Il bisogno di capire

Non è semplice parlare dei due libri che hanno dato celebrità all’editor senior de «l’Espresso», Il bambino nella neve e, appunto, L’asino del Messia, poiché il lettore si trova confrontato con dei memoir a tratti spiazzanti, strazianti, ma poi di nuovo consolatori e pacificatori, attraversati dal prezioso e delicato fil rouge della riflessione e delle domande interiori. Poiché, se c’è una cosa che Goldkorn rifiuta, è la vendetta: «penso che la memoria non serva a rivendicare i torti patiti, a chiudersi in un recinto della propria comunità. Penso che della memoria vada fatto un uso politico».

Se da una parte i memoir sono stati per il loro autore l’occasione per ripercorrere un’esistenza ricca e a modo suo travagliata, contrassegnata da incontri indimenticabili e imperdibili, da continue sfide e nuove realtà, da una serie di viaggi nei luoghi dove si sono svolte atrocità inenarrabili, ma anche da puntuali excursus politici, essi sono comunque anche uno spazio di riflessione condivisa (perché offerta al lettore, pagina dopo pagina) su ciò che, storicamente, moralmente ed esteticamente ha rappresentato e portato una delle maggiori tragedie del 900, la Shoah.

Goldkorn definisce la Shoah «un vuoto» di cui ha paura e dunque, i libri si trasformano nel «tentativo di far fronte all’angoscia», con il dovere di riconoscere però il vuoto in quanto tale, e la rinuncia a volerlo riempire con messaggi positivi e di speranza, poiché non possiamo, né dobbiamo, negare quanto il Male sia «radicato dentro ognuno di noi». Sorprendentemente, al termine della lettura, il lettore non si ritrova amareggiato, quanto più contagiato dall’instancabile desiderio di Goldkorn di comprendere a fondo il mondo in cui viviamo e, se non di trovare delle risposte alle grandi domande dell’umanità, di porre almeno le domande giuste. 

Bibliografia
Wlodek Goldkorn, Il bambino nella neve, Milano, Feltrinelli, 2016

Bibliografia
Wlodek Goldkorn, L'asino del Messia, Milano, Feltrinelli, 2019


Elogio della memoria

A colloquio con Wlodek Goldkorn, per molti anni responsabile delle pagine culturali de «L’Espresso» e autore di due incredibili memoir
/ 13.02.2020
di Simona Sala

«Sono un devoto, di più, un fanatico della memoria degli sconfitti e rivendico con tutte le mie forze la dignità della disfatta». La frase riportata sul retro di copertina di L’asino del Messia, di una potenza e una forza inequivocabili, riassume in poche parole una dichiarazione di intenti rivolta a tutti i perdenti della storia, della vita e del destino, inserendosi alla perfezione nel solco di un pensiero che vuole l’umanità, in senso lato, al centro. Questo è tipico del suo autore, Wlodek Goldkorn, moderno apolide che in realtà è un cittadino del mondo, acuto osservatore di percorsi umani spesso tortuosi e ingiusti.

Wlodek Goldkorn è nato a Katowice, in Polonia. Di religione ebraica, insieme alla famiglia riuscì a evitare le deportazioni (a differenza di molti parenti) riparando in Russia, e fece ritorno in patria dopo la guerra, solo per ritrovarsi nuovamente costretto a lasciare la Polonia nel 1968, emigrando in Israele. In Medio Oriente Goldkorn trova un Paese diametralmente opposto alla Polonia (infatti parla della terra dei popoli del deserto, in contrapposizione con la terra dei popoli dei boschi), uscito da poco dalla Guerra dei Sei Giorni, in cui la costruzione di una nazione di appena vent’anni è in piena realizzazione, e vede protagonisti alcuni personaggi destinati a entrare nella storia, come Amos Oz. Gli studi riporteranno Goldkorn in Europa, dapprima in Germania, e poi in Italia, dove vive tuttora. Lo abbiamo incontrato alla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli di Milano.

 

Wlodek Goldkorn, le sue prime lingue materne sono state il polacco e lo yiddish, seguite dall’ebraico. In che lingua ha scritto i suoi due libri?
In italiano, poiché è la mia lingua di lavoro. Molti scrittori scrivono letteratura in una lingua appresa da adulti, scelta che comporta alcuni privilegi importanti. È un procedimento spontaneo che assomiglia alla psicanalisi: scrivere in una lingua imparata da adulti dà una libertà impossibile nella propria lingua materna. Il rapporto con la parola è meno gravato dalle associazioni o dalle cose che riportano all’infanzia, c’è una maggiore distanza con la parola.
La parola non è immediata, ma mediata. Si dice che Joseph Conrad sul letto di morte parlasse polacco, perché non mediava ormai più. Scrivendo in una lingua che non è quella materna si hanno anche degli obblighi: la lingua diventa classica, e non si può usare lo slang o storpiare le parole, perché il lettore sentirebbe immediatamente che si tratta di un artefatto. Se da un lato si ha la libertà psicologica, dall’altro si è incatenati a uno stile letterario da cui è impossibile uscire, ma a me non dispiace.

In questi tempi, in relazione alle commemorazioni dell’Olocausto, sentiamo parlare spesso di memoria, concetto che attraversa anche i suoi libri. Ne L’asino e il Messia riporta le parole di una donna tedesca che sostiene di preferire l’eccesso di memoria alla sottrazione, poiché l’eccesso prevede l’assunzione di responsabilità. Qual è il suo rapporto con la memoria?

Io sono contro l’eccesso di memoria. Riallacciandomi alle parole della donna del libro, credo che la situazione italiana non sia paragonabile al contesto tedesco. In Italia i conti con il fascismo li hanno fatti i partigiani e la costituzione, che è antifascista. Resta comunque l’elaborazione intellettuale, che è tutta da discutere, tenendo conto dei partigiani. I tedeschi hanno dovuto fare i conti in modo molto più radicale con la memoria, anche perché la Shoah è «roba loro». La Germania è stata convertita alla democrazia quasi per forza, mentre l’Italia l’ha conquistata, e questa è una differenza enorme.

E allora qual è secondo lei la dose giusta di memoria?
Non lo so. So solo che per vivere bisogna dimenticare molte cose. Non c’è memoria senza oblìo, e questo è un concetto che ribadisco ne Il bambino nella neve. Vado ad Auschwitz perché voglio imparare a memoria la mia tomba di famiglia, il mio cimitero di famiglia, che purtroppo non ha tomba, ma quando esco lo voglio dimenticare. Questa non è una contraddizione: non posso ricordare sempre, se lo facessi finirei per diventare rancoroso e incapace di sognare. Ma il sogno comporta l’oblìo.

Durante un viaggio in Polonia racconta di essere finito in una manifestazione nazionalista. Come vive il rafforzarsi di queste ideologie?
È un fenomeno in crescita, forse in Polonia più che altrove. Credo che il risorgere dei fascismi o dei nazionalismi radicali si debba combattere soprattutto con mezzi politici, cioè contrastando la narrazione del futuro di queste persone con un altro tipo di narrazione.

E se lo Stato non attua questo contrasto?
Allora significa che noi democratici non siamo stati abbastanza bravi. È molto importante raccontare la Shoah, poiché può servire per insegnare il linguaggio della rivolta contro l’esistente, della non accettazione, del restare critici e dalla parte degli oppressi, sempre.

Lei infatti parla della «dignità della disfatta».
Certo, ma ciò non vuol dire che gli oppressi siano buoni, anzi, quando prendono il potere a volte diventano ancora più cattivi degli altri. Però bisogna stare dalla loro parte. Penso che parlare della Shoah serva a dire «guardate quanto è fragile la vostra civiltà», poiché la Shoah è il crollo totale della civiltà occidentale, il rovesciamento dei valori. Come ho scritto su «Repubblica» in occasione della Giornata della Memoria, la Shoah è il rovesciamento della rivelazione del Sinai.

La memoria è legata soprattutto al tempo, che lei definisce circolare. Ci parla della circolarità del tempo?
Nel deserto si capisce che esiste qualcosa di eterno. Questa era anche l’idea di Amos Oz; egli raccontava che quando la mattina passeggiava nel deserto, dove regna una realtà immutabile, capiva che quando i politici usano parole come «mai» o «eternità», in realtà dicono sciocchezze. È una cosa che va oltre le nostre percezioni. Il passato non torna, perché è dentro di noi, e il ruolo della memoria è importante quando pensiamo al futuro.

Non ci sono memorie morte, a meno non si stermini un intero popolo, come è successo a certe tribù in America. Il tempo o la memoria lineare sono una convenzione che comprende unicamente la memoria dei vincitori, e poiché c’è stata una vittoria, la storia va avanti. Ma c’è anche una storia degli sconfitti, che non ha fatto la storia, e credo che si tratti di memorie che devono essere ripescate, curate, e trattate con molto amore, perché sono fatte dei desideri e dei sogni più interessanti quando ci si immagina il futuro.

Ma dunque cos’è il futuro?
Il futuro è solo la nostra immaginazione sommata a un’azione collettiva. Quando facciamo un’azione collettiva per avere un futuro, dobbiamo mettere gli elementi di quelle memorie nei nostri sogni di un futuro migliore. Il desiderio della redenzione e del ritorno a una situazione diciamo di fine esilio, per quanto possa essere ingenuo e immaturo, è importante, perché in fondo siamo tutti esuli. L’esilio è una condizione esistenziale che sovviene nel momento in cui usciamo dal ventre materno.

Torniamo a parlare di Amos Oz, che citava prima e con cui aveva un profondo rapporto di amicizia. Egli dichiarava che una delle straordinarietà di Israele risiede nel fatto che la nazione è nata come frutto di un sogno, e come tutti i sogni, una volta realizzati, non corrispondono più a quanto sognato: è d’accordo?
Sì, molto. Da Oz ho imparato tante cose… Oz parlava sempre del compromesso e mi trovavo d’accordo con lui. Prima di arrivare al compromesso però, è necessaria un’idea radicale. Solo quando ci si rende conto che la vita è diversa dall’idea radicale o dal sogno che si avevano, si scende, o sale, al compromesso.

Oz suggeriva una definizione diversa del concetto di pace, che secondo lui non andava confuso con l’idea di stima o affetto. In fondo anche ignorarsi è una forma di pace.
Se è per questo anche non eccedere nell’idealismo è una forma di pace. Vi sono molti idealismi cui non dobbiamo cedere, ad esempio riguardo alla questione delle vittime. Tendiamo a credere che la vittima sia buona per definizione, ma non lo deve essere per forza.

Il fatto è che una vittima va aiutata in quanto tale, perché in quel momento è vittima. Una volta che è stata aiutata, ci si può confrontare con essa, anche per comprendere l’idea che ha del mondo; aiutare qualcuno infatti non significa accettare tutto quello che questa persona rappresenta, ma è una discussione che deve avvenire in un secondo momento.

Le dispiace venire sempre riportato alla questione israeliana in quanto ebreo?
Non mi pone problemi, infatti mi sento responsabile per quello che succede là. Ho il passaporto israeliano e sento un legame molto profondo, per quanto non fattivo, con la sinistra israeliana. Per me il problema di Israele oggi è l’occupazione, che reputo un problema prepolitico: quando c’è un’occupazione militare significa che ci sono due categorie di persone, una che gode di pieni diritti, e un’altra che non ne ha. È una situazione nociva per entrambe le parti, certamente per chi non ha diritti, ma poi finisce per corrompere anche chi ce li ha.

Lei ha affermato a più riprese di amare molto la letteratura israeliana. Cosa la rende tanto speciale?
La letteratura israeliana ancora racconta delle storie, come si faceva una volta. Poi amo molto la lingua ebraica, che ha una grande ricchezza di espressioni in cui la lingua biblica si mescola allo slang.

Nella brevità della nostra vita abbiamo sempre l’idea che lo status quo sia la misura di ogni cosa.
È un problema politico. Abbiamo parlato dei democratici, della sinistra. Una delle cose che la sinistra ha completamente abbandonato, sono i desideri del passato, Faccio un esempio molto primitivo, la sinistra aveva una mitologia, di cui facevano parte i comunardi, la comune di Parigi. Ma una figura come Louise Michelle, comunarda protofemminista, anarchica e poetessa, chi se la ricorda ancora? Quando ai primi del 900 morì a Marsiglia c’era una folla a salutarla, ma perché l’abbiamo abbandonata? In nome di che cosa?

Perché abbiamo lasciato perdere quella memoria? Ricordarla non significa essere comunisti, ma riconoscerne il valore. Il capitalismo non può essere la fine della storia, e questo non perché il capitalismo sia cattivo, ma perché la storia non ha un punto di arrivo. Purtroppo chi è stato sconfitto viene dimenticato. Ciò riguarda anche la memoria del movimento socialista ebraico del Bund, sconfitto dai nazisti. I militanti del Bund sono morti nelle camere a gas, e da qui è partita l’idea che siccome sono stati sconfitti, la loro memoria non vale niente. Invece la loro memoria per me è estremamente interessante.