«Familiare» o «famigliare»? Una bega… che bega non è

La lingua batte - In realtà sono corrette entrambe le versioni, come confermano illustri esempi della letteratura italiana. Ma non scordiamo le nobili radici latine
/ 23.11.2020
di Laila Meroni Petrantoni

«Aguzzate la vista». Si chiama così uno dei giochi più amati e longevi di uno storico settimanale enigmistico prodotto in Italia. Due vignette apparentemente identiche vengono messe a confronto, con la sfida di scoprire una manciata di piccoli particolari che le fanno differenti: è solo scandagliando le varie figure, esaminando i dettagli, che si risolve l’enigma.

Aguzzate la vista ora su due romanzi pienamente riconosciuti dalle antologie della letteratura italiana: prendete Cronaca familiare di Vasco Pratolini e Lessico famigliare di Natalia Ginzburg. Separano i due titoli solo sedici anni – sono stati pubblicati nel 1947 il primo, nel 1963 il secondo – e non generazioni intere. Notata la sottile differenza? Certamente, quella lettera g che c’è e non c’è. Possibile che uno dei due autori si sia sbagliato? Come mai l’aggettivo è scritto in modo diverso? All’ultimo interrogativo non so dare risposta: forse sta nella volontà di essere o non essere vincolati dal passato della lingua italiana. All’ipotesi che uno dei due scrittori sia caduto in fallo… chiaramente la risposta è no.

I dizionari accolgono entrambe le forme, con o senza g; semmai, a onor di cronaca, è utile segnalare che le voci più autorevoli nel campo indicano la forma «familiare» come ancor oggi più corretta e più frequente. Forse le cose potrebbero cambiare presto, ma non curiamocene ora.

Come mai disponiamo di due versioni? «Familiare» mantiene evidente la sua origine diretta latina (derivando
da «familia» e «familiarem»), mentre l’alternativa con la lettera g discende già dall’italiano «famiglia»: come dire, la prima ha preso la scorciatoia più dritta, la seconda ha fatto stop al casello che separa antico e moderno. Per gli amanti della linguistica, della fonetica e già che ci siamo dell’enigmistica (che fa sempre bene al cervello), la metamorfosi che ha permesso a «familia» di farsi crescere una g si chiama palatalizzazione: fate caso alla vostra lingua, a dove si trova se pronunciate «familia» prima e «famiglia» dopo, e avrete notato il suo arretramento lungo il palato, giusto?

Questo è accaduto. E magari varrebbe la pena chiedersi perché oggi siano accettate entrambe le forme ma nel contempo sia assolutamente errato scrivere «la mia familia». Misteri dell’evoluzione. Torniamo però alla grammatica, che sembra zeppa di regole ma che in realtà è molto più elastica di quanto si pensi. Pare in effetti che non vi sia una norma specifica che faccia preferire l’una o l’altra forma.

Nei testi sul tema si ritrova qua e là una regoletta che suggerisce l’uso della g quando sostanzialmente ci si riferisce alla parentela, mentre la sua omissione sarebbe più indicata quando si intenda ciò che è noto o conosciuto («quel viso mi è familiare»). In realtà sembra che non vi sia alcuna prova che le cose debbano stare così, insomma sarebbe una specie di regola fantasma. Del resto se voi, navigatori del web, chiedeste lumi a un motore di ricerca inserendo ad esempio la stringa «saga famigliare», vi butterà fuori con una pernacchia facendovi rimbalzare su «Forse cercavi: saga familiare». Voilà.

Ho fatto la mia scelta tempo fa, quando ancora «famigliare» era corretto dal maestro con la penna rossa. E voi, cari lettori? Seguite a spron battuto la corrente della modernità oppure come la sottoscritta nuotate faticosamente nella direzione opposta in nome dell’antico antenato latino? State con Vasco Pratolini o con Natalia Ginzburg? Le differenze più intriganti si celano dei dettagli.