Tra manichini decapitati e droni pakistani

La «pace» dei talebani in Afghanistan è peggio della guerra per la popolazione ormai allo stremo
/ 17.01.2022
di Francesca Marino

L’anno nuovo è cominciato anche in Afghanistan. Kabul e dintorni sono ricoperti da una coltre di neve, per la gioia di coloro che non hanno né da mangiare né come scaldarsi. I bambini non hanno fatto vacanza da scuola per il semplice motivo che, le bambine in particolare, a scuola non ci vanno più. I «nuovi» talebani, però, fanno del loro meglio per «curarsi» della popolazione. Per esempio: sparano addosso alle donne che, sfidando i divieti sia di assembramento sia di uscire senza l’ormai tristemente noto completino da Dissennatori (una tunica nera che avvolge creature oscure che compaiono in «Harry Potter»), protestano per le vie di Kabul chiedendo, oltre ai loro diritti di lavorare e studiare, cibo e qualcosa per scaldarsi. E alle loro richieste, in perfetto stile Marie-Antoinette, rispondono con la versione 2.0 delle ormai famigerate brioche: un bel taglio di capelli ai malcapitati che ancora si aggirano per strada senza barba e con le chiome in stile occidentale, e la decapitazione di manichini con sembianze femminili nelle vetrine. Colpevoli, i manichini, non soltanto di appartenere all’«esecrato e pericolosissimo» (per la salute spirituale e psichiatrica dei maschi talebani) genere femminile, ma di indossare in bella vista vezzosi completini colorati e ricamati.

Strumenti musicali ne sono rimasti ormai pochi, ma quei pochi vengono distrutti e dati alle fiamme con grande entusiasmo. Dipinti, mobilia antica e pianoforti alla fine – per i fondamentalisti – servono proprio a questo. La guerra è finita, dicono, ma la pace, la pace dei talebani e della Sharia, la legge islamica, sembra essere per la popolazione molto peggio della guerra. Che, in realtà, è soltanto sparita dai rapporti della stampa. Le notizie trapelano, quando trapelano, soltanto dai social media e rimbalzano poi, spesso non verificate, su qualche quotidiano locale o nazionale. Come la notizia di attacchi con i droni operati dal Pakistan.

Il più clamoroso era destinato a colpire, immediatamente aldilà del confine tra il Pakistan e l’Afghanistan, Maulvi Faqir Mohammed: uno dei più importanti leader dell’organizzazione terroristica Tehrik-i-taliban Pakistan, cellula più o meno separatista dei talebani afghani in lotta da anni contro Islamabad. L’attacco, andato miseramente a vuoto, doveva essere una rappresaglia per le fallite trattative tra il Governo di Imran Khan e il gruppo terroristico, che si è rifiutato di prolungare il cessate il fuoco. Le speculazioni di ogni genere, alla vista dei droni, si sprecano. C’è chi parla di nuove regole di ingaggio tra Stati uniti e Pakistan, che consentirebbero operazioni congiunte di intelligence e anche attacchi coi droni, e crede quindi che l’operazione (questa, confermata, e le altre non confermate) non sarebbe stata possibile senza il via libera degli americani. Altri sostengono che si trattasse di un drone cinese guidato da cinesi, visto che i pakistani non sarebbero in grado di pilotare un drone, e sui social media si spreca l’umorismo verso i prodotti (o sotto-prodotti) a marca cinese.

C’è molto poco da ridere, però. Visto che l’uso pakistano di droni sul territorio afghano è avvenuto e avviene certamente con il consenso di Kabul e conferma, se ce ne fosse ancora bisogno, l’influenza di Islamabad sui talebani e le illazioni di tutti coloro che parlano ormai apertamente di occupazione pakistana dell’Afghanistan. D’altra parte Islamabad agisce ormai da mesi come portavoce semi-ufficiale di Kabul, continuando a chiedere a gran voce, contro ogni evidenza e ormai contro qualunque genere di senso comune, che al branco di assassini prezzolati installato in Afghanistan dall’esercito pakistano sia data un’altra possibilità.

«Le scuole sono chiuse alle bambine, i giornalisti e gli oppositori vengono ammazzati, musica e film sono proibiti, il Ministero per le donne è stato chiuso per sempre, si decapitano manichini per strada? Sciocchezze. Le donne non possono circolare da sole se non vicino a casa? Non possono più andare a lavorare? E che sarà mai? Tutta propaganda. Diamo una seconda opportunità ai nostri terroristi preferiti!». Il 25 dicembre il Governo di Kabul ha ufficialmente abolito la Commissione elettorale dell’Afghanistan affermando: «Non ne vediamo l’utilità. Se in futuro ce ne sarà bisogno, creeremo una commissione islamica ad hoc». Ma tanto, per il Pakistan, la democrazia è un concetto sopravvalutato. Di recente difatti uno dei maggiori esponenti dell’intellighenzia pakistana invocava, per sistemare le cose nel Paese, una quindicina d’anni di dittatura a marchio Imran Khan. Non deve stupire quindi che il premier pakistano, manovrato nemmeno tanto da remoto dall’esercito, abbia convocato una sessione straordinaria dell’Organization of islamic cooperation, a cui sono stati invitati anche i rappresentanti di Usa, Cina, Russia, Francia e Gran Bretagna, per discutere dell’emergenza umanitaria in Afghanistan. Secondo l’ormai consolidata narrativa pakistana, il resto del mondo dovrebbe riconoscere il Governo di Kabul (formato da terroristi e attentatori suicidi) e sbloccare i fondi governativi congelati nella banche estere che ammontano a circa il 75% del budget governativo dell’Afghanistan per evitare «la peggiore catastrofe umanitaria mai creata dall’uomo». Reiterando le nemmeno tanto velate minacce verso il resto del mondo: il caos che si genererà in Afghanistan significa «incapacità di combattere il terrorismo»; l’Occidente e i Paesi confinanti saranno inondati da profughi.

I talebani non hanno mantenuto nessuna delle clausole degli accordi di Doha? Aspettiamo, dice Imran, e ricordiamoci che «i diritti umani non hanno lo stesso significato ovunque». Lasciamo quindi che i talebani siedano, come conseguenza del loro riconoscimento, all’Onu e nelle commissioni per i diritti umani: in fondo, se nelle sopraddette commissioni può sedere la Cina o lo stesso Pakistan, perché no? Intanto sono in molti a Kabul a temere che le decapitazioni di manichini siano solo delle prove generali, e che non è lontano il momento in cui riprenderanno le pubbliche lapidazioni delle adultere, le esecuzioni di omosessuali, le mutilazioni in piazza di ladri e affini. Il Medioevo 2.0, purtroppo, è di là da venire.