Dove e quando
Lawrence Carroll. Photographs, Bruzella, Fondazione RollaFino al 1. settembre 2019.
www.rolla.info

Lawrence Carroll, Monday Flag


Attraverso l’obiettivo di Carroll

Pochi giorni dopo l’inaugurazione di una mostra alla Fondazione Rolla di Bruzella, è mancato l’artista Lawrence Carroll
/ 03.06.2019
di Gian Franco Ragno

Si è spento nella mattinata di martedì 21 maggio Lawrence Carroll, pochi giorni dopo l’inaugurazione dell’esposizione di cui stiamo tracciando una breve recensione.

È molto difficile stilare un profilo seppur sintetico di quella che è stata la fertilissima carriera di Lawrence Carroll (1954-2019): nato in Australia da genitori irlandesi, si trasferisce presto negli Stati Uniti dove compie i suoi studi. Chiamato in Europa da Harald Szeemann nel 1989, partecipa a collettive con nomi del calibro di Joseph Beuys, Richard Long e Bruce Neuman. Solo qualche anno più tardi è invitato alla Documenta di Kassel del 1992. Con la nostra regione ha sempre avuto un rapporto privilegiato e fertile, basti pensare alle sue esposizioni e presenze in collezioni importanti: da Panza di Biumo, che poi donò parte delle opere al Museo Cantonale, alla Galleria Buchmann, dal Museo Vela alla Fondazione Rolla.

All’ex-Asilo di Bruzella vediamo per la prima volta l’artista nel suo personalissimo approccio al mezzo fotografico, che presenta risultati sorprendenti. Per inciso, va detto che privatamente Carroll ha sempre documentato personalmente il suo lavoro, proprio per l’importanza che ha il rapporto tra scultura e spazio, ma qui è la prima volta che si esprime compiutamente con il mezzo.

La trentina di immagini in mostra percorrono un lungo ritorno a casa di Carroll dalla costa Ovest alla costa Est laddove, stabilitosi negli anni Ottanta con il suo studio nell’allora sconosciuta Tribeca a New York, iniziò ad esporre.

Dallo stile personalissimo, le immagini presentano una sorta di paesaggio candido ma sfuocato: la realtà intorno a lui è registrata attraverso il filtro di un vetro, dal quale l’immagine assorbe un sottile reticolo di graffi e segni. I soggetti sono minimi aspetti della natura come un albero, un giglio che resiste al gelo invernale o una bandiera americana fuori da un finestrino; in altre immagini, invece, l’artista sembra indugiare su una strada invernale, dove si accumulano neve e pioggia – in queste immagini, quasi una serie, possiamo ricomporre le tracce della parola (come in un quadro di Cy Twombly) «never», mai. Altre ancora colgono un albero spoglio dall’interno di un’abitazione – inquadrato e spezzato dalla cornice di una finestra – in un involontario ma suggestivo rimando a Josef Sudek, autore presentato all’inaugurazione dello spazio a Bruzella. Un’ulteriore conferma della dimensione personale e quotidiana dell’esperienza condotta appare sottolineata dal continuo riferirsi ai giorni della settimana e ai momenti della giornata nei titoli delle fotografie.

Se nella sua arte Carroll procedeva per accumulazione di colore, polvere e materia sui dipinti-sculture, nelle sue prove fotografiche sembra invece astenersi dall’intervento, avanzando per sottrazione di elementi. Nell’insieme ognuna delle immagini esposte si associa all’altra proprio per mancanza di colore, definizione, contorni e contrasto.

Si adattano al lavoro in sala alcune frasi contenute in una recente intervista a Barbara Catoir, pubblicate nel catalogo del Museo Vela del 2017: «Cerco in qualche modo di assorbire quello che vedo e portarlo via con me, sperando che un giorno nel mio lavoro emerga qualcosa che si ricolleghi a quell’esperienza. Ho bisogno di essere coinvolto nel mondo esterno, ma ho anche bisogno della solitudine del mio studio, dove posso rallentare e smorzare il rumore della vita».

Le sue opere non sembrano avere punti di contatto con altre esperienze se non, lontanamente, quel Robert Frank del ritiro in Nuova Scozia che, dopo anni drammatici, produsse lo straordinario The Lines of My Hand. Vi è la stessa solitudine, lo stesso orizzonte esistenziale, la stessa quantità di ricordi che riemergono.

Mi permetto di concludere ancora con le parole di Lawrence Carroll riguardo al rapporto tra vita e arte, tratte nuovamente dall’intervista citata: «Mi piace l’idea che la pittura possa portare un po’ di peso della vita, una parte di questa storia al suo interno. Tutti portiamo il peso di una vita imperfetta, alcuni molto più di altri. La pittura deve diventare realmente tua se vuoi che arrivi da qualche parte, è una battaglia che vale la pena combattere».