Tutto questo è già accaduto

Stati Uniti – La nostra memoria storica ci obbliga a riconoscere che questa nazione, un tempo guida dell’Occidente, ha già proiettato nel passato un’immagine così disastrosa nel mondo
/ 15.06.2020
di Federico Rampini

«Stop the pain», fermate la sofferenza: è l’appello lanciato da Philonise Floyd, fratello di George, alla Camera dei deputati di Washington. «Io vi chiedo – ha detto ai parlamentari – cosa vale la vita di un nero? Venti dollari?». Il riferimento era alla banconota contraffatta che fece scattare l’arresto di George Floyd, poi ucciso per soffocamento in un video che il fratello ha ricordato: «Ho continuato a rivedere quelle immagini, otto minuti che mi sono sembrati lunghi otto ore. Non si tratta così un animale. Questo è il 2020. È ora di dire basta. Tutti quelli che protestano nelle strade ve lo dicono: basta».

Una rivoluzione culturale, sotto il segno dell’anti-razzismo, sembra soffiare impetuosa negli Stati Uniti. Investe anche il mondo dei media vecchi e nuovi. Fra i segnali c’è la cancellazione della 33esima stagione di una serie televisiva accusata di apologia dei poliziotti violenti, Cops. Ci sono le dimissioni di capiredattori di testate importanti, dal direttore delle pagine dei commenti del «New York Times» ad altri nel «Wall Street Journal» e «Philadelphia Inquirer», in seguito a contestazioni delle loro redazioni sul taglio scelto per le cronache o i commenti sulla questione razziale e sulle manifestazioni di protesta.

Dopo le statue di personaggi controversi abbattute, c’è la decisione della US Navy di abolire da ogni base della marina militare le residue bandiere confederate, cioè quelle del Sud schiavista sconfitto nella guerra civile. La rivoluzione culturale investe da tempo anche i social media, con il precedente di Twitter che da tre settimane ha cominciato ad ammonire gli utenti quando le affermazioni di Trump risultano fake news o possono incitare la violenza.

Un dato significativo delle ultime proteste è la crescita costante della partecipazione di bianchi, soprattutto giovani. Questo rispecchia quanto dicono i sondaggi: la consapevolezza delle ingiustizie razziali e delle discriminazioni da parte della polizia è aumentata molto negli ultimi anni fino a raccogliere il 71% dei bianchi (il livello è aumentato del 25% in cinque anni). Un altro fattore sembra spiegare il costante aumento di giovani bianchi nei cortei. Gli studenti universitari o liceali che invadono le piazze – di qualunque etnia o colore siano – escono da un lockdown che li ha privati dei loro studi «normali» ed entrano in un mondo che si presenta molto avaro di opportunità.

Questa è stata già definita come «The Unluckiest Generation», la più sfortunata delle generazioni, con prospettive di lavoro e di benessere ridotte. I più anziani di questa fascia di popolazione sono quei Millennial che si avvicinano alla soglia dei 40 anni e sono già alla terza recessione: soffrirono quella (breve) provocata dall’11 settembre 2001, poi quella del 2008-2009. Il loro reddito potere d’acquisto non si era ancora ripreso dalla crisi di 11 anni fa. Dietro di loro ci sono i Millennial ancora ventenni; poi giù giù fino alla cosiddetta Generazione Z. Tutti quei giovani che avevano un lavoro hanno sofferto l’ondata dei licenziamenti da lockdown più dei loro genitori. L’occupazione dei Millennial è già scesa del 16% a marzo e aprile. La Generazione Z o «zoomer» ha avuto un terzo dei posti di lavoro cancellati dall’inizio del coronavirus. Gli studenti universitari o liceali hanno subito un peggioramento nella qualità dell’istruzione e presto affronteranno un mercato del lavoro depresso. Messe insieme, queste generazioni avranno sperimentato la peggiore situazione economica di tutte quelle che le hanno precedute dall’Ottocento a oggi.

Naturalmente al loro interno chi soffre di più sono le minoranze etniche. Già in un periodo prospero come il quindicennio dal 1985 al 2000, due terzi dei bambini neri abitavano in aree povere e segnate dalla «segregazione di fatto» (cioè abitate in prevalenza da famiglie afroamericane), un dato peggiore rispetto agli anni Sessanta. Perfino nel ceto medioalto, i figli degli afro-americani avevano già prima di questa crisi una mobilità sociale in discesa, stavano peggio dei loro genitori. La protesta contro il razzismo e gli abusi della polizia, con la partecipazione crescente dei giovani bianchi, unisce queste generazioni attorno a un ideale condiviso; al tempo stesso concentra un insieme di paure più generali.

«Sono contrario a tagliare i fondi alla polizia». Così Joe Biden ha preso le distanze dall’ala sinistra del suo partito e ha scontentato i cortei della protesta anti-razzista. L’ex vice-presidente di Barack Obama, candidato democratico alla Casa Bianca, si è dissociato dallo slogan più gridato nelle manifestazioni: «De-fund the police». Per Biden sarebbe un errore: «Condivido il dolore e la frustrazione di chi chiede un cambiamento. Una riforma è urgente. Voglio condizionare i finanziamenti federali alle forze dell’ordine, in modo che vadano a quei corpi di polizia locale che garantiscono il rispetto di standard basilari di onestà e giustizia». La tutela dell’ordine pubblico e della legalità, secondo Biden richiede più mezzi, soprattutto nelle aree dove si concentrano povertà e disagio sociale.

La spaccatura è totale, con un pezzo consistente del suo stesso partito. I giovani che hanno invaso centinaia di città americane. La sinistra radicale che si rifà al socialismo, con il leader storico Bernie Sanders e la trentenne Alexandria Ocasio-Cortez. Ed anche il «partito dei sindaci», o almeno i sindaci di alcune grandi metropoli ultra-progressiste: sia Bill de Blasio a New York sia Eric Garcetti a Los Angeles hanno annunciato tagli al bilancio dei rispettivi corpi di polizia (in quasi tutte le città Usa la polizia è agli ordini del sindaco).

La presa di distanza di Biden è clamorosa: nel momento in cui il Paese vibra di sdegno per le troppe violenze della polizia, non è scontata la scelta di andare contro la piazza, e contro i grandi media liberal. «The Washington Post» gli ha dedicato un titolo velenoso sugli «antichi legami tra Biden e le forze di polizia». I poliziotti americani – corpo iper-sindacalizzato, tra i più garantiti nel pubblico impiego – sono stati a lungo una constituency elettorale potente, corteggiata dai politici di ogni colore. Ma non c’è bisogno di immaginare patti di voto di scambio, inconfessabili mercanteggiamenti. La storia di Biden è trasparente: a 77 anni, appartiene a una generazione che ricorda gli errori della sinistra nei «rivoluzionari» anni Sessanta, quando la piazza ribolliva di contestazione e la «maggioranza silenziosa» diede la Casa Bianca al repubblicano Richard Nixon per ben due mandati.

O ancora negli anni Ottanta quando fu il repubblicano Ronald Reagan a diventare il presidente Law and Order. Biden sa anche di quale appoggio gode nella comunità afroamericana: furono i neri a salvarlo dalla débacle nelle primarie, ripescandolo con un trionfo in North Carolina. Quell’elettorato afroamericano del Sud è un ceto medio moderato, molto lontano da Spike Lee e dall’intellighenzia di Harlem. La middle class nera del Sud detesta la polizia razzista ma vuole ordine e sicurezza nei propri quartieri.

Sembra ovvio affermare che l’America ha toccato il fondo. Che questa nazione, un tempo guida dell’Occidente, non ha mai proiettato un’immagine così disastrosa nel mondo. La memoria storica obbliga a riconoscere che è vero il contrario. È un film già visto. Ero bambino quando vennero assassinati John e Robert Kennedy, Martin Luther King. Dagli adulti intorno a me percepii che il sogno di un’America giovane e idealista si era spento nel sangue.

Ero adolescente quando le piazze del mondo ribollivano di proteste: gridavamo «Yankee Go Home» contro la guerra ingiusta degli americani in Vietnam; le proteste pacifiste incrociavano la denuncia del razzismo contro i neri. Lo scandalo del Watergate che costrinse alle dimissioni Nixon venne percepito come l’agonia di una democrazia corrotta. Ero ventenne quando Ronald Reagan fu visto nel resto del mondo come un cowboy ignorante, attore di serie B, e un guerrafondaio anticomunista. Vivevo in California quando George W. Bush rubò un’elezione, e di nuovo parve che più in basso di così la democrazia non poteva precipitare.

Invece era solo un inizio. Molto prima di Trump, già Bush favorì l’industria del petrolio e abbandonò il trattato di Kyoto sul clima. Poi l’invasione dell’Iraq, giustificata con una bugia. Nella mia San Francisco di allora, anno 2003, la piazza era tutta pacifista, Bush sembrava bocciato senza appello. Rivinse un secondo mandato. E a proposito di questione razziale: l’uragano Katrina, gli afroamericani della Louisiana abbandonati sui tetti delle case, circondati dalle acque mentre attendevano soccorsi inesistenti.

Unilateralismo, arroganza, prepotenza imperiale: è tutto accaduto. Rientrai in America dopo cinque anni in Cina, quando il capitalismo di Wall Street trascinava il mondo in una grave crisi. E durante la presidenza di Barack Obama: i banchieri salvati con i soldi dei contribuenti senza porre argini alla loro avidità, mentre tante famiglie erano rovinate. I ripetuti episodi di violenza razzista nelle forze di polizia, le fiammate di protesta dopo Ferguson e Baltimora, la nascita di «Black Lives Matter» e quindi «niente sarà più come prima».
Non è una consolazione ma una constatazione: l’Occidente pratica l’autocritica, sconosciuta in altre parti del mondo. Qualche volta c’illudiamo che il fervore autocritico possa scatenare una catarsi, che basti accendere grandi roghi sulle piazze per bruciarvi i peccatori designati. Pensiamo che tutto il male sono «loro», quelli là, con la complicità di qualcuno dei nostri che non è abbastanza purista, intransigente. Proclamiamo che la rivoluzione è iniziata, e guai a chi non marcia compatto dietro gli striscioni giusti. Pensiamo che la democrazia sia troppo lenta, troppo tollerante verso i malvagi, gli stupidi e gli ignoranti. È già accaduto tutto: pure questo.