Trump già in campagna

Stati Uniti – Assoluzione piena e caso impeachment chiuso per The Donald dopo una battaglia durata mesi
/ 10.02.2020
di Federico Rampini

Prima la débacle dei democratici in Iowa, brutto spettacolo di un partito diviso e disorganizzato. Poi un discorso sullo Stato dell’Unione dalla indubbia efficacia elettorale. Infine l’assoluzione dall’impeachment. La settimana positiva per Donald Trump include due segni più sul fronte economico: Pechino leva i dazi su 75 miliardi di importazioni made in Usa; e per la prima volta da anni scende il deficit bilaterale Usa-Cina. Le chance di rielezione del presidente sono in risalita. 

In ordine cronologico si comincia dal «disastro sistemico» del 3 febbraio, come lo definisce un dirigente del partito democratico nell’Iowa. Si apre male la lunga gara delle primarie per scegliere lo sfidante di Trump. Caos nello scrutinio dei voti, inefficienza, incompetenza e polemiche: era difficile immaginare una partenza peggiore per chi deve spodestare l’inquilino della Casa Bianca il 3 novembre. Il «caucus» nello Stato dell’Iowa – da sempre la tappa numero uno verso la nomination – è una metafora inquietante sullo stato del partito di opposizione.

E la débacle organizzativa va di pari passo con la sconfitta di Joe Biden, l’ex vice di Barack Obama, cioè il candidato che più di ogni altro viene identificato con l’establishment democratico. Solo 170’000 elettori (molti meno dei 240’000 del 2008, il primo anno di Barack Obama) si erano presentati nei luoghi pubblici – scuole, palestre, parrocchie, caserme dei pompieri – dove era previsto il confronto «assembleare», dibattiti dal vivo, quartiere per quartiere, al termine dei quali ci si conta. I dibattiti si erano svolti pacatamente, come da tradizione, dando prova di partecipazione e di senso civico.

È l’organizzazione del partito democratico ad aver tradito i cittadini. I risultati, attesi verso le 22 locali, non erano completi neppure quattro giorni dopo. La spiegazione è più preoccupante: dilettantismo, incompetenza, improvvisazione. «Un disastro totale, proprio come quando governano i democratici», gongolava Trump. L’ultimo sondaggio lo dà al 49% dei consensi: sempre minoritario ma in crescita, e ai massimi degli ultimi tre anni.

Dalla confusione dell’Iowa emergono altri due semi-vincitori. Il primo è Pete Buttigieg. Esulta questo protagonista di un exploit clamoroso: il più giovane di tutti i candidati (38 anni) già si vede come il nuovo Barack Obama, la rivelazione, l’outsider che può sconvolgere tutti i pronostici. Buttigieg è il candidato in crescita nell’ala moderata del partito. Non che sia «moderato» in senso classico, la sua agenda riformista per esempio è favorevole al Green New Deal. Non segue però l’anti-capitalismo di Sanders; né approva il progetto di sanità statale della Warren che ha un costo dichiarato di 20’000 miliardi di dollari in un decennio. Buttigieg si vanta di essere «il più bravo a moltiplicare i numeri degli ex-repubblicani», conquistando una parte di coloro che votarono Trump. Da questo momento il dibattito sulla «eleggibilità» si sposta in suo favore.

In fondo nessuno ha mai provato un entusiasmo folle per Biden, 77enne in evidente calo di energia. L’appeal di Biden era la convinzione – confermata dai sondaggi – che lui sia il più rassicurante per riportare all’ovile democratico frange di operai delusi; senza spaventare il ceto medio con le supertasse di Sanders e Warren. Buttigieg ora può argomentare di essere lui il centrista giusto: giovane, brillante, competente (parla sei lingue), ex ufficiale che ha servito in Afghanistan. Non tutti sono convinti che l’America sia «pronta» a eleggere presidente un gay dichiarato, sposato con un uomo (che appare sempre a fianco a lui nei comizi). Però, ribatte Buttigieg, «ricordatevi cosa dissero quando Obama osò dichiarare la sua candidatura nel 2007». Il limite vero di Pete è un altro. Buttigieg ha come unica esperienza un mandato di sindaco di una cittadina di centomila abitanti. Obama al suo debutto nel 2008 aveva dieci anni più di lui, e una legislatura al Senato di Washington.

Bernie Sanders è l’altro vincitore dell’Iowa. Come nel 2016 ha un’ottima organizzazione territoriale, un esercito di giovani entusiasti, galvanizzati, iperattivi. Unico problema: molti di loro non voteranno nessun altro candidato che dovesse vincere le primarie.

Martedì 4 febbraio, più che un discorso sullo Stato dell’Unione quello che Trump ha pronunciato davanti alle Camere riunite è stato l’avvio ufficiale della sua campagna per la rielezione. I temi su cui darà battaglia li ha espressi con chiarezza. Al primo posto c’è l’economia. Trump, esagerando i numeri e attribuendosi spesso meriti non suoi, si è appropriato la ripresa attuale. «Tre anni fa ho lanciato la rivincita dell’America, oggi il Paese prospera, è rinato, ho spazzato via la mentalità del declino». 

Si è attribuito un aggiustamento nei rapporti commerciali con la Cina e il Messico. Sono temi solidi, anche se con tante forzature. La crescita era cominciata fin dal secondo anno della presidenza Obama, e sugli undici anni di ripresa sette sono avvenuti sotto il suo predecessore. Ma il miglioramento del mercato del lavoro continua. Il nuovo trattato commerciale con Canada e Messico è stato approvato anche dai sindacati e dai parlamentari democratici. Salvo incidenti di percorso da qui al 3 novembre – e il coronavirus fa aleggiare nuovi rischi sull’economia globale – se si dovesse votare in queste condizioni l’economia lo aiuterebbe.

L’attacco più diretto contro i suoi avversari democratici lo ha sferrato sulla sanità e sull’immigrazione. «Non permetterò – ha detto – che vi portino via le vostre assicurazioni private». È un chiaro riferimento alle proposte di due candidati della sinistra, Bernie Sanders ed Elizabeth Warren, che vogliono creare un sistema sanitario nazionale all’europea, cioè unificato e statale. A suo tempo Barack Obama preferì una riforma sanitaria parziale – che Trump ha tentato di disfare senza riuscirci – proprio perché intuiva che l’abolizione delle assicurazioni private incontrerebbe resistenze diffuse.

Sull’immigrazione, oltre a vantare la costruzione del Muro al confine col Messico (un centinaio di miglia), Trump ha attaccato le «città-santuario», quelle che proibiscono alle proprie polizie locali di collaborare con gli agenti federali nella lotta all’immigrazione clandestina. Il presidente ha citato casi come la città di New York e l’intero Stato della California, dove criminali recidivi senza permesso di soggiorno sono stati lasciati in libertà e hanno commesso nuovi reati. Ha reso omaggio a un ufficiale della polizia di frontiera di origine ispanica invitato in aula – Raul Ortiz – impegnato nella lotta ai narcotrafficanti. Anche qui il bersaglio del discorso era l’ala sinistra del partito democratico, che propone un referendum popolare per l’abolizione della polizia di frontiera.

Terzo presidente ad essere incriminato in un procedimento d’impeachment in tutta la storia degli Stati Uniti, mercoledì 5 febbraio Trump è stato assolto dai due capi d’accusa nella votazione finale del Senato. Ha subito sì l’impeachment alla Camera, che funge da procura o pubblica accusa, ma non la condanna finale nell’altro ramo del Congresso che funge da tribunale giudicante; quindi Trump non viene destituito dal suo incarico. La votazione finale entra nella storia, Trump si affianca a Bill Clinton: pur diversissimo dallo scandalo sessuale di Monica Lewinski, il suo Kiev-gate si conclude come per Clinton nel 1998 con un «mezzo impeachment», incriminazione e poi assoluzione. Tutto come da copione, salvo un dettaglio scomodo per Trump.

Il dettaglio fuori luogo si chiama Mitt Romney, senatore dello Utah, già candidato repubblicano alla Casa Bianca nel 2012 quando sfidò Barack Obama (e perse). In un procedimento totalmente politicizzato (peraltro è la Costituzione stessa a prevedere l’impeachment come un processo squisitamente politico), le votazioni hanno seguito la demarcazione partitica. La disciplina è stata pressoché totale, alla Camera la maggioranza è democratica ed ha votato l’incriminazione; al Senato ha la maggioranza il partito del presidente che ha votato l’assoluzione. Salvo Romney. È l’unico senatore repubblicano ad aver avuto una crisi di coscienza. Almeno al 50%. Infatti ha scisso il suo voto in due. Si è schierato con i democratici votando l’impeachment del presidente «per abuso di potere».