Dove e quando

Unknown Unknows, Triennale di Milano, fino all’11 dicembre 2022. Ma-do 11.00-20.00. www.triennale.org

Momoko SekoPlanet Σ, 2014 Courtesy of the artist

Abitare l’ignoto

La Triennale di Milano ospita una grande mostra curata dall’astrofisica Ersilia Vaudo
/ 24.10.2022
di Elio Schenini

Non si può certo dire che il grande sforzo per indagare l’ignoto messo in campo dalla Triennale di Milano in occasione della 23esima Esposizione internazionale, intitolata Unknown Unknows, non lasci il segno. Uscendo spossati dal monumentale palazzo progettato da Giovanni Muzio nel 1933, dopo aver trascorso alcune ore a percorrere gli oltre 10’000 metri quadrati sui quali si dispiegano le diverse esposizioni che compongono questa edizione, dopo aver visto centinaia di opere d’arte e di oggetti di design, dopo aver guardato innumerevoli filmati, dopo aver ascoltato le voci di filosofi, scienziati, progettisti e architetti, dopo aver letto decine di testi introduttivi e didascalie, si ha tuttavia l’impressione, che tutto questo accumulo di sapere e di conoscenza non riesca minimamente a scalfire l’enorme mole di cose che non sappiamo, e che probabilmente non sapremo mai, sull’universo in cui viviamo. Ci si potrebbe quindi chiedere se fosse veramente necessario mettere in piedi questo dispendioso e impegnativo tour de force per poi approdare all’antichissimo, socratico, «sapere di non sapere», che in questa occasione viene riproposto con formula leggermente rinnovata: «quello che non sappiamo di non sapere».

Non è tuttavia una semplice constatazione della vanitas di ogni forma di conoscenza umana, l’obiettivo degli organizzatori, ma, come sottolinea Stefano Boeri nell’introduzione al volumetto di saggi – alcuni di grande interesse – che accompagna l’esposizione, l’intento è piuttosto quello di proporre una riflessione sui profondi cambiamenti che stanno segnando il nostro modo di relazionarci con il mondo.

Al centro di Unknow Unknows vi è infatti quella vera e propria rivoluzione copernicana che si è affermata negli ultimi anni a partire da una messa in discussione della pretesa alterità dell’uomo rispetto a tutte le altre specie che con lui condividono il pianeta terra. Come scrive lo stesso Boeri, l’erosione «del dualismo tra umano e non-umano inteso come presupposto concettuale del nostro essere al mondo, ha avuto e sta avendo un immediato riscontro nell’estensione della sfera dell’ignoto, di quanto non sappiamo, non mappiamo, non controlliamo. Un contraccolpo radicale, che ha il tono e la potenza di una nuova prospettiva sul mondo». Se il nostro essere nel mondo non può più basarsi, come nel passato, sulla «distanziazione cognitiva e culturale dal mondo stesso», ecco che l’ignoto non è più un territorio ancora da conquistare, da colonizzare, riportandolo così entro i confini del nostro sapere e del nostro controllo come l’hic sunt leones delle antiche cartografie medievali. L’ignoto, in questa nuova prospettiva, è ovunque, intorno e dentro di noi, e quindi, come scrive sempre Boeri, deve diventare «una condizione da abitare ed esplorare senza più alcun anelito totalizzante».

La grande mostra al centro di questa edizione della Triennale, curata dall’astrofisica Ersilia Vaudo, si muove così lungo i bordi dell’ignoto contemporaneo con un approccio interdisciplinare che mira a evidenziare quelle esperienze in ambito artistico, scientifico e progettuale che con spirito di esplorazione e di ricerca si spingono oltre i confini del noto non più per ricavarne come in passato modelli e strumenti di dominio o di sfruttamento economico delle risorse naturali, ma piuttosto per immaginare soluzioni inattese e imprevedibili che possano aiutarci ad affrontare le emergenze del nostro tempo a partire da una prospettiva nuova, fondata sull’agire simbiotico tra l’uomo e le altre specie. Una prospettiva, e questo va sottolineato, perseguita con coerenza, visto che l’allestimento è stato realizzato con stampanti 3D direttamente negli spazi espositivi e utilizzando materiali di origine naturale. Del resto, come testimonia in maniera ampia e documentata la mostra La tradizione del nuovo, realizzata a partire dalle collezioni del Museo del Design e dagli Archivi della Triennale, il design italiano fin dal dopoguerra è stato attraversato da uno spirito di ricerca e di innovazione che lo ha portato a confrontarsi con l’ignoto per immaginare soluzioni e progetti con cui contribuire alla trasformazione radicale della società.

Se nella mostra principale, come abbiamo visto, prevale la dimensione cosmica e l’approccio scientifico, a riportarci sulla terra ci pensa la mostra Mondo reale curata dalla Fondation Cartier di Parigi che attraverso le opere di una ventina di artisti contemporanei ci invita a guardare all’ignoto e al mistero che ogni giorno si fanno largo nella nostra quotidianità. Seguendo la misteriosa traiettoria dell’uomo nudo seduto a prua di una barca di Ron Mueck (Man in a Boat, nell’immagine) che piega leggermente il capo per osservare qualcosa che sta dietro le nostre spalle, passando per i cieli sfumati dipinti da Sho Shibuya sulle prima pagine del «New York Times» e finendo con il surreale interrogatorio di una scimmia accusata di omicidio da parte di David Lynch, la mostra è un invito ad abbandonarsi allo stupore che nasce dentro le pieghe della realtà.

Ma nella costellazione di mostre e progetti che compongono il fitto programma di questa edizione della Triennale ci sono molte altre cose, come le 23 sale dedicate alle partecipazioni nazionali dove, oltre alle numerose presenze di paesi africani, si segnalano in particolare quella francese e quella olandese, oppure la proposta, a dire il vero un po’ affettata e manierata del Corridoio rosso immaginato dagli storici dell’arte Giovanni Agosti e Jacopo Stoppa. E poi ancora, le strutture architettoniche di Francis Kéré, le seminali esperienze con il mondo della tecnologia di Ettore Sottsass negli anni della collaborazione con la Olivetti e infine il film dedicato all’architettura visionaria di Andrea Branzi.

Quasi sempre, e anche quella della Triennale non fa eccezione, le esposizioni internazionali sono delle grandi macchine che vengono calate come delle reti a strascico dentro la contemporaneità nel tentativo, spesso frustrato, di riuscire a catturare in questo modo quell’entità sfuggente e indecifrabile che è lo spirito del tempo. Questa volta la Triennale, come già era accaduto in alcune ormai storiche edizioni del passato, sembra però aver raggiunto lo scopo.