È scomparso il critico d’arte Celant

Fondatore dell’Arte Povera, è stato tra i protagonisti della cultura italiana e internazionale
/ 11.05.2020
di Alessia Brughera

Si è spento lo scorso 29 aprile, all’età di ottant’anni, Germano Celant, voce stimatissima della critica d’arte internazionale. Dopo aver manifestato i primi sintomi del Coronavirus di ritorno da un viaggio negli Stati Uniti, dove si era recato all’inizio di marzo per partecipare all’Armory Show di New York, da alcune settimane era ricoverato nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale San Raffaele di Milano.

Nato a Genova nel 1940, Celant è stato una figura centrale nella costruzione del pensiero artistico contemporaneo. Storico, critico, teorico dell’arte nonché curatore di mostre memorabili, fino a poco prima che l’Italia e il mondo intero venissero sottoposti all’isolamento ha portato avanti alacremente il proprio lavoro. A Milano, nella Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale, ancora nei primi giorni di febbraio si poteva visitare la retrospettiva dedicata a Emilio Vedova, da lui curata e allestita con quella scrupolosità e quel piglio innovativo che da sempre hanno contraddistinto il suo operato. Il MART di Rovereto, poi, nello stesso periodo ospitava la grande antologica dello scultore americano Richard Artschwager, un progetto che Celant aveva firmato in collaborazione con il Guggenheim di Bilbao.

Grazie alla sua vocazione cosmopolita, uno dei più grandi meriti di Celant è stato far conoscere al mondo l’arte italiana. Il suo nome rimane infatti indissolubilmente legato a una delle più note correnti artistiche italiche dal secondo dopoguerra, quel movimento nato alla fine degli anni Sessanta sotto il nome di Arte Povera che lui ha fondato raccogliendo attorno a sé maestri quali Alighiero Boetti, Jannis Kounellis, Giulio Paolini, Mario Merz, Michelangelo Pistoletto, Pino Pascali e Luciano Fabro, tutt’oggi tra i personaggi più conosciuti e apprezzati del panorama artistico internazionale.

In un’acuta visione d’insieme Celant è riuscito a cogliere le affinità tra questi artisti esponendone dapprima le opere nella mostra alla Galleria La Bertesca di Genova, nel 1967, per poi definire i principi guida del gruppo nel celebre scritto Conceptual Art, Arte Povera, Land Art, del 1970. Sebbene unanimemente riconosciuto come il padre dei poveristi, ha però sempre rifiutato in maniera decisa questo epiteto: «Non ho inventato niente» diceva, «Arte Povera è un’espressione così ampia da non significare nulla».

Percorrendo la direzione opposta a ciò che in quegli anni la società dei consumi imponeva, Celant ha dato vita a un filone di ricerca basato sulla riappropriazione del legame tra uomo e natura, lontano, almeno all’inizio, dalla mercificazione dell’arte e dalle regole imposte da aspettative codificate. «Là un’arte complessa, qui un’arte povera, impegnata con la contingenza, con l’evento, col presente, con la concezione antropologica, con l’uomo “reale”, la speranza, diventata sicurezza, di gettare alle ortiche ogni discorso visualmente unico e coerente (la coerenza è un dogma che bisogna infrangere!), l’univocità appartiene all’individuo e non alla sua immagine e ai suoi prodotti» scriveva in Appunti per una guerriglia, testo fondamentale stilato nel 1967.

L’estrema curiosità intellettuale e la capacità di guardare lontano hanno portato Celant a operare nell’arte in maniera multiforme, sorretto sempre da una lucida e puntuale visione critica. A caratterizzare il suo lavoro, sia negli scritti sia nelle esposizioni, è stato soprattutto l’approccio storico, laddove lo studio del contesto sociale ed economico risulta fondamentale per legittimare l’opera d’arte, svelarne il significato e connetterla alla sua genesi.

Celant è stato autore di più di cinquanta pubblicazioni, tra cataloghi, saggi teorici e approfondimenti su singoli artisti. Numerosi anche gli incarichi che gli sono stati affidati nella sua lunga attività, a partire da quello di senior curator dell’arte del XX secolo al Guggenheim Museum di New York, grazie al quale ha creato un ponte tra arte italiana e cultura americana.

Nel 1996 ha diretto la prima Biennale di Firenze Arte e Moda e l’anno seguente la 47esima edizione della Biennale di Venezia. Dal 1995 al 2014 è stato Direttore artistico di Fondazione Prada, di cui nel 2015 ha assunto il ruolo di Soprintendente artistico e scientifico.

Lunga è la lista delle mostre da lui ideate. Da quelle degli anni Ottanta, allestite in prestigiosi musei quali il Centre Pompidou di Parigi, la Royal Academy of Arts di Londra e Palazzo Grassi a Venezia, alla storica esposizione The Italian Metamorphosis 1943-1968 tenutasi al Guggenheim di New York nel 1994. Da citare, poi, l’ambizioso evento che nel 2013 Celant ha organizzato a Ca’ Corner della Regina, sul Canal Grande, una sorta di remake dell’iconica rassegna When Attitudes Become Form che lo storico dell’arte svizzero Harald Szeemann aveva curato alla fine degli anni Sessanta a Berna.

Uno degli ultimi progetti seguiti da Celant è stata l’importante retrospettiva del 2019 dedicata a Jannis Kounellis nella sede veneziana di Fondazione Prada, una mostra omaggio a un grande maestro che rivela il profondo rispetto del critico genovese per gli artisti e per il loro lavoro. Artisti per i quali, spesso, egli non è stato solo interprete teorico ma amico fidato e insostituibile compagno di avventura.In questo tempo in cui tutti noi ci sentiamo privati della nostra libertà e tanti interrogativi affollano la nostra mente, le parole di uno spirito disinvolto che sapeva arrivare al punto di rottura per ricordare che ogni cosa è transitoria ci appaiono più che mai significative: «Il contemporaneo è una presenza sfuggente in via di estinzione. Le sue manifestazioni si svolgono sotto ai nostri occhi senza che lo sguardo riesca a controllarle e a definirle. È un’energia a perdere, senza limiti: tutto è identicamente contemporaneo, ma la definizione lo smarrisce, ne attua la perdita».