Un oceano tutt’altro che pacifico

Dal viaggio di Ferdinando Magellano al protagonismo cinese del XXI secolo passando da Pearl Harbor, Hiroshima e Nagasaki. Ripercorriamo la storia di quell’immensa distesa d’acqua disseminata di isole e incertezze
/ 11.10.2021
di Alfredo Venturi

«Ci sono notizie del conte di La Pérouse?». Raccontano le cronache della Rivoluzione francese che il 21 gennaio 1793, appena salito sul palco della ghigliottina, Luigi XVI sorprese il carnefice Charles-Henri Sanson e i suoi assistenti con questa domanda, che in quelle circostanze ovviamente nessuno si aspettava. Prima di morire il re avrebbe voluto informarsi sulla squadra navale che nel 1785 aveva spedito dall’altra parte del mondo e sembrava scomparsa nel nulla. La Pérouse, che comandava la spedizione, doveva esplorare il mare sconfinato che si estende oltre l’Asia, emulando le imprese del navigatore inglese James Cook. Luigi XVI non ebbe risposta: nessuno poteva sapere che La Pérouse aveva fatto naufragio sugli scogli dell’isola di Vanikoro. Lo si seppe trent’anni dopo, quando altri europei s’imbatterono nei resti delle navi e nei racconti della gente del posto.

La curiosità del re condannato apre uno spiraglio sull’accesa competizione fra le potenze per assicurarsi il controllo di quella enorme distesa oceanica disseminata di isole. Cook era stato il primo europeo a mettere piede nelle Hawaii, in Nuova Zelanda e in Australia. La Francia non ancora scossa dalla rivoluzione non intendeva stare a guardare. Ormai da oltre due secoli e mezzo quel mare sollecitava l’interesse dei geografi e l’avidità dei sovrani: da quando l’esploratore portoghese Ferdinando Magellano al comando di una flotta spagnola salpò da Siviglia, discese il Guadalquivir, superò l’Atlantico attraverso lo stretto che da allora porta il suo nome ed entrò nel grande mare sconosciuto. Era così calmo, dopo le furiose tempeste atlantiche, che Magellano lo battezzò Pacifico.

Delle cinque navi partite dalla Spagna soltanto tre fecero ritorno dopo avere circumnavigato il pianeta. Mancava anche Magellano, ucciso in quelle che un giorno si chiameranno Filippine da gente che non voleva saperne di convertirsi al cristianesimo né di inchinarsi davanti a un lontano imperatore chiamato Carlo V. Quell’oceano che copre quasi un terzo della superficie terrestre non poteva non scatenare la gara fra le potenze europee. Inglesi, francesi, portoghesi, spagnoli e olandesi si disputarono territori e arcipelaghi. Incuranti delle tradizioni locali imposero agli indigeni la religione cristiana nelle sue varie versioni. Con la spartizione dell’America e dell’Africa, ecco un nuovo capitolo nella storia del colonialismo. Le magiche isole celebrate dall’arte di Paul Gauguin non erano che terra di conquista.

Nell’Ottocento il Giappone, fino a quel momento gelosissimo delle sue tradizioni secolari e quasi completamente rinchiuso in sé stesso, si aprì agli scambi culturali e commerciali. Al tempo stesso si rese rapidamente consapevole della sua posizione privilegiata sul margine occidentale del Pacifico. Nei primissimi anni del secolo successivo l’Impero del Sol levante, che intendeva difendere i suoi interessi in Corea e Manciuria, si scontrò con la Russia zarista ed ebbe la meglio dopo numerosi combattimenti navali culminati nella battaglia di Tsushima (1905). Questi eventi rivelarono al mondo che la tecnologia e la potenza militare non erano più esclusiva europea, né americana. Era ormai chiaro che la supremazia nel Pacifico dovevano giocarsela le due potenze che si fronteggiavano dalle coste oceaniche, a ottomila chilometri di distanza l’una dall’altra.

Rientrano in questa logica l’attacco giapponese del dicembre 1941 alla base navale di Pearl Harbor nelle Hawaii e la micidiale risposta degli Stati uniti, che porterà all’annientamento dell’impero nipponico dopo i bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki. E così il Pacifico, nonostante la residuale presenza europea dopo la decolonizzazione di molti territori, poté essere considerato un’area di quasi esclusiva influenza americana. Pochi anni più tardi altri funghi atomici si levarono sull’orizzonte oceanico: erano le esplosioni sperimentali a Bikini, Mururoa e altrove volute dagli Stati uniti, dalla Francia e dalla Gran Bretagna. Furono circa duecento, per la metà nell’atmosfera. Nonostante le rassicuranti dichiarazioni ufficiali, le conseguenze sulle persone e sull’ambiente furono gravissime e durature.

Del resto non è questo il solo attentato alla salute del mare che abbraccia tanta parte del nostro pianeta: più di 155 milioni di chilometri quadrati. La crescente acidità delle acque dovuta all’eccesso di anidride carbonica compromette la fisiologia degli esseri viventi che popolano l’oceano. I pesci ne risentono nella vista e nell’olfatto, i crostacei e i molluschi nella capacità di produrre esoscheletri e conchiglie, per la stessa ragione i coralli tendono a scomparire. Unita alla pesca senza limiti, questa condizione ha provocato un drastico calo della fauna marina. Inoltre l’oceano è invaso da rifiuti e plastiche portati dai fiumi e dalle navi. Le correnti e il vento hanno formato isole galleggianti, la maggiore copre a seconda delle stime da uno a svariati milioni di chilometri quadrati. Le prospettive sono inquietanti, un solo fiume cinese, lo Yangtze, versa in mare ogni anno un milione e mezzo di tonnellate di rifiuti. Nel 2011 lo tsunami che colpì il Giappone ne strappò alla terraferma cinque milioni di tonnellate.

Ma c’è di peggio, l’innalzamento del livello dell’acqua dovuto al clima sempre più caldo e al conseguente scioglimento dei ghiacci è ormai tale da mettere in pericolo la sopravvivenza di alcuni fra i molti Stati insulari. Si pensi alle Salomone, che pur producendo una quantità irrisoria di gas a effetto serra ne sono fra le vittime predestinate. L’alternativa è secca: o la tendenza si inverte, cosa che al momento appare improbabile, o quell’arcipelago di un migliaio di isole prima o poi scomparirà fra le onde. Esemplare il caso di Kiribati, una piccola isola-Stato alle prese con lo stesso destino. Il suo Governo è alla ricerca di luoghi dove traslocare i 120mila abitanti quando saranno sfrattati dall’oceano. Chiede anche alla comunità internazionale che s’introduca un nuovo elemento giuridico: diritto d’asilo per cambiamento climatico.

È su questo teatro travagliato e complesso che l’attualità ha acceso i suoi riflettori, dopo che il crescente protagonismo cinese nell’area, per esempio l’atteggiamento minaccioso del governo di Pechino a proposito di Taiwan, che la Cina rivendica da sempre come parte integrante del suo territorio, ha indotto gli Stati uniti, la Gran Bretagna e l’Australia a riunirsi in un «patto di sicurezza» denominato Aukus. Riproponendo le rivalità strategiche di sempre, il patto prevede che l’Australia si armi di sottomarini a propulsione nucleare. Li forniranno i cantieri americani. È dunque saltata, provocando un terremoto diplomatico, una precedente intesa con il Governo francese che doveva dotare l’Australia di sommergibili di tipo convenzionale. A mezzo millennio di distanza, Magellano difficilmente potrebbe riconoscere l’immenso mare limpido e quieto della sua avventurosa scoperta. Probabilmente si guarderebbe bene dal chiamarlo Pacifico.