Un accordo tutto da verificare

Afghanistan – Secondo un recente rapporto ONU i Talebani continuerebbero a mantenere stretti legami con il gruppo terroristico di al Qaeda violando così le condizioni dell’accordo di pace Usa-Talebani firmato a fine febbraio
/ 29.06.2020
di Francesca Marino

«La relazione tra Talebani, in particolare la Rete Haqqani, e Al Qaeda rimane forte, basata su di una storia di lotte condivise, su affinità ideologiche e pratiche. I Talebani si sono regolarmente consultati con Al Qaeda durante le negoziazioni con gli Stati Uniti e hanno garantito che gli storici legami tra i due gruppi sarebbero stati onorati. Al Qaeda ha reagito positivamente all’accordo, emanando comunicati che lo celebravano come vittoria dei Talebani e della militanza internazionale». 

Così, in poche righe, l’ultimo rapporto del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha mandato in fumo tutta la narrativa faticosamente messa in piedi da Zalmay Khalilzad, inviato speciale della Casa Bianca, e dai Talebani a proposito del famoso «accordo di pace» stipulato tra i due. Accordo stipulato senza che i Talebani abbiano mai dichiarato il cessate il fuoco, e che poneva come condizione essenziale al ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan la scissione di ogni legame tra Talebani e Al Qaeda. D’altra parte, da quando l’accordo è stato firmato la «pace» in Afghanistan si è soltanto vista scritta su comunicati e giornali o strombazzata via social media.

Per il resto, la stagione estiva ha portato, come ogni anno da diciannove anni a questa parte, combattimenti e attentati a Kabul e dintorni. I Talebani si preparano a rispettare l’accordo con gli Stati Uniti raddoppiando quelli che l’analista Bill Roggio ha definito, postandone anche le fotografie su Twitter, «campi di addestramento alla pace» in cui nuovi e vecchi jihadi si preparano alla guerra come prima degli accordi e ad accogliere oltretutto i cinquemila combattenti che gli americani si sono impegnati a liberare e che il legittimo governo dell’Afghanistan si rifiuta di mettere in libertà senza condizioni. 

L’attentato più sanguinoso degli ultimi tempi è avvenuto a Kabul, lo scorso 12 maggio, in un reparto maternità: sul terreno sono rimasti principalmente donne, bambini e perfino neonati. Nessuno ha rivendicato un’azione così vigliacca, ma Khalilzad si è affrettato ad addossare la colpa, come sempre succede da un po’ di tempo a questa parte, non ai Talebani o ad Al Qaeda ma all’ISIS-Khorasan. Cercando di scagionare la sua «pacifica» controparte, ovviamente, e mandando su tutte le furie il governo afghano. Per Khalilzad, Taliban e Isis sono difatti: «Nemici mortali. I primi sostengono il processo di pace, gli altri sono contro». 

Se l’inviato Usa leggesse i rapporti delle Nazioni Unite, o se soltanto guardasse l’ultima stagione di Homeland in TV, la penserebbe però diversamente. La penserebbe cioè come il governo afghano che continua a sostenere, inascoltato, che si tratta di gruppi con nomi diversi ma con lo stesso scopo e, soprattutto, con lo stesso padrone: il Pakistan. L’ISIS-K ha difatti, secondo l’intelligence afghana, secondo l’esperto Antonio Giustozzi e anche secondo il rapporto delle Nazioni Unite, legami molto stretti con vari gruppi jihadi di matrice pakistana. E, sempre secondo l’intelligence afghana, viene attivamente supportata dai servizi segreti pakistani. Gli stessi che controllano i Talebani e la Rete Haqqani, per essere chiari. Non solo.

Da almeno un anno ormai gli abitanti delle regioni al confine tra Pakistan e Afghanistan denunciano un ritorno in grande stile dei Talebani, Talebani che dividono gli accampamenti con l’esercito pakistano e che sono protetti da quest’ultimo. E il rapporto ONU conferma, affermando che più di seimila jihadi pakistani, che appartengono a gruppi terroristici come la Lashkar-i-Toiba e la Jaish-i-Mohammed, dividono i campi di «addestramento alla pace» dei Talebani in Afghanistan. Secondo il governo afghano, e secondo molti analisti, è ancora il Pakistan, e solo il Pakistan, a manovrare le fila di tutti i gruppi da una parte e dall’altra del confine. Gruppi di combattenti che diventano «buoni» o «cattivi», nemici o alleati, a seconda della contingenza. 

Tutti lo sanno, anche a Washington, ma tutti fanno finta di non saperlo. Perché Donald Trump, specialmente dopo i cali di immagine dovuti alla gestione del Covid-19 e all’uccisione di George Floyd a opera della polizia, deve assolutamente riportare in patria i suoi «ragazzi» e dichiarare finita la guerra in Afghanistan, un po’ come fece George W. Bush in Iraq. Così, gli americani preferiscono far finta di non vedere e non sentire. Di non vedere che gli accordi firmati a Doha sono una farsa, e di non sentire quello che analisti ed esperti si sono ormai stancati di ripetere: i Talebani non riconoscono il governo di Kabul, non hanno alcuna intenzione di trattare con Ghani e i suoi e non sono interessati ad alcun «processo politico» che non li veda al potere. Come da istruzioni provenienti da Islamabad, d’altra parte, e probabilmente anche da Pechino.

Il Pakistan, e la Cina che lo controlla da remoto, non ha infatti alcuna intenzione di permettere che a Kabul sieda un governo percepito come filo-indiano. E aspetta soltanto che Washington completi la ritirata, perché di questo si tratta, per festeggiare la vittoria e reinstallare al governo i suoi burattini. Con buona pace di tutti coloro che hanno perso la vita in una guerra «contro il terrorismo» durata vent’anni.