Dove e quando
Edward S. Curtis. The North American Indian. A Photographer’s Legend. Zurigo (Seefeldstr. 317) NONAM. North American Native Museum, Zurigo. Orari: ma-sa 13.00-17.00; do 10.00-17.00. Fino al 1. marzo 2020. www.nonam.ch

Tsawatenok Girl, Edward S. Curtis, photogravure, 1914 (McCormick Library of Special Collections, Northwestern University Libraries)

«Mosa – Mohave» Edward S. Curtis, 1903 (McCormick Library of Special Collections, Northwestern University Libraries)


Curtis, l’uomo che cacciava le ombre

A Zurigo un’esposizione celebra il trasporto con cui Edward S. Curtis si dedicò alle popolazioni native americane
/ 10.02.2020
di Gian Franco Ragno

Quando si vedono riprodotte immagini degli Indiani d’America – nelle edicole e nei poster, nei libri o sul web – riportate più o meno fedelmente rispetto alla qualità originaria, o così ci parrebbe di intuire, molto probabilmente stiamo guardando, senza saperlo, un’immagine scattata ad inizio Novecento da Edward Sheriff Curtis (1868-1952).

Fotografo a suo tempo di grande successo commerciale, Curtis lasciò la sua carriera ben avviata per inseguire un sogno: voleva realizzare un ideale affresco collettivo (con testi, registrazioni e un ricco apparecchio iconografico) delle popolazioni originarie dell’America del Nord. Una popolazione stremata, sconfitta e isolata a seguito dalla conquista del West, e che, nella sua enorme eterogeneità, andava dalle regioni vicine all’attuale Messico (ad esempio, gli Hopi nel sud-est) a quelle più a Nord, (Kwakiult, oggi Stato di Washington), fino in Alaska.

Egli intuiva, alla stregua di molti altri, come queste popolazioni stavano scomparendo insieme alla loro cultura: si conta che prima della conquista europea la popolazione indigena arrivasse a un milione di individui, ma che nelle riserve ne erano rimaste poche decine di migliaia.

Si trattò, come è facile intuire, di un disegno fin troppo ambizioso: un lavoro monumentale in un territorio sterminato, un compito che andò subito a delinearsi come spaventosamente arduo e dispendioso. Bisognava infatti individuare i gruppi, fotografarli, studiarne le tradizioni e la lingua, i miti e il modo di vivere e, sul piano fotografico, inscenare dei ritratti singoli e collettivi per infine, cosa più difficile, trovare i finanziamenti e il sostegno per la pubblicazione.

L’impresa approdò con mille difficoltà alla conclusione dopo un quarto di secolo. La pubblicazione prese il titolo di The North American Indian, e possiamo considerarla come una sorta di enciclopedia a volumi pubblicata a tappe dal 1907 al 1930. L’edizione era rilegata e curata nel minimo dettaglio, nell’insieme contava venti volumi, più di 4000 pagine e 1500 photogravure. Alla base del lavoro molto materiale rimase inedito; si ipotizza che le registrazioni di canti e racconti, su cilindri di cera, fossero più di 10’000, e che il totale delle immagini degli ottanta gruppi indagati superasse i 40’000 scatti.

L’esposizione zurighese al Museo NONAM (North American Native Museum, ora vicino alla stazione di Tiefenbrunnen), in estrema sintesi, ripercorre il mito con approccio didattico e divulgativo, cerca anche di puntare il dito verso certe contraddizioni dell’autore, che però non fu un antropologo, semmai uno straordinario raccoglitore di informazioni. Si mostrano le tappe, si presentano le registrazioni sonore, i film propagandistici e pubblicitari che montò per divulgare l’impresa e trovare sottoscrizioni per l’acquisto.

Ma superate le sale con una finalità più pedagogiche, il momento più suggestivo rimane senza dubbio quello in cui ci confrontiamo direttamente con le sue photogravure – un procedimento artistico dai toni caldi del color seppia che si basa su negativo fotografico – ideate per la pubblicazione.

Esse si presentano come immagini di una cura insuperata, perfettamente bilanciate ed esteticamente superbe – studiate ed elaborate, con i mezzi dell’epoca, nel minimo dettaglio. Risvegliano un senso di magia ancestrale, rivelano un equilibrio tra uomo e natura, riportano in vita ciò che il tempo non solo ha cancellato, ma anche distrutto e calpestato.

È questa la restituzione, in forma artistica, di un mondo scomparso – magari edulcorato, come ripetuto a più riprese nel percorso espositivo – ma con un’adesione estetica al soggetto che diventa essa stessa una forma di rispetto. Si potrebbe dire che Curtis restituì, seppur in minima parte, attraverso la sua arte fotografica, ciò che i nativi si videro portar via sul piano materiale.

Si spense povero e in solitudine, abbandonato da parte della famiglia, Curtis – colui che veniva chiamato dai nativi «l’uomo che cacciava le ombre» oppure «l’uomo che non giocava mai» – a Los Angeles nel 1952, ma, ci piace pensare, consapevole di aver dato un contributo straordinario alla storia delle popolazioni native del mondo.