Dove e quando
Erich Bachmann, Lugano, Canvetto Luganese (Via Simen 14b). Orari: ma-sa 8.30-24.00. Fino al 2 novembre 2019. cultura.canvettoluganese.ch

Sulla copertina del libro (edito da www.editionpatrickfrey.ch) Ali si allena sull'Uetliberg (foto Bachmann)


Gli scarponi di Muhammad Alì e il whisky di John Lennon

Al Canvetto Luganese una mostra celebra il fotoreporter svizzero Eric Bachmann
/ 21.10.2019
di Giovanni Medolago

Nel 1967 Cassius Clay stracciò la cartolina-precetto che lo chiamava sotto le armi, destinazione Vietnam. «Nessun vietcong mi ha mai chiamato sporco negro: perché dovrei farmi 8 mila km per andare a combatterli?» Per questa e altre affermazioni – come lo slogan «vola come una farfalla e pungi come un’ape», oppure «vorrei bere un caffè: mi sento un po’ troppo calmo» appena prima di salire sul ring per un match importante – era già soprannominato il labbro di Louisville, ma non era ancora diventato musulmano sufista. La conversione avvenne in carcere, grazie al suo mentore Malcolm X. Uscito di galera col nome di Muhammad Alì, e dopo una pausa agonistica durata oltre tre anni, il suo rientro sui ring europei – dopo un secondo esordio negli USA – era previsto il 26 dicembre 1971 all’Hallenstadion di Zurigo.

Per acclimatarsi e rifinire la sua preparazione, Alì giunse sulle rive della Limmat alcune settimane prima dell’incontro. L’allora 31enne reporter Eric Bachmann, con giovanile entusiasmo, osò avvicinarlo. Alì, diventato nel frattempo un’icona – anche aldilà della nobile arte – era come sempre concentratissimo in vista dell’incontro con il tedesco Jürgen Blin (che per la cronaca finì K.O. alla settima ripresa); ciononostante scoppiò la scintilla. Il più grande pugile della storia lo prese in simpatia e gli permise di seguirlo ovunque; nelle passeggiate-relax sulla Langstrasse in mezzo a folle plaudenti, nelle sedute in palestra o durante le corse nel bosco dell’Uetliberg. Alì non s’era portato delle calzature adatte alla neve e allora Bachman lo accompagnò da un calzolaio che gli mise subito a disposizione degli scarponi. Da quell’esperienza Bachmann realizzò un libro che viene per così dire riassunto nella mostra attualmente in corso al Canvetto Luganese.

Un’esposizione che presenta anche le immagini realizzate dal fotografo zurighese alla Casa Verdi di Milano; ben prima che il compianto regista Daniel Schmid portasse alla ribalta (Il bacio di Tosca, 1984) quel rifugio voluto dal grande Pepin di Busseto nel 1896, per garantire un tetto a musicisti, compositori e cantanti lirici che non avevano avuto la sua fortuna. Infine, un’altra sezione è dedicata ai ritratti, dietro i quali ci sono talvolta curiosi aneddoti («quella volta che a John Lennon fu sequestrata una bottiglia di whisky a Kloten!»).

Il Canvetto Luganese e la Fondazione Diamante propongono un doveroso omaggio a Eric Bachmann, scomparso a 78 anni lo scorso febbraio. Un infaticabile reporter – ci ha lasciato oltre 200 mila negativi – pronto a balzare sul primo aereo pur d’essere presente ai funerali di Albert Schweitzer a Lambarené, e altresì dotato di un’empatia e d’una pazienza invidiabili quanto indispensabili per portare davanti al suo obiettivo personaggi schivi come Clint Eastwood o Igor Strawinsky.