Trumpfiction

Politica e Tv – «Homeland» racconta il grande complotto sui servizi deviati
/ 20.03.2017
di Paola Peduzzi

Qual è la serie tv che meglio racconta il trumpismo? La competizione è apertissima, gli autori di molti di questi show televisivi – alcuni esistono da tempo, ma si stanno adeguando a questa nuova vita – dicono che non avevano considerato del tutto i legami con la realtà, e certo non si aspettavano di diventare all’improvviso tanto simili a dei reporter. The Americans, che racconta la storia di una coppia di spie russe che lavora in America ai tempi di Reagan, è tra le più citate in questo straordinario parallelismo tra realtà e fiction, con la Russia che ormai compare da tutte le parti, sotto forma di spie, hacker, influenze politiche ed economiche ancora tutta da verificare. 

Da ultimo anche Billions ha avuto il suo attimo di notorietà realista. Questa serie tv, che è alla seconda stagione, racconta la storia di un procuratore di New York che apre una battuta di caccia giudiziaria contro il manager di un hedge fund: la figura del procuratore-mastino è «ispirata», così hanno detto gli autori, a Preet Bharara, che è appena stato licenziato dall’Amministrazione di Donald Trump dopo essersi rifiutato di dimettersi.

Ma nell’astrusa classifica delle fiction che rappresentano meglio la realtà, Homeland è quasi inarrivabile. La sesta stagione è ora in corso e racconta la storia di un presidente eletto – una donna, ahimè – che prima di insediarsi alla Casa Bianca studia i dossier più rilevanti, cerca di formare il suo staff e si ritrova in mezzo a un enorme scontro nei servizi segreti, una guerra interna che lambisce anche la presidenza. In Homeland si racconta il «deep state» insomma, i servizi segreti deviati. La Russia non c’entra granché, ma c’entra l’Iran e l’accordo sul nucleare: c’è una parte dell'intelligence che vuole convincere il presidente eletto che Teheran sta mentendo e sta di fatto sviluppando l’arma atomica, e per farlo inganna anche l’altra parte dell'intelligence. Nessuno si fida più di nessuno, e intanto c’è un attentato terroristico sul territorio americano (e sparatorie, media impazziti, agenti doppi-tripli-quadrupli, torture: è Homeland).

Il «deep state» è la grande ossessione di Donald Trump: questo inizio di presidenza è stato scandito da uno scontro inedito tra diversi apparati dell'intelligence e la presidenza. I giornali – altri nemici del popolo oltre alla Cia, che per Trump è paragonabile ai nazisti – sono pieni di indiscrezioni lasciate trapelare dalla comunità d'intelligence, fonti anonime su fonti anonime che hanno già costretto il Congresso ad aprire un’inchiesta sui rapporti tra l’Amministrazione Trump e la Russia. 

Con due elementi ulteriori: uno riguarda il famigerato dossier della spia inglese pubblicato da Buzzfeed e dalla Cnn, l’altro riguarda Barack Obama. Il primo documento dettagliava i rapporti di business tra l’entourage trumpiano e quello di Putin, con appunti sugli incontri e sugli affari intercorsi. Alla sua pubblicazione fu presto derubricato come una mezza bufala (la spia che lo avrebbe redatto è scomparsa, e comunque tutti abbiamo parlato soltanto della famigerata «golden shower» organizzata da Trump sul letto che fu di Michelle Obama, cioè delle presunte perversioni del presidente «germofobo»), e anzi si disse: il documento circolava già da un po’, ma nessuno si era sognato di prenderlo sul serio. Il direttore di Buzzfeed, Ben Smith, giustificò la decisione di renderlo pubblico così: è un bene che il pubblico legga quel che si legge nel palazzo. Non guardammo la luna e ci fermammo al dito, insomma, perché non soltanto forse quegli incontri sono rilevanti ma soprattutto perché il dossier che conoscevano tutti ma che nessuno fino a quel momento aveva pubblicato era la spia d’allarme di uno scontro interno alla comunità dell'intelligence. Perché pubblicarlo proprio ora se circola da mesi? Perché ora è in corso la battaglia decisiva, diventata brutale ed evidente, al punto che Trump è arrivato ad accusare direttamente il suo predecessore Obama di averlo spiato – il dipartimento di Giustizia non ha ancora trovato le prove, ma i trumpiani dicono che ci sono eccome e ormai sembrano tutti, di qui e di là, novelli Nixon, mentre tutti riguardiamo Sesso&potere, film del 1997, riscoprendolo molto familiare.

Homeland racconta anche la campagna denigratoria dei media contro il presidente eletto: c’è un continuo ribaltamento tra personaggi della fiction e della realtà, in un continuo, folle, bisogno di immedesimazione. I media sono rappresentati da un commentatore radiofonico e televisivo che pensa che il presidente eletto sia un-American e che fa di tutto per dimostrarlo, arrivando a toccare anche corde intime e dolorosissime. Il commentatore usa toni incendiari, aizza gli elettori contro il presidente eletto, dice che questa donna non è all’altezza del compito, che non sa difendere il suo Paese e che farà un disastro nel mondo.

Sarà che siamo tutti più suggestionabili, ma questo commentatore assomiglia tantissimo a Steve Bannon, il consigliere-capo di Trump, ex mattatore del sito incendiario Breitbart. Mentre lo si vede che parla con il capo della Cia «deviata», organizzando un attacco mediatico violentissimo, non si capisce più qual è l’interesse comune, né quello americano, ed è questo il rischio più grande, quando si prova a interpretare il trumpismo: scoprirsi, fuori dalla fiction, un pochino meno filoamericani, e rattristarsi.