Via con il vento (del razzismo)

Storie di rinascita – 2. parte. L’America della ricostruzione dopo le ferite della guerra civile
/ 14.09.2020
di Federico Rampini

L’America riuscirà mai a curare le ferite della guerra civile? La questione razziale – di nuovo in primo piano nello scontro fra Donald Trump e Joe Biden – impone di studiare eventi accaduti un secolo e mezzo fa. Di tutti i conflitti che ha combattuto, quello che ha fatto più morti oppose gli americani ad altri americani. È una storia di cui non esiste una narrazione unica. Nella versione dei «vincitori», quella guerra ebbe al centro lo schiavismo. Nella versione sudista fu una colonizzazione da parte del capitalismo di New York e Chicago. Lo schiavismo aggiunge una dimensione unica alla vicenda americana.

La città di Asheville in North Carolina è la prima in America a varare reparations (risarcimenti) ai discendenti degli schiavi. Il consiglio comunale ha votato una risoluzione in cui «chiede scusa per la sua partecipazione allo schiavismo e approva risarcimenti per i residenti afroamericani» (12% della popolazione locale). Dalla California a Rhode Island, iniziative simili sono in cantiere altrove. Il tema dei risarcimenti è tornato in primo piano dopo le manifestazioni di protesta per l’uccisione di George Floyd. La sinistra del partito democratico ne fa un obiettivo della campagna contro il razzismo. Nelle sue forme più radicali un piano nazionale di risarcimenti è stato stimato a 13’000 miliardi di dollari. Barack Obama si dichiarò contrario, anche per il timore che questo ecciti l’invidia dei bianchi poveri e altre minoranze sfavorite, spingendole a destra.

Uno dei best-seller di questa estate è Caste di Isabel Wilkerson: la saggista afro-americana, vincitrice del Premio Pulitzer, traccia un parallelo fra l’antichissimo sistema della caste in India e la stratificazione razziale della società americana. Coincidenza: questo libro è uscito proprio quando il partito democratico ha scelto come candidata vicepresidente Kamala Harris, che unisce nel suo Dna le due storie: sua madre è indiana, suo padre un nero giamaicano, come tale discendente da schiavi.

Il «New York Times» ha lanciato il «1619 Project», una lunga serie di reportage che vogliono «mettere lo schiavismo al centro della nostra storia». Il 1619 è l’anno in cui tutto ebbe inizio, con l’arrivo al porto di Point Comfort in Virginia (allora colonia britannica) della prima nave con un carico di venti o trenta schiavi trasportati dalle coste dell’Africa. Raccontando quel sistema durato 250 anni, il «New York Times» proclama che non basta definirlo «il peccato originale» degli Stati Uniti: lo schiavismo andrebbe considerato come «l’origine stessa della nazione».

Anche il dibattito sui risarcimenti ha una storia antica: nel 1865, subito dopo la prima proclamazione della fine dello schiavismo, i vincitori della guerra civile promisero ad ogni schiavo liberato «16 ettari di terra da coltivare e un mulo». Le ragioni per cui quella promessa non venne mai realmente mantenuta, sono una vicenda-chiave per capire la storia degli Stati Uniti, e la rilevanza della questione razziale oggi. È una storia di grandi ideali e speranze, ma anche di soprusi e risentimenti, non tutti e non solo a danno degli afro-americani. Il «rancore sudista», motore di un consenso a favore della destra di cui Trump è solo l’ultimo beneficiario, è una storia poco raccontata fuori dagli Stati Uniti.

Nel 1860 gli Stati del Sud erano abitati da 8,1 milioni di bianchi e 4,2 milioni di neri. Tra i bianchi solo 385’000 possedevano schiavi. Di questi solo 46’000 ne possedevano più di venti ed erano chiamati planters, cioè latifondisti proprietari di piantagioni. Le classi agiate nelle economie affacciate sull’Atlantico durante l’Ottocento si mantenevano sfruttando tutte le altre. Per i latifondisti-schiavisti la vita era bella, ma non per la stragrande maggioranza degli altri bianchi del Sud. Moralmente erano dalla parte del torto: avevano partecipato alla cacciata degli indiani, ed erano indifferenti alle sofferenze dei neri. Ma erano danneggiati dallo schiavismo. I profitti di quel sistema economico erano così alti che i proprietari di schiavi potevano sempre comprare le terre migliori, togliendole ai piccoli agricoltori bianchi.

Uno dei più autorevoli testi di storia degli Stati Uniti, la Penguin History di Hugh Brogan sottolinea che nell’abolizionismo, emerso come movimento nel 1831, era evidente l’ispirazione religiosa: si trattava di purificare l’anima americana, di espiare un peccato collettivo. L’idea di una missione divina era fortissima in Abraham Lincoln.

L’altra componente essenziale erano le donne, fondamentali dai due lati della contesa. Non è un caso se i due romanzi più celebri sullo schiavismo sono di due scrittrici (bianche). La capanna dello zio Tom di Harriet Beecher Stowe fu poi oggetto di un revisionismo feroce, accusato di una visione paternalista dei neri, ma quando Lincoln ricevette alla Casa Bianca l’autrice, la definì «la piccola donna che ha scatenato questa grande guerra». In quanto a Via col Vento, scritto da Margaret Mitchell nel 1936 cioè nel mezzo della Grande Depressione, oggi è censurato perché accusato di razzismo. Rimane uno squarcio aperto sulla visione sudista, in particolare quella delle donne.

Tra le sudiste alcune odiavano lo schiavismo ma anche l’anti-schiavismo del Nord. Il diario di Mary Chest-nut (1823-86) della North Carolina descrive l’impegno caritatevole di sua madre e sua nonna, che dedicarono la vita a prendersi cura dei neri in mezzo ai quali vivevano, «come delle missionarie in Africa», per migliorarne la condizione, mentre le donne del New England come Harriet Beecher Stowe (autrice della Capanna dello zio Tom), «vivono in belle case, pulite e profumate, passano le giornate nelle loro biblioteche, a scrivere libri pieni di acidità contro di noi, incitano gli afroamericani a tagliarci la gola nel nome di Cristo; chissà come reagirebbero se un intero villaggio di neri si accampasse attorno alle loro case». (In realtà nella Capanna dello Zio Tom non c’è un’incitazione alla violenza). Era privilegiata ma non idilliaca la condizione della donna bianca nel mondo delle piantagioni. L’eroina di Via col vento, Scarlett O’Hara, è in rivolta contro le norme di comportamento imposte a una «signora» dell’Old South. Le donne non avevano diritti politici né istruzione.

Gli abolizionisti del Nord erano accusati, fra le altre cose, di ipocrisia: a metà dell’Ottocento la condizione della classe operaia nelle fabbriche di New York, Chicago, Philadelphia e Pittsburgh, non era molto migliore di quella degli schiavi.

La guerra civile fu il primo conflitto su scala industriale. Era diventato tecnicamente possibile armare, rifornire e rafforzare di continuo enormi eserciti, e spostarli con velocità verso i teatri di battaglia. L’esistenza di 22’000 miglia di ferrovie nel Nord significava che i soldati e i loro rifornimenti potevano essere spostati facilmente da un capo all’altro della nazione. Il Sud era sottosviluppato rispetto al Nord, ma ambedue le parti operavano su una scala mai vista prima di allora. L’esercito nordista di occupazione applicò una politica della terra bruciata, nelle zone conquistate operò distruzioni sistematiche: per esempio nel dicembre 1864 il generale Sherman seminò devastazione in Georgia bruciando case e raccolti, distruggendo le ferrovie, sequestrando le scorte alimentari, riducendo in miseria la popolazione civile. Alla fine della guerra erano morti 359’000 soldati dell’Unione e 258’000 Confederati. Fu la più sanguinosa di tutte le guerre combattute dagli americani, in percentuale sulla popolazione. Lasciò tracce indelebili sulla coscienza della nazione.

Altrettanto importante è quel che accade subito dopo. Le leggi della Ricostruzione mettono al bando gran parte della classe dirigente locale. Il principio basilare della democrazia americana, quello per cui il Nord era sceso in guerra, cioè il diritto della maggioranza a governare, ora veniva negato agli abitanti degli Stati sconfitti. Perfino un grande storico progressista come Charles Austin Beard, scrivendo un secolo fa un manuale di storia nazionale usò parole dure contro le umiliazioni inflitte dal Nord al Sud: «I poteri legislativo, esecutivo, giudiziario, passano sotto il controllo di ex-schiavi, guidati da avventurieri del Nord o da dilettanti e collaborazionisti del Sud. Il risultato è un Carnevale di sprechi, follie e corruzione. Per comprare terre da distribuire agli schiavi liberati vengono stanziati 800’000 dollari: paludi vengono rivendute allo Stato al quintuplo del loro valore. Ovunque si girassero gli uomini del Sud vedevano solo macerie. Atlanta era un cumulo di cenere, per l’incendio appiccato dal generale nordista Sherman». Il Sud bianco si compatta nel trentennio della resistenza contro gli speculatori scesi dal Nord (carpet-baggers): «Uomini che erano stati profondamente divisi si uniscono contro il malgoverno repubblicano e il dominio dei neri». L’alleanza tra ex-latifondisti e proletariato bianco è la chiave della rivincita: finita l’occupazione militare, dal 1877 in poi i sudisti ex-secessionisti tornano al potere locale e cominciano a cancellare molti diritti dei neri.

Se finisse qui, sembra la storia di un fallimento. Ma il movimento abolizionista ha seminato per il futuro, e non solo sul terreno dei diritti civili. C’è un nesso diretto che porta dalle battaglie per la liberazione dei neri al Progressive Movement della fine Ottocento. Questo conquisterà l’anti-trust per contenere lo strapotere dei grandi capitalisti (banche, petrolio, ferrovie); le prime leggi a tutela della salute dei consumatori; la creazione dei parchi nazionali e l’alba dell’ambientalismo.

Riforme politiche per aumentare il controllo dei cittadini sulla politica: elezione diretta dei senatori, referendum popolari, «recall», primarie. Le prime riforme locali per il voto alle donne, la giornata lavorativa di otto ore, il divieto del lavoro minorile, la difesa dei sindacati. Tutto nasce dal cantiere dell’abolizionismo: la vicenda dei progressisti americani è come un fiume carsico, che riaffiora alla superficie dove e quando meno te lo aspetti.