Una sconfitta per l’intelligence

L’attacco a Westminster – La ministra dell’Interno Amber Rudd sostiene che non si possa comunque parlare di un fallimento dell’MI5. Ma in futuro dovrà tuttavia adattarsi a un terrorismo che lavora sempre più di minuzia
/ 27.03.2017
di Cristina Marconi

L’incubo degli attentati low-tech, quelli che qualunque individuo può portare a termine sgusciando agevolmente tra le reti dell’intelligence, è andato a colpire il cuore di Londra: cuore politico e istituzionale, certo, ma anche turistico, affacciato sulla grande vena aperta del Tamigi e sovrastato dall’icona inconfondibile del Big Ben. Però sono bastati pochi minuti dall’attacco di Westminster perché i britannici facessero quello che l’istinto gli suggerisce di fare, come diceva George Orwell: non la cosa giusta, bensì tutti insieme la stessa cosa. E quindi il Paese si è stretto intorno ai suoi morti e ai suoi feriti, internazionali come la popolazione di Londra, e alle sue forze dell’ordine, concentrandosi sull’immagine eroica degli agenti che correvano verso il pericolo mentre tutti gli altri fuggivano per trovare un motivo di orgoglio nazionale in questo momento così instabile per la vita del Paese, che questo mercoledì inizierà a scivolare via dall’Unione europea in un processo che si preannuncia accidentato e pieno di insidie.

Le inevitabili polemiche sul ruolo dell’MI5 (Military Intelligence, sezione 5) sono iniziate subito dopo l’attentato di mercoledì 22 marzo, quando Scotland Yard ha rivelato il nome, o uno dei nomi, dell’attentatore, Khalid Masood, nato in Kent come Adrian Elms, piccolo criminale violento di 52 anni noto ai servizi per il suo ruolo «periferico» nella galassia del radicalismo islamico. La ministra dell’Interno Amber Rudd ha difeso l’intelligence, dicendo che non si può parlare di fallimento, e lo stesso suggeriscono gli esperti come Raffaello Pantucci, direttore degli Studi di sicurezza internazionale al Royal United Services Institute (RUSI) e autore di Amiamo la morte quanto voi amate la vita: I terroristi dei sobborghi britannici, resoconto puntiglioso di una realtà in rapida evoluzione. «È ovvio che quando c’è un attentato c’è una sconfitta, per l’antiterrorismo un 99% di successi non basta», osserva lo studioso, secondo cui quello di questi giorni tuttavia non è un fallimento di intelligence – «lo sarebbe stato se dell’attentatore non avessero mai sentito parlare» – ma di priorità. «Non hanno visto il problema. Quando hai 3 o 4mila persone d’interesse e magari qualcuno è finito nella lista solo perché ha un fratello che è andato in Siria, non puoi pensare di seguire tutti», osserva. «Ci si concentra su chi è ritenuto ancora attivo, i mezzi sono limitati, per seguire qualcuno 24 ore su 24 ci vogliono 30 persone, sarebbe uno spreco farlo per tutti».

La Brexit, secondo Pantucci, non cambierà la situazione del Regno Unito sotto il profilo della sicurezza. «Il problema è europeo, ci stiamo tutti confrontando con la stessa cosa», ossia una «situazione che si esprime con regolarità» e che mette tutti i cittadini nel mirino, anche se i britannici hanno dimostrato di gestire molto meglio il problema rispetto ai colleghi continentali. Come ha ricordato in questi giorni la morte di uno dei padri del processo di pace nordirlandese con un passato nelle file dell’Ira, Martin McGuinness, il Regno Unito ha un passato recente di terrorismo sanguinoso, che ha fatto 1800 morti e che vive ancora nella memoria di molti. Ma ora le modalità sono cambiate, come mette in evidenza Pantucci e il fatto «che siano stati messi al bando i laptops sugli aerei dimostra in che direzione si sta andando», ossia quello della lotta al microterrorismo.

Un attentatore cinquantenne come Khalid Masood non è la tipologia più frequente: la gente sparisce dai radar, cambia vita, fa figli. Bisognerà aspettare i prossimi giorni per capire «di che entità sarà questo fallimento», se l’attentatore aveva dato segni di essere sveglio o, come si teme, ri-radicalizzato dopo una lunga pausa apparente. Ma Birmingham è un buco nero del Paese, una Molenbeek britannica in cui non si riesce a penetrare, o il problema è diverso? «Birmingham secondo me c’entra poco, ci sono anche tanti casi di africani convertiti, tante di queste persone vengono da retroterra diversi, non sono solo casi emersi dalla comunità pakistana, ma staremo a vedere». Così come il disagio sociale non c’entra, sennò tutti i poveri sarebbero terroristi, una «linea di discussione» che passa attraverso questa lettura geografica «non è convincente». Lo dimostra il fatto che «poche città hanno i problemi che ha Marsiglia, ma i terroristi marsigliesi coinvolti in attentati sono pochissimi in proporzione», aggiunge.

Qui siamo davanti a un presunto lone wolf, definizione anch’essa fuori fuoco che non tiene conto del fatto che «i casi di persone totalmente distaccate dal mondo, senza una rete, sono rarissime» e che l’intelligence deve invece cercare di capire «dove si situano in questa rete, se serve a finanziarli, a motivarli, a coprirli, a sostenerli o a spingerli all’azione, anche da remoto», come si è visto in molti casi in America. È cruciale lavorare sulle connessioni anche minime in un momento in cui «le organizzazioni terroristiche non hanno i mezzi per far viaggiare la gente, addestrarla all’estero, farla tornare in Europa a colpire».

Il Regno Unito, fuori o dentro la Ue, resterà «un Paese di crociati» e agli occhi del terrorismo internazionale di matrice islamica avrà «sempre una posizione strategica». Ed essendo già fuori da Schengen non trarrà nessun beneficio dall’uscita dall’Unione europea, tanto più che Londra non smetterà di cooperare con le intelligence europee, anche se ha dimostrato nel tempo di «aver risolto più problemi» dei colleghi continentali, che non hanno «saputo far funzionare la cooperazione», un fatto tristemente illustrato dai casi di Parigi e di Bruxelles. Il Regno Unito deve adattare le sue priorità all’evoluzione di un terrorismo che lavora sempre più di minuzia e ha dimostrato di averlo saputo fare piuttosto bene. Ma se è vero, come tutto fa credere, che in poco più di tre anni sono stati sventati tredici attentati, far ricadere su un sistema così complesso e finora salvifico la mannaia delle emozioni sarebbe un errore. Molto poco britannico.