Casals, violoncellista libero che scelse il silenzio

Un docu-film su Netflix ripercorre l’incredibile storia del musicista e compositore spagnolo
/ 09.05.2022
di Giovanni Gavazzeni

In un salotto vista spiaggia e mare, come in un luminoso dipinto di Joaquin Sorolla, la voce della radio grida: «Camerati, preparatevi! Trasformeremo Madrid in un giardino, Bilbao in una grande fabbrica, Barcellona in un cantiere. Preparate le tombe!» È l’inizio del docu-film La forza del Silenzio (Netflix). La «voce» è quella vera del generale Gonzalo Queipo de Llano, famoso per le centinaia di messaggi radiofonici con cui dai microfoni di Radio Unión invitava falangisti e insorti a uccidere «quei cani di rossi idioti» durante la Guerra civile spagnola. «Se Pablo Casals mi venisse davanti reprimerei subito la sua agitazione: gli taglierei le braccia, tutte e due, fino ai gomiti». Provenendo le minacce da uno dei più feroci collaboratori del Caudillo Franco, responsabile della mattanza in Andalusia (dove venne ucciso il poeta Federico Garcia Lorca), si capisce perché il sunnominato Pablo Casals, che con quelle due mani era diventato il più famoso violoncellista del suo tempo, prese la dolorosa decisione di abbandonare la casa mostrata all’inizio nella natia El Vendrell, cittadina marina circondata di oliveti nell’amata terra di Catalogna.

Casals adolescente fu protetto dal grande compositore Isaac Albenitz e patrocinato dalla regina Maria Cristina di Borbone. La fama mondiale lo consacrò apostolo di Bach, le cui sei Suite per violoncello diffuse come Vangelo quotidiano, e membro del famoso Trio formato con il pianista Alfred Cortot e il violinista Jaques Thibaut.

Casals era un uomo profondamente convinto della missione sociale della musica, per la cui diffusione fondò nel ’20 l’Associazione operaia dei Concerti e nel ’26 la celebre Orchestra Casals a Barcellona, e fermamente convinto che la musica non fosse al di sopra di tutto: decise di non suonare più dopo il colpo di stato bolscevico del ’17 in Russia e dopo la salita di Hitler al cancellierato nel ’33 in Germania.

Fedele alla democrazia spagnola e ammirato da parecchi franchisti e monarchici, alla caduta della Repubblica non fu mutilato come sognava Queipo de Llano, ma condannato a una multa colossale per ridurre al minimo le sue risorse economiche.

Invece di trattare col Regime e mantenere il suo tenore di vita, Casals e la moglie presero la dura via dell’esilio, stabilendosi, poco dopo il confine con la Francia, nei Pirenei occidentali, a Prades del Conflent. In un modesto villino, Casals si prodigò senza sosta per raccogliere aiuti per il mezzo milione di spagnoli che vivevano internati nei campi «di concentramento» francesi in condizioni morali e igieniche «da Inferno dantesco». Casals vide la deportazione in Germania degli internati spagnoli come schiavi del lavoro, mentre il suo ex-amico-sodale Cortot assumeva il massimo ruolo di potere musicale nel governo collaborazionista di Vichy che fiancheggiava quelle deportazioni.

Terribile fu la sua delusione quando le potenze vincitrici non rimossero Franco, costringendolo per protesta al sacrificio più grande: non suonare più in pubblico, sopravvivendo con lezioni private. Anche in «silenzio» Casals rimase la spina nel fianco di Franco, spiato da funzionari, consoli e ambasciatori, prima e dopo il trasferimento nel ’66 con la terza moglie Marta a Porto Rico.

Fu il violinista Alexander Schneider a trovare lo stratagemma per riportarlo alla musica in pubblico, convincendolo a onorare, nel ’50, il bicentenario della morte di J.S. Bach. Schneider gli portò in dono un pianoforte nuovo e un’edizione delle opere di Bach dove avevano messo la loro firma tutti i grandi musicisti che ammiravano il suo esempio: in testa Toscanini, Bruno Walter, Koussevitzky, Mitropoulos, Rubinstein. Le condizioni però che Casals aveva poste erano quasi insormontabili: avrebbe suonato solo fra amici e nessuno avrebbe percepito compensi. Piovvero adesioni e munifiche presenze (la regina Elisabetta del Belgio e Maria José di Savoia), nonostante le minacce franchiste.

Ogni anno il fiore dei solisti di tutto il mondo venne gratis a Prades, mostrando solidarietà a quella manifestazione musicale tramutata in silenzioso atto d’accusa contro tiranni e guerrafondai.

Ambasciatore di pace, tenace catalanista, generoso animatore di incontri musicali nello spirito di Prades (Porto Rico e Marlboro), Casals morì a 93 anni circondato da cordoglio unanime, al contrario del dittatore Franco, imbalsamato pochi mesi dopo nella pompa del mausoleo della Valle dei Caduti.

Pau Casals riposa nella natia Vendrell, dove le sue spoglie furono traslate nel ’79 e una Fondazione che porta il suo nome ne ricorda la figura straordinaria di artista universale.