Dove e quando

André Derain. Sperimentatore controcorrente.
Museo d’arte Mendrisio. Fino al 31 gennaio 2021.
A cura di: Simone Soldini, Barbara Paltenghi Malacrida, Francesco Poli.
Orari: da ma a ve 10.00-12.00/14.00-17.00; sa, do e festivi 10.00-18.00.


André Derain: rivoluzione e tradizione

Mendrisio dedica una retrospettiva al grande maestro francese
/ 09.11.2020
di Alessia Brughera

La figura di André Derain è sicuramente tra le più singolari e complesse dell’arte del XX secolo. Incluso senza incertezze nel novero di nomi che nei primi anni del Novecento ha rivoluzionato completamente il mondo artistico, il pittore e scultore francese, nato a Chatou nel 1880, ha guidato e ispirato alcuni dei più rilevanti movimenti moderni e contemporanei.

Uomo di vastissima cultura, carismatico e dotato di un ingegno fuori dal comune, Derain è stato un artista capace di farsi pioniere delle più audaci ricerche avanguardistiche così come, per quanto possa sembrare paradossale, precursore di un ritorno al classicismo, affiancando l’assidua sperimentazione formale allo studio appassionato della tradizione.

«L’eretico del moderno» è stato definito, non a caso: Derain ha contribuito a rinnovare l’arte della prima metà del secolo scorso per poi decidere, senza pentimenti, di collocarsi al di fuori di quelle correnti radicali a cui lui stesso aveva dato il via, seguendo una traiettoria in controtendenza rispetto allo spirito del tempo e alle proprie scelte iniziali. Il cambio di rotta che ha caratterizzato il percorso di Derain non ha però intaccato la sua indole di indagatore inquieto, rendendolo ancora testimone del caos e del turbamento in cui si agitava l’arte del Novecento.

Amico di Matisse e di Vlaminck, Derain ha fondato con loro nel 1905 il gruppo dei Fauves, «le belve», che utilizzavano un esuberante cromatismo facendo dell’esplosione di colori il vero soggetto dell’opera. Eppure, dai selvaggi colleghi amanti dei toni ardenti, l’artista si è differenziato sin dalle prime prove, poiché, pur vivacemente contrastata e stesa con pennellate libere e pastose, la sua pittura tradiva già un’inclinazione verso inedite elaborazioni stilistiche.

Difatti, non si era ancora consumata la stagione fauvista, che Derain esplorava nuovi territori. Facendo propria, in anticipo sugli altri, la lezione di Cézanne e subendo il fascino dell’arte primitiva, fiancheggiava Picasso nel momento in cui stava dando vita al Cubismo, giocando un ruolo rilevante all’interno di quel movimento (pur mai aderendovi) per aver introdotto il pittore spagnolo al mondo dell’«art nègre», fondamentale per la semplificazione formale a cui entrambi gli artisti sarebbero pervenuti.

È però con il suo periodo definito «gotico» o «bizantino», iniziato nel 1911 e durato fino al 1914, che Derain attuava quello scarto con cui si sarebbe allontanato definitivamente dalle avanguardie. Prefigurando la nascente Metafisica di Giorgio de Chirico e di Carlo Carrà, optava adesso per un «ritorno all’ordine» con una pittura più austera volta alla riscoperta dei grandi maestri del passato. Dopo la traumatica esperienza della guerra e con la complicità di un viaggio a Roma nel 1921, Derain rinsaldava sempre più il suo rapporto con la tradizione, trovando nell’antico quegli elementi che avrebbero contraddistinto il nuovo corso della sua arte.

Segnata da questo approdo alla classicità, la pittura di Derain, a dispetto del grande successo di cui aveva goduto fino agli anni Trenta (e dei tanti lussi che aveva concesso all’artista), incominciava a essere contestata, considerata dai più il frutto dell’assurdo ripudio di una fervida vena creativa.

Nell’ultima fase della sua vita, trascorsa sempre più isolato nella residenza di Chambourcy, Derain accusava il colpo delle sue scelte controcorrente, con la critica sempre meno interessata al suo lavoro e con amici e colleghi che da suoi estimatori erano diventati accaniti detrattori (basti citare su tutti André Breton, il teorico del Surrealismo). Voci fuori dal coro erano però quelle di Braque, rimasto fin dai tempi delle sperimentazioni cubiste suo grande ammiratore, e di Alberto Giacometti, artista che più di ogni altro aveva compreso la dimensione irrequieta di Derain e che di lui apprezzava proprio gli anni postavanguardistici.

A ripercorrere il poliedrico cammino di questo grande protagonista dell’arte del Novecento è la mostra allestita negli spazi del Museo d’arte Mendrisio, importante retrospettiva organizzata grazie alla collaborazione degli Archivi André Derain e ai prestiti provenienti dalle collezioni di prestigiosi musei francesi.

Le oltre cento opere esposte vengono presentate secondo un allestimento che intreccia il criterio cronologico a quello per generi, aiutando il visitatore a conoscere e capire l’articolata produzione dell’artista, caratterizzata non solo da un’estrema varietà stilistica all’interno di ogni suo campo di indagine ma anche dal continuo mettersi alla prova in diversi ambiti, da quello pittorico a quello scultoreo fino a quello teatrale.

Attraverso i numerosi dipinti, le sculture dalla grande libertà espressiva e i bozzetti per le arti sceniche a cui Derain si dedica con passione, la mostra mendrisiense esplora i principali aspetti della ricerca dell’artista francese avendo il merito di trattare in maniera esaustiva proprio l’opera tra la Prima guerra mondiale e la sua morte, avvenuta nel 1954, ovvero quel periodo bistrattato dalla critica che solo recentemente ha incominciato a essere rivalutato e compreso nel suo grande valore.

Dopo una sezione iniziale che documenta la fase dell’avanguardia con lavori quali L’Estaque, del 1906, un tripudio di colori fauvista, o Portrait d’Iturrino, datato 1914, un ritratto potente in cui emergono tanti echi del passato, primo fra tutti quello di El Greco, la rassegna procede con una nutrita serie di dipinti che ben testimonia l’evoluzione di linguaggi e tematiche dell’arte di Derain.

I paesaggi spaziano da quelli degli anni Venti e Trenta, con vedute della Provenza e visioni di sottoboschi, in cui ben si colgono i rimandi a Poussin, a Constable o a Corot, a quelli «sinistri» del periodo più tardo, con cieli in tempesta e pianure desolate a farsi emblema dell’inquieto pessimismo dell’artista.

I nudi femminili, poi, mostrano la profonda conoscenza dell’artista dell’opera di Tiziano, di Giorgione, di Rubens e di Courbet, punti di riferimento per la riconquista di quel solenne possesso dello spazio in cui la figura si colloca solida e immutabile come una statua. Belle anche le nature morte dall’atmosfera atemporale e dalla composizione studiata nei minimi dettagli, dove forti sono i rimandi al Seicento olandese, ai dipinti di Baschenis, Chardin e Manet e agli affreschi pompeiani.

Tra i ritratti, di particolare interesse sono la tela Geneviève à la pomme, datata 1938, un dipinto che incarna in modo esemplare l’utilizzo che l’artista fa della luce, intesa come «la sola materia della pittura», e Autoportrait à la pipe, l’ultimo autoritratto eseguito poco prima di morire, in cui Derain si effigia con la pipa in bocca delineando vigorosamente il proprio volto mediante marcati contrasti chiaroscurali.

Infine i lavori popolati da ninfee, cavalieri e figure antiche, opere in cui risuonano suggestioni mitologiche e allegoriche che l’artista ama esibire soprattutto nella fase conclusiva del suo cammino. E guardando il grande dipinto La Clairière, ou le déjeuner sur l’herbe, del 1938, rivisitazione della più illustre pittura veneta e fiamminga, si comprende pienamente come per Derain «fare la rivoluzione nell’arte» fosse «capire la tradizione, nel momento in cui non la si capisce più».