Bolle, sacrifici e gloria

A colloquio con la straordinaria étoile internazionale della danza Roberto Bolle
/ 02.10.2017
di Enrico Parola

Ha portato il balletto classico nelle grandi piazze, dal Duomo di Milano alla veneziana San Marco fino a San Pietro davanti al papa; poi in luoghi prima di lui impensabili come il Colosseo e le terme di Caracalla a Roma, dove avevano osato solo i mitici Tre Tenori, la Valle dei Templi ad Agrigento e il giardino di Boboli a Firenze, il teatro antico di Taormina e l’Arena di Verona, dove a metà luglio è tornato con l’ormai celeberrimo show «Bolle & Friends». È stato applaudito da Putin e dalla Regina Elisabetta, ha aperto le Olimpiadi invernali di Torino, è stato ambasciatore Unicef e il World Economic Forum di Davos l’ha nominato nel 2009 «Young Global Leader». Roberto Bolle è uno di quei fenomeni che travalicano abbondantemente il settore in cui eccellono; inutile elencare i traguardi raggiunti in carriera, per spiegarne la grandezza si può solo ammirarlo sul palco e raccontare come abbia allargato i confini della danza classica.

Diciamocelo, grazie al talento ma anche a un fisico strepitoso che le ha meritato le copertine delle riviste patinate di mezzo mondo.
Il fisico è un dono di natura e io ne ho avuto uno atletico; non avessi danzato avrei fatto il nuotatore, l’acqua è il mio elemento. La bellezza e la grazia di un corpo fanno parte della danza e io da sempre, nell’arte come nella vita, inseguo la bellezza: per me è l’emozione che provi quando vedi qualcuno o qualcosa. Però tutto quello che si vede da trent’anni viene forgiato quotidianamente attraverso la fatica, il lavoro e il dolore: stare in punta di piedi, ruotare le gambe oltre i limiti delle articolazioni spostando ogni volta il limite è una sofferenza che ti accompagna per tutta la carriera.

Tanto più a 42 anni.
Da giovane danzavo e basta, ora devo fare molto più stretching; il corpo ha le sue leggi, ma se le capisci sai come sfruttarlo in ogni stagione. Oggi il mio Romeo è diverso da quello di vent’anni fa, ma la danza non è solo prestazione fisica, è espressività, interpretazione. Mi alleno per 7-8 ore al giorno, anche in vacanza faccio esercizi: a questi livelli due giorni di stop si sentono subito e recuperare è una tragedia.

Che cosa spinge a tali sacrifici?
La passione. A 4 anni ballavo davanti alla tv quando davano Fantastico, a 7 vidi danzare una mia compagna di classe e chiesi di andare anch’io a lezione. A 11 ho scelto di spostarmi da casa (è di Casale Monferrato, in Piemonte, ndr.) a Milano per frequentare l’Accademia della Scala. Fu un periodo duro, non per l’impegno dei corsi ma per il dopo: ritrovarmi così piccolo da solo a mangiare in mensa, rientrare da solo dall’anziana signora che mi ospitava, essere sempre da solo in casa e a fare i compiti. Ero un bambino e piangevo per la nostalgia di genitori e fratelli.

Le soddisfazioni però non tardarono: a 15 anni notato e prescelto da Nureyev , a 21 primo ballerino alla Scala..
Mi licenziai dopo due sole stagioni; mi diedero del pazzo, rinunciavo a stabilità e sicurezza per tentare di diventare étoile: una sfida continua che genera aspettative e pressioni emotive pazzesche.

Gusto della sfida, sete di gloria o narcisismo? Tra i ballerini circola la massima «danzare è essere guardati».
Non è stato questo a spingermi, anzi confesso che mi trovo in difficoltà quando mi sento troppo guardato, ad esempio in sala prove, con tutti gli occhi dei colleghi puntati su di me.

Però sul palco sembra apprezzare le immancabili ovazioni.
Adoro essere amato, certo, e ballare è comunicare, suscitare emozioni. In questo la danza mi ha aiutato: di indole sarei più chiuso, timido, ho imparato ad esprimere di più quello che ho dentro. Come coi genitori: sanno che vuoi loro bene, ma se riesci anche a dirglielo è tutta un’altra cosa. Però non voglio i riflettori nel privato: quando esco da un teatro non rifiuto autografi e selfie, ma per strada devo mettere cappellino e occhiali per poter arrivare puntuale agli appuntamenti. Sono geloso del poco privato che mi rimane, quello che devo dire di me pubblicamente lo comunico dal palco.

L’essere diventato non solo un’ étoile della danza ma una vera star a livello di società le ha permesso di vivere esperienze uniche, ad esempio ballare in luoghi unici come la Valle dei Templi o il Colosseo.

Sono stati momenti esaltanti perché certi connubi sono l’esaltazione dell’arte. Sei lì e ti senti parte di qualcosa di più grande: quei luoghi regalano una bellezza visiva completa e duratura che spazia nei secoli, a differenza del nostro gesto artistico che inizia e si esaurisce in breve tempo.

Non tutti sono stati luoghi di bellezza: come ambasciatore Unicef avrà visto realtà di sofferenza e degrado.
Ma anche lì la bellezza può fiorire. Ho iniziato a 24 anni perché alcuni amici mi avevano coinvolto in progetti particolari. Mi hanno segnato i viaggi in Sud Sudan e nella repubblica Centraficana, dove ho conosciuto un bambino soldato liberato da pochi giorni. Mi sono commosso ascoltando la sua storia e sentirlo comunque parlare del futuro con speranza: voleva diventare medico per aiutare gli altri.

Dovesse provare a definire in poche parole l’essenza della danza?
Bellezza e dinamicità, espressività e plasticità, forza e leggerezza.

Tornando ai suoi 42 anni, s’è già posto un limite anagrafico alla carriera?
No, ma sono molto autocritico e credo che riuscirò a smettere prima che la gente non mi riconosca più sul palco; finché riuscirò a regalare al pubblico armonia e bellezza andrò avanti.

E dopo?
Non so ancora. Prenderò un po’ di tempo per me, viaggerò, ma non starò in ozio davanti alla tv mangiando patatine: quando sei ballerino lo sei per sempre.

Si prenderà quel tempo per sé che finora la carriera le ha sottratto?
Sì, ma non lo dico con recriminazione: la danza è la mia vita e non è una frase fatta, che sia totalizzante quindi non è un problema.

Prima di smettere ha altri sogni da realizzare?
Sinceramente la realtà ha già superato le mie fantasie. Sono stato fortunato: ho seguito la mia indole, ho sempre studiato e lavorato, il resto è venuto da sé.