Un mondo in piazza

L’anno delle proteste – Esiste un filo comune fra le rivolte di Hong Kong, Catalogna, Libano e Cile? I cinesi pensano di sì e teorizzano un contagio globale, una sorta di effetto imitativo
/ 04.11.2019
di Federico Rampini

Da Hong Kong al Libano, dalla Catalonia al Cile, basta guardare un notiziario tv per essere bombardati d’immagini che si assomigliano: cortei, proteste, talora violenze, avvengono quasi in sumiltanea sotto latitudini diverse. Colpisce il numero, e la coincidenza temporale. Spesso un elemento comune è la partecipazione giovanile. Anche se le cause scatenanti sono locali, e talvolta molto diverse tra loro, è inevitabile porsi delle domande. C’è qualche ragione di fondo che accomuna tutte queste proteste? Il 2019 sarà ricordato come uno di quegli anni-chiave (il 1956, il 1968, il 1989) in cui il mondo intero sembrò esplodere?

Curiosamente, tra coloro che teorizzano il «contagio globale» ci sono i dirigenti della Cina. Sui media governativi di Pechino è apparsa questa curiosa teoria: l’Occidente avrebbe sostenuto, sobillato, aizzato ed orchestrato le proteste giovanili a Hong Kong, salvo poi ritrovarsi con un effetto-boomerang a casa propria, per una sorta di riflesso imitativo. Vetrine infrante a Barcellona e Santiago del Cile, per via del suddetto contagio. In realtà quella è una tesi di comodo che rientra nel tentativo di Xi Jinping di demonizzare i manifestanti di Hong Kong. I quali in prima istanza lanciarono il loro movimento di protesta per questioni di libertà e diritti civili (la scintilla iniziale fu una legge che avrebbe consentito l’estradizione da Hong Kong alla Cina, cioè da uno Stato di diritto ad un non-Stato di diritto). La scarsa attendibilità di Xi Jinping su Hong Kong non deve tuttavia escludere la ricerca di tratti comuni. Anche a Barcellona sono in gioco questioni di libertà e diritti – quella di rivendicare un’indipendenza vietata dalla Costituzione spagnola.

Inoltre sullo sfondo agiscono anche dei temi economico sociali. Il governo cinese non ha del tutto torto quando ricorda che dietro la rabbia dei giovani di Hong Kong c’è il carovita, l’esplosione dei fitti, in una città dove i tycoon della speculazione immobiliare dettano legge; e per i giovani neolaureati il mercato del lavoro è avaro di opportunità anche a causa della concorrenza dalla Cina continentale. Se cerchiamo le cause di fondo, forse è opportuno allargare lo sguardo non solo su più continenti ma anche verso un arco temporale più lungo. È possibile che queste proteste siano una recrudescenza di ribellioni iniziate con la crisi del 2008-2009: Occupy Wall Street, il Tea Party in America; le primavere arabe. Rabbia e risentimento provocate da diseguaglianze sociali, stagnazione economica, con l’aggiunta della corruzione (tema che si declina sia nel mondo arabo sia negli Stati Uniti dove altre forme di «corruzione del gioco democratico» vengono attribuite alle lobby del denaro).

I gilet gialli francesi possono sembrare un’anomalia ma rientrano nella stessa categoria: ceto medio impoverito che si ribella contro una carbon tax percepita come élitaria, voluta dai ricchi ambientalisti che vivono nel centro di Parigi, contro i pendolari che devono usare l’automobile tutti i giorni. Lo storico inglese Nial Ferguson aggiunge un tocco generazionale: diseguaglianze e stagnazione economica infieriscono su quei giovani che hanno titoli di studio poco appetibili sul mercato del lavoro, la nuova disoccupazione o sottoccupazione giovanile di massa, il mondo del precariato. Se questa spiegazione regge, è altrettanto vero che finora nessuno ha trovato la risposta vincente. In questo senso è emblematica la situazione dell’America latina.

Il ritorno dei peronisti al governo in Argentina avviene mentre l’intera America latina ha provato tutte le ricette, e consuma tutti i fallimenti. Nell’ordine: è in crisi il modello ultra-liberista in Cile; è fallito il neo-liberismo centrista e moderato di Macri in Argentina; è un disastro il socialismo in salsa venezuelana o boliviana; perde colpi anche il populismo di sinistra in Messico (sono perfino ripresi i flussi di migranti messicani verso gli Usa). Né è brillante la performance del populismo di destra (Brasile, Bolsonaro). Meglio non parlare del Centramerica... In ciascuno di questi casi si possono trovare spiegazioni specifiche. Il Cile ha un’economia dinamica e relativamente efficiente ma dai tempi in cui il generale golpista Pinochet ingaggiò i «Chicago boys» di Milton Friedman ha avuto una crescita all’insegna delle diseguaglianze.

L’Argentina sembra incapace di uscire dalla spirale del debito pubblico, e il ritorno dei peronisti non fa che consacrare la dipendenza dall’assistenzialismo statale. Il Messico dimostra che a prescindere dalle ricette economiche conta uno Stato di diritto capace di dare certezze. In tutta l’America latina, con rare eccezioni, la corruzione resta a livelli di guardia, forse i casi peggiori sono proprio i socialismi reali: dal clan Castro a Chavez-Maduro, le sinistre di governo allevano clientele rapaci e l’industria di Stato diventa una mangiatoia riservata ad alcune constituency. E tuttavia inseguire le ragioni specifiche di ogni disastro lascia inappagati. È possibile che «niente funzioni»?

Un’altra causa di queste crisi è trasversale e accomuna modelli diversissimi tra loro: è la fine del «ciclo cinese». Molte di quelle economie furono trainate nel ventennio aureo della globalizzazione dalla domanda cinese di materie prime: dal rame cileno alla carne argentina alla soia e legname brasiliano. Negli anni del massimo boom cinese fu evidente la cinghia di trasmissione che collegava, per esempio, l’evoluzione nelle abitudini alimentari del ceto medio di Pechino e Shanghai (più carne, più zuccheri, caffè) e la crescita nell’export dal Sud America verso l’Asia. Quella fase di liberalizzazione degli scambi era poi stata «irrorata di dollari» dalla Federal Reserve, che aveva consentito credito facile in tutti i paesi dell’area dollaro. Oggi il quadro è cambiato.

La Cina continua a crescere ma a tassi di velocità in netto rallentamento; anche i suoi investimenti esteri stanno diventando più selettivi. La Fed pompa meno liquidità di una volta. Il Messico sembrava un’eccezione perché è l’alternativa alla Cina per quelle multinazionali Usa in cerca di manodopera a buon mercato esente da dazi. Ma il rallentamento della crescita americana, insieme con gli ultimi exploit dei narcos, hanno riaperto quella valvola dell’emigrazione che è il segnale inconfutabile di debolezza dell’economia messicana. E quando il vento gira, naturalmente, s’innescano anche le fughe di capitali verso beni rifugio, dollaro Usa in testa.