ragioni igieniche e morali. Sono solo quattro pagine in un libro appassionante, che tra mille altri spunti celebra con l’entusiasmo di un bambino la bellezza e la simpatia dei veicoli gialli, il colore della Posta Svizzera. Il giallo dei gilet, acido e catarifrangente, rimanda invece all’invidia.