Maurizio Cucchi, Sindrome del distacco e tregua, Milano, Mondadori, 2019


Camminare per interrogarsi

Nella sua nuova raccolta Sindrome del distacco e tregua, il poeta Maurizio Cucchi si interroga sul vivere in una società complessa e per certi versi anonima come la nostra
/ 15.07.2019
di Guido Monti

Nel nuovo libro di Maurizio Cucchi uscito per la collana Lo specchio (Mondadori, pp. 110, euro 18) dal titolo Sindrome del distacco e tregua, con bandella di copertina di Alberto Bertoni, ecco venirci all’occhio la sapienza del vero poeta che continuamente sembra formarsi e prendere abbrivio da quel semplice gesto di ogni uomo che è il camminare e che diventa poi in queste pagine pura osservazione, interrogazione profonda del sé, del noi.

Il libro potremmo pensarlo composto di otto stanze-capitoli, tra loro comunicanti, dalla prima Improvvisa adesione, all’ultima Un Idiota sociale; dentro il poeta vi lavora come un artigiano del pensiero e sembra far uscire di lì, come per incanto, parole sempre piene di reale. Nel primo capitolo, ecco le prime interrogazioni sulle moltitudini, il camminatore scruta le masse del contemporaneo, che svuotate di ogni ideologia novecentesca, sembrano tornare a quel che sempre sono state: spasmo di natura, sommovimenti ciechi senza alcuna escatologia finale: «/ Eccomi già precipitato, allora, / in questo orrendo formicolio pulsante, / in questi pullulare di infinitesimali / esseri indistinti all’opera, //…». E nella seconda stanza-capitolo, dal titolo Il penitente di Pryp’jat’, si affaccia la diapositiva di una memoria personale che apre però ad altra memoria collettiva di una comunità, quella devastata dall’incidente nucleare di Černobyl’.

La forza di Cucchi, è proprio nello scatto onirico che corre tra le righe, più vero di ogni realtà; il momento lontano nel tempo della città di Miramare, del bambino giocatore, si inabissa di colpo e nello spazio di poco, la voce narrante riemerge in altro luogo, vicino la cittadina di Pryp’jat’: «…Mi rialzai, ancora stordito, sui bolognini dei salesiani, e cadendo una seconda volta, finivo chissà come in una specie di pozza fangosa… e più in là, su un cartello di legno issato sulla palude, la scritta Pryp’jat’…» e dentro quello spazio infestato da Cesio-137 fa uscire dalle bocche dei colpiti persino della pungente ironia: «…//Erano i coloni della radioattività, / una comunità sghemba di ostinati, / di sopravvissuti. “Del resto // ovunque” sussurrava “alcuni muoiono ed altri scampano...”/…».

In questa naturale giostra dei tempi, il poeta passeggia agevolmente e in Felicità frugale, torna nella quotidianità, traversando i luoghi di una Milano lontana, con loro senso di storia, di economia essenziale come le sciostre, magazzini lungo gli argini dei Navigli e poi oltre Villa Linterno con la casa del Petrarca; e il camminatore andando, fa pulizia per principio di salubrità mentale, di tutti gli accessori inutili, che l’uomo nel tempo si è costruito: «E allora ho pensato a un personaggio, con un bisogno crescente di viva frugalità, di ritrovata manualità a contatto diretto con le cose…». 

Nel libro dunque la materia in tutte le sue varianti ci interroga, da lì veniamo e sembriamo essere di essa snodo e punto di raccolta. E anche la vera lingua, degna d’essere assimilata, è proprio quella che esce dalle vite che scorrono nelle strade, voci-parole lungo i mercati, i rioni di Nizza e proprio nella stanza-capitolo nizzarda dal titolo Babazouk, il poeta si sofferma rapito sull’etimo delle vie, che striscia dentro i nomi, come ad indicare conciso, la storiografia di un territorio: «Un bel cancello al 12 di rue de l’Abbaye. / Decifro con emozione 1651. Hobbes, / il Leviatano,… /…».

E nell’ultima parte della raccolta dal titolo Un idiota sociale, convergono di nuovo i tempi nel frammento di un muro, nell’androne di una porta; la memoria dunque è lì nella pagina, sempre viva, quasi a riformulare e arcuare la linea del presente, verso un orizzonte tutto da interpretare. E forse il segreto di questa scrittura, è che posandosi nelle profondità della materia, ridà ad essa vita come fa un archeologo.

Maurizio Cucchi restituisce quindi alla parola, la forza della sua immensa possibilità: tenere compresenti nel verso gli attimi mai finiti di ogni storia: «Quale sarà, di tutte, la vera dimora a cui ritorno? Forse là in fondo al cortile, dov’è la scaletta, di fronte alla casetta della portinaia? O forse là dov’era il letto più morbido del mondo,… //Poi mi sono guardato allo specchio e ho rivisto il volto di mia madre, mentre lui aveva / una mano mangiucchiata dai topi nel bosco».