Una guerra dimenticata ma non troppo

Nagorno-Karabakh – Questa annosa disputa nel Caucaso vede sempre di più il coinvolgimento di Turchia e Russia
/ 05.10.2020
di Francesca Mannocchi

Una disputa territoriale lunga trent’anni nella regione del Caucaso si è riaccesa nelle ultime settimane. La quantità di armi mobilitate e gli interessi degli attori esterni lasciano temere che lo scontro tra Azerbaigian e Armenia sul Nagorno-Karabakh possa diventare un conflitto esteso, assai diverso dagli scontri a bassa intensità che li hanno visti fronteggiarsi per tre decenni. «Siamo a un passo da una guerra su vasta scala», ha detto Olesya Vartanyan dell’International Crisis Group.

Lo scontro tra azeri e armeni è uno dei conflitti più antichi del mondo. Il Nagorno-Karabakh è un territorio montuoso del Caucaso meridionale, la regione è internazionalmente riconosciuta come parte dell’Azerbaigian ma è controllata di fatto da gruppi armeni e cristiani. Si dichiarò indipendente nel 1988 sotto la protezione dell’Armenia. L’autoproclamata indipendenza generò una guerra violenta – dal 1992 al 1994 – costata la vita a trentamila persone, una guerra che ha costretto più di un milione di persone ad abbandonare le proprie case: gli azeri sono fuggiti dall’Armenia e dal Nagorno-Karabakh e gli armeni hanno abbandonato l’Azerbaigian. Ancora oggi la regione del Nagorno-Karabakh si considera stato indipendente, non essendo però riconosciuta da nessun paese al mondo (nemmeno dall’alleato armeno). 

Nonostante il cessate il fuoco del 1994, con le mediazioni del Gruppo di Minsk dell’Osce, Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Russia, Francia e Stati Uniti), negli anni si sono susseguiti combattimenti periodici, gli ultimi nel 2012 e la guerra di quattro giorni nell’aprile del 2016. Il cessate il fuoco del 1994 non ha risolto il conflitto, non essendo mai stato firmato alcun accordo di pace, l’ha piuttosto congelato lungo il confine, nella zona nota come linea di contatto.  

L’Azerbaigian ha più volte manifestato l’intenzione di voler riconquistare la regione, e le maggiori potenze coinvolte – in particolare la Russia che vende armi sia agli azeri che all’Armenia – hanno costantemente cercato una negoziazione che evitasse l’escalation militare. Stavolta, però, lo scenario sta assumendo contorni più preoccupanti, il presidente dell’Azerbaigian, Aliyev, e il primo ministro armeno Pashinyan hanno ordinato una mobilitazione dei riservisti, sia alcune aree azere sia l’Armenia e il Nagorno-Karabakh hanno dichiarato la legge marziale, in base alla quale i militari assumono le funzioni del governo civile e entrambi hanno dichiarato la mobilitazione militare totale. 

Il 29 settembre scorso si è riunito d’emergenza il consiglio di sicurezza dell’Onu, esprimendo sostegno all’appello del Segretario Generale Antonio Guterres di «fermare immediatamente i combattimenti e tornare a negoziati significativi e senza ritardi». Ma quella che poteva sembrare l’ennesima schermaglia all’interno di una guerra locale, sta assumendo le sembianze di una guerra su vasta scala attirando con allarmante vigore potenze regionali e internazionali con interessi militari ed energetici nel Caucaso meridionale. In particolare la Turchia, storicamente alleata con l’Azerbaigian. 

Dall’inizio dei combattimenti, la settimana scorsa, il presidente Erdogan non ha perso occasione per dichiarare il sostegno a Baku: «L’Armenia ha dimostrato ancora una volta di essere la più grande minaccia alla pace e alla tranquillità nella regione, come sempre, la nazione turca sta con i suoi fratelli azeri con tutti i suoi mezzi» ha detto Erdogan, esortando il mondo a schierarsi con gli azeri nella «battaglia contro l’invasione e la crudeltà» si legge inoltre in un comunicato ufficiale. La strategia turca pare essere la stessa già messa in atto nel nord della Siria e nella recente guerra di Tripoli, secondo il Syrian Observatory for Human Rights, un gruppo di monitoraggio con sede a Londra, la Turchia avrebbe trasferito 300 combattenti mercenari siriani in Azerbaijan. Accusa respinta da turchi e azeri. La Turchia era già scesa in campo due mesi fa, a luglio, dopo le prime schermaglie militari tra azeri e armeni, che anticipavano il conflitto di queste ore, organizzando un training militare terrestre e aereo in Azerbaigan per due settimane. 

Anche Mosca è impegnata in queste ore in un’esercitazione militare: KavKaz 2020 (Caucaso 2020). Secondo i media russi, l’esercitazione – che si svolgerà nel distretto militare meridionale della Russia, dalla Crimea al Mar Caspio a est – coinvolgerà ottantamila soldati, non solo russi ma provenienti anche da Armenia, Bielorussia, Cina, Iran, Myanmar e Pakistan. Imponente anche il numero di mezzi: 250 carri armati, 500 corazzati da trasporto truppe, 200 pezzi di artiglieria e navi delle marine russa e iraniana. Appare chiaro che nonostante le dichiarazioni ufficiali con cui chiede un cessate il fuoco immediato e colloqui per stabilizzare la situazione, Mosca mandi un chiaro messaggio agli azeri, ovvero che ritenga il Caucaso meridionale sotto la sua naturale sfera di influenza. Perciò mostra e dimostra di avere gli uomini e i mezzi per difenderla. In occasione di KavKaz 2020, 1500 truppe russe e armene si eserciteranno non lontano dal confine con l’Azerbaijan. 

Luke Coffey, direttore del Douglas and Sarah Allison Center for Foreign Policy, presso l’Heritage Foundation, sottolinea che dopo che la Russia ha rifornito di armi l’Armenia lo scorso luglio, Baku abbia assunto un approccio più duro verso Mosca: «L’Azerbaigian ha anche recentemente negato l’accesso al suo spazio aereo per gli aerei dell’aeronautica russa di ritorno dalla Siria.  Questo tipo di rifiuto è qualcosa a cui il Cremlino non è abituato nei suoi consueti rapporti con l’Azerbaigian».

La Russia è però in una situazione delicata e particolarmente vulnerabile: vendendo armi a entrambe la parti in conflitto ha, almeno sulla carta, interesse a una soluzione diplomatica, ha in più un accordo di mutua difesa con l’Armenia, sarebbe tenuta cioè a intervenire nel caso l’Armenia venisse attaccata direttamente. Al momento gli scontri sarebbero circoscritti al Nagorno-Karabakh ma il governo armeno sostiene – cercando il supporto militare – di aver ricevuto bombardamenti sul proprio territorio. 

«Qualsiasi passo russo potrebbe essere considerato da entrambe le parti come non amichevole e questa è una situazione piuttosto difficile, ecco perché la Russia cerca di avviare un nuovo ciclo di negoziati», ha detto Stanislav Pritchin, ricercatore presso il Center for Central Asia and Caucasus Studies all’Istituto di Studi Orientali di Mosca. Quello che è chiaro è che il conflitto in Nagorno-Karabakh proietti l’antagonismo tra la Russia e la Turchia in uno scenario simile a quello siriano e libico.Antagonisti, rivali, ma non del tutto nemici. Turchia e Russia hanno infatti, in questi anni, mantenuto rapporti commerciali, stretto accordi sul gas naturale e la Turchia ha acquistato missili antiaerei dalla Russia. 

Per comprendere a pieno l’interesse delle due grandi potenze nel Caucaso è sufficiente osservare la mappa. A ovest i turchi, a sud l’Iran, a nord la Russia e le riserve di idrocarburi del Caspio che transitano nel Caucaso. Le parole d’ordine, come in numerosi conflitti che vedono protagoniste Russia e Turchia tornano a essere: gas e petrolio.  Ed è anche il motivo per cui è allarmata la comunità internazionale: il Nagorno-Karabakh funge da corridoio per gli oleodotti che portano petrolio e gas ai mercati mondiali. È una regione di importanza internazionale, soprattutto negli ultimi 25 anni, per gli oleodotti e i gasdotti che la attraversano; e parte dei disordini deriva da un disimpegno americano.

L’Europa ha tutto l’interesse nel tornare protagonista e nell’evitare l’escalation per salvaguardare il fragile equilibrio congelato della guerra del Nagorno-Karabakh, perché spera che l’Azerbaigan sia in futuro il Paese di transito delle risorse energetiche dall’Asia Centrale direttamente all’Europa.

Dopo la caduta dell’Unione Sovietica, l’Azerbaigian ha cercato di esportare il proprio petrolio e gas senza fare affidamento sugli oleodotti russi. Ha attirato investitori occidentali, installando una serie di oleodotti e gasdotti che gli hanno permesso di trasportare la sua energia dal Mar Caspio ai mercati internazionali. Baku è diventata una città più simile alle capitali del Golfo che a una metropoli ex sovietica. E questo è uno dei motivi che hanno attratto investitori turchi negli ultimi decenni e una delle ragioni, dunque, del coinvolgimento di Ankara nel conflitto. 

Un gasdotto in particolare, completato lo scorso novembre, si estende attraverso la Turchia, e dovrebbe sollevare l’Europa dalla dipendenza dal gas russo. A lungo termine, l’Azerbaigian potrebbe diventare un paese di transito per il trasporto di risorse energetiche dall’Asia centrale all’Europa.

Resta solo da capire quanto sia determinato Erdogan a riempire i vuoti di Stati Uniti e Europa e a capitalizzare l’impegno militare, esattamente come ha fatto in Siria e in Libia.