Cliché, un azzardo che funziona

Su La1 è tornato il magazine culturale condotto da Lorenzo Buccella
/ 27.03.2023
di Marco Züblin

«Da un cliché si parte, a un cliché non bisogna arrivare»: la frase racchiude l’idea che informa anche questa terza stagione del magazine culturale Cliché (La1, mercoledì, seconda serata fino al 19 aprile). Un programma che sta tentando con evidente positivo esito un nuovo approccio – sempre obliquo, vagamente spiazzante, quindi stimolante – con la cultura; non intesa in quel senso classico, solo libresco e un po’ parruccone, che tanto ha fatto per farsi espellere dai palinsesti per manifesto e giustificato disinteresse del pubblico.

Qui l’operazione si conferma intelligente, astuta, vagamente pop; impone attenzione e velocità per metabolizzare approcci diversi sul tema del giorno, «Sporco» e «Solitudine» nelle due prime puntate della nuova serie. Il programma si regge su una serie di colloqui, su immagini ben scelte e montate con rapida e intelligente sequenza, su spezzoni d’archivio scelti con attenzione e cura; il tutto con il legante della narrazione fatta dal conduttore-autore, che nell’accavallarsi di collegamenti e di capriole sorprende e ci lascia qualche dubbio (non avremo capito noi per superficialità? o non c’era altro che un ammiccante gioco verbale?). Il conduttore resta il deus ex machina del meccanismo narrativo di un programma di notevole originalità; non un contenitore ma una sorta di opera proteiforme e sfaccettata, che costruisce e decostruisce ogni volta i propri parametri.

«Sporco» mi è parsa meno riuscita e il tema non indagato in certe sue pieghe essenziali, ad esempio quanto di eticamente e moralmente sudicio vi sia oggi nel linguaggio e nella prassi della politica; tutto questo al netto della testimonianza straordinaria e toccante di Edith Bruck, sopravvissuta al delirio nazista, che con candida e sovrana purezza sorvola i territori del risentimento e della vendetta per approdare a una compassione e a un perdono che ci lascia attoniti, ammirati e increduli. Ottima quella sulla «Solitudine», soprattutto per l’intervento terso di Michela Murgia che ha saputo trovare parole adeguate, forse definitive, sul rapporto tra scrittura e solitudine (cito a memoria: «La solitudine è una questione fondante, ontologica, per lo scrittore; gli permette di tradire la realtà per meglio riraccontarla»); le parole di Arno Camenisch che ci parla di altre facce della solitudine, la fine, l’assenza e la partenza; e quelle di Dick Marty, hombre vertical che paga pegno alla sua ricerca della giustizia e nella giustizia; poi un lampo commovente su Alda Merlini e la sua solitudine coatta; infine Tommaso Soldini che ricorda Guido Morselli, scrittore dimenticato due volte e che ha aspettato invano un segno di umanità che lo salvasse.

Cliché continua ad essere un’incursione intelligente in territori non solo culturali, che induce a riflessioni che travalicano lo spazio e il tempo del programma; non è cosa da poco, in questa nostra banale impermanenza.