Georges Simenon ritrovato

Il grande scrittore belga sta vivendo un vero e duraturo revival grazie alla riscoperta e alla ristampa in molte lingue dei suoi «romanzi duri»
/ 28.08.2017
di Luciana Caglio

Un mattino di novembre del 1982, Roberto Calasso, responsabile di una nuova e ambiziosa casa editrice milanese, l’Adelphi, arriva a Losanna per incontrare Georges Simenon, giallista di successo. A prima vista, poteva sembrare un’operazione commerciale. Per certi versi, lo era. Il rapporto che, da decenni, legava lo scrittore alla Mondadori, si stava infatti deteriorando, logorato da crescenti incomprensioni. Per il colosso editoriale milanese, Simenon continuava a essere soltanto l’inventore di Maigret, le cui vicende garantivano, a priori, tirature da primato. Mentre rifiutava i romanzi-romanzi, «les romans durs», così li definiva l’autore, in cui veniva alla luce un Simenon insolito, che superava i limiti di un genere popolare, il poliziesco appunto, per collocarsi a pieno titolo nell’ambito della letteratura tout court. Del resto, se n’erano già resi conto, in Francia, Gide e Cocteau, in America Henry Miller, in Italia Goffredo Parise. Ma per i lettori italiani, Simenon voleva dire Maigret, e basta. Destinato, quindi, alle «edizioni da chiosco di stazione», piuttosto che alle librerie, come Calasso aveva detto accortamente all’autore, costretto, con ciò, a rimanere «un incompreso di successo». Parole che colpirono nel segno. Simenon, prossimo all’ottantina, provato dal recente suicidio della figlia Marie-Jo, era in preda a sconcertanti ripensamenti. Nel 1972 aveva addirittura deciso d’interrompere il ritmo di una scrittura torrenziale, fino a 80 pagine al giorno, buttate giù a mano con dozzine di matite appuntite, per passare al dettato su registratore, e tornare però alla pagina scritta. In pari tempo, maturava l’introspezione, dedicandosi all’autobiografia e alla memoria della figlia. Fatto sta che la proposta di Roberto Calasso lo stuzzicò. Infine, ascoltando anche i consigli dell’amico Fellini, nel 1985, firmò il contratto con Adelphi.

Per la casa milanese è l’inizio di una fortunata stagione editoriale: 157 titoli in catalogo, quasi 7 milioni di copie vendute. Il successo concerne sia i tradizionali Maigret sia, imprevedibilmente, i romanzi duri, che diventano non soltanto «best sellers», ma «long sellers», pubblicazioni, cioè, in grado di sfidare il tempo, grazie a un’incessante attualità. È il privilegio dei grandi autori, con cui si riesce a rimanere sempre in sintonia.

Si apriva così un’esperienza vissuta, negli ultimi anni, anche dai lettori di lingua italiana, ticinesi compresi, coinvolti, persino contagiati, in questa scoperta di un Simenon diverso. Certo, nelle sue pagine, si ritrova sempre il filo conduttore della narrazione, che si dipana verso un finale a sorpresa: ma non si esaurisce qui. Anzi diventa un pretesto, per andare oltre, descrivendo, persino denunciando, la realtà cupa di situazioni umane, dove s’intrecciano meschinità individuali, intrighi familiari, crudeltà collettive. Ne emerge, soprattutto, l’insofferenza nei confronti dell’ultimo arrivato, l’intruso, l’eterno straniero, che non otterrà mai un diritto di cittadinanza nell’ambiente quotidiano che lo circonda. Ed è un ambiente che diventa complice delle vicende. I paesaggi, umidi e nebbiosi, le città di provincia, persino certi quartieri di Parigi alimentano disagio, solitudine e sospetto. Sentimenti e comportamenti che lo scrittore traduce, nelle sue pagine, senza forzature letterarie, da testimone diretto. Georges Simenon li ha vissuti, nel corso di un’esistenza densa di contraddizioni, eccessi e sofferenze. Attraverso la scrittura, come confesserà, compie un’operazione liberatoria.

L’autore ha alle spalle «una vita sopra le righe», per dirla con il suo biografo, Pierre Assouline. Il troppo, in ogni ambito. Non trova terra ferma: 22 traslochi, lungo le tappe di «un nomadismo di lusso», che dalla nativa Liegi lo porterà in Francia, negli Stati Uniti, e, nel 1953, in Svizzera, a Epalinges (Vaud) in una villa bunker, suo ultimo rifugio, dove muore il 4 settembre dell’89. Fu, insomma, un continuo muoversi maniacale fra luoghi e passioni: grandi alberghi, auto, barche, relazioni sessuali con prostitute (sarebbero state oltre 10’000, stando alle sue dichiarazioni). Un’instabilità che l’accompagna insidiosamente sul piano delle scelte politiche. Se, nel 1933, sembra vederci chiaro, e denuncia l’oppressione staliniana, durante la guerra, nella Francia occupata, si espone al sospetto di collaborazionismo, anche in seguito all’arresto di un fratello filonazista, che si arruola nella Legione straniera.

A quest’irrequietezza si contrappone, invece, la fedeltà alla scrittura, con cui coltiva un talento innato, e straordinario. Lo rivela, ancora adolescente, nelle cronache per la «Gazzette de Liège», firmate Sim, lo pseudonimo dei suoi esordi come romanziere. E lo confermerà attraverso una produzione sovrabbondante: più di 400 romanzi, tanti, anzi troppi, per non sconcertare la critica. Che finirà tardivamente per accorgersi di lui. Nel 2003, è la consacrazione ufficiale con un volume della «Pléiade» che riunisce il meglio della sua opera. Mentre l’Académie française lo colloca fra i grandi, accanto a Balzac. Ormai, Simenon ha cessato di essere una sorta di fenomeno statistico: secondo i dati dell’Unesco, il sedicesimo autore più tradotto, da sempre e fra i più letti al mondo, e riproposto in continuazione. La nuova casa editrice zurighese Kampa ne ha annunciato la ristampa, nei prossimi mesi. Per soddisfare le insistenti richieste del pubblico di lingua tedesca.

Lo sdoganamento critico ha avuto un effetto in un certo senso rinfrancante e consolatorio per il comune lettore, che ha saputo percepire spontaneamente, nelle pagine della Casa dei Krull o nella Scala di ferro, e via dicendo (l’elenco sarebbe interminabile) il valore più autentico dell’invenzione letteraria: quando ci fa capire la nostra stessa realtà.